Il morbo di Parkinson idiopatico (ad eziologia sconosciuta) colpisce lo 0.15% della popolazione mondiale e fu descritto per la prima volta da un medico inglese (James Parkinson) nel 1817 come paralisi agitante. La caratteristica neuropatologica principale è la perdita dei neuroni dopaminergici (degenerazione neuronale) della parte compatta della substantia nigra (una parte del ganglio basale situato nella parte interna del cervello). In realtà la perdita progressiva dei neuroni dopaminergici è una normale caratteristica dell’invecchiamento; tuttavia la gran parte della popolazione non arriva a perdere l’80-90% dei neuroni dopaminergici, condizione necessaria per causare l’insorgenza sintomatica del morbo di Parkinson. La dopamina che viene sintetizzata nelle terminazioni dei neuroni dopaminergici è il neurotrasmettitore chiave per il controllo dei movimenti automatici del corpo.
I risultati di studi condotti sugli animali riportano che il DHA riduce o comunque ostacola la comparsa delle discinesie associate al trattamento con L-dopa. |
Il farmaco d’elezione per il trattamento del Parkinson è la levodopa (L-dopa) che nel cervello viene rapidamente convertita in dopamina, da qui la sua efficacia terapeutica. La terapia con L-dopa può avere degli effetti estremamente positivi su tutti i segni e i sintomi del Parkinson almeno negli stadi precoci della malattia. La principale limitazione all’uso a lungo termine della levodopa è l’apparente perdita, col tempo, di questa capacità di controllare il deficit di dopamina: ciascuna dose di L-dopa può allora migliorare la motilità ma limitatamente ad un periodo di 1-2 ore dopo di che i sintomi si ripresentano. L’aumento della dose o della frequenza di somministrazione può migliorare la situazione, tuttavia questa pratica è spesso limitata dalla comparsa di discinesie cioè di movimenti involontari abnormi spesso disabilitanti. In linea di massima questi movimenti una volta manifestatisi sono teoricamente impossibili da eliminare: ciò suggerisce che la L-dopa può essere in grado di creare dei cambiamenti a lunga durata relativi alle risposte dei neuroni alla dopamina.
Ebbene i risultati di studi condotti sugli animali riportano che il DHA (acido grasso essenziale omega-3 a lunga catena) riduce o comunque ostacola la comparsa delle discinesie associate al trattamento con L-dopa. Vediamo in che modo. La maggior parte degli studi relativi al Parkinson sono stati effettuati sulle scimmie trattate con una sostanza chimica, MPTP (un derivato della piridina), in grado di riprodurre negli animali le condizioni umane del Parkinson. Interessante notare come il discorso sul Parkinson nasca proprio intorno agli anni ’80 quando un giovane di 28 anni fu ricoverato in ospedale poiché manifestava tutti i sintomi propri del Parkinson e ciò sembrava piuttosto strano vista la giovane età. In realtà ciò che in lui aveva provocato tali disturbi era proprio l’MPTP che in quegli anni veniva venduto in California come narcotico. Questa sostanza induce una degenerazione delle vie dopaminergiche e provoca un Parkinson irreversibile: questa scoperta fu di enorme interesse in quanto consentì ai ricercatori di capire i meccanismi coinvolti nella morte dei neuroni.
Gli studi su modelli animali basati sull’utilizzo di MPTP suggeriscono che la discinesia indotta dalla L-dopa deriva da una stimolazione non fisiologica dei recettori della dopamina. L’utilizzo del DHA in questi studi è supportato dal fatto che si tratta dell’acido grasso polinsaturo più altamente concentrato a livello delle membrane neuronali; per di più è stato illustrato come il DHA possa influenzare la concentrazione della dopamina nel cervello, aumentare il numero delle terminazioni nervose che producono dopamina in cellule di coltura e ridurre la discinesia associata al trattamento con farmaci antipsicotici nei ratti. Anche l’uso cronico di farmaci antipsicotici può infatti determinare la comparsa di movimenti involontari debilitanti. Le suddette osservazioni hanno stimolato il Dr. Samadi e i suoi colleghi della Laval University in Quebec a valutare un potenziale effetto di riduzione della discinesia da L-dopa determinata dall’assunzione di DHA. Gli studi in questione sono stati condotti sulle scimmie ed hanno preso in esame due modelli di discinesia. Nel primo caso le scimmie trattate con MPTP hanno sviluppato il Parkinson; a questo punto è stata somministrata loro una dose giornaliera di L-dopa insieme ad un inibitore enzimatico, la benserazide (che previene la distruzione del farmaco nel sangue) fino a comparsa di discinesia. Il DHA (100mg/kg di peso corporeo, una media di 300-350 mg. per animale) è stato fornito loro per 8 giorni per via sottocutanea e, dopo un insuccesso di diversi mesi, in dose raddoppiata per 12 mesi per via orale (con un sondino allo stomaco). Si noti che la via di somministrazione era stata cambiata a causa dei fenomeni irritativi nel sito di iniezione e la dose era stata raddoppiata tenendo conto delle possibili perdite a livello intestinale o comunque periferico. Un terzo esperimento prevedeva un pre-trattamento con solo DHA per tre giorni e successivamente la somministrazione giornaliera di DHA unitamente all’L-dopa per via orale per un mese.
Nei primi due esperimenti la discinesia comparve all’inizio e dopo ogni 2 giorni di trattamento, mentre nel terzo studio dopo ciascuna settimana di trattamento. Gli animali mostravano i tipici movimenti involontari e ripetitivi a carico della faccia, del collo, del tronco, delle braccia, delle gambe. In questa sede vennero anche valutati l’intensità dei disturbi, l’interferenza con la normale attività motoria e la frequenza di comparsa dei movimenti involontari. Il grado di severità del Parkinson è stato stimato in base a dei valori in scala pubblicati (il grado massimo di disabilità corrisponde al valore 16).
I risultati dei primi due studi rivelano che la somministrazione di DHA insieme all’L-dopa, nelle scimmie affette da Parkinson, riduce significativamente (35%) i sintomi della discinesia dopo 4 giorni di trattamento (P<0.05) rispetto agli animali trattati solo con L-dopa. Il miglioramento permane per tutta la durata del trattamento. La somministrazione di DHA per via sottocutanea e per via orale ha dato dei risultati simili anche se a comparsa piuttosto ritardata nel secondo caso.
Il terzo esperimento (pretrattamento con DHA per tre giorni prima dell’L-dopa e poi i due composti in associazione) dimostra una comparsa di discinesia ritardata nel tempo e caratterizzata da una sintomatologia meno intensa (40-46% in meno) rispetto ai disturbi degli animali trattati solo con L-dopa. In tutti tre gli studi le condizioni degli animali ripeggiorano interrompendo la somministrazione del DHA insieme all’L-dopa; in ogni caso comunque l’assunzione del solo DHA non ha mostrato alcun effetto positivo sui sintomi del Parkinson.
Queste osservazioni sperimentali offrono un’interessante prospettiva terapeutica riguardo all’impiego del DHA in associazione per il controllo e la limitazione degli effetti collaterali provocati dai farmaci d’elezione per il trattamento del Parkinson. Questi effetti riguardano in particolare una minor incidenza di discinesia. Per di più il DHA non ha interferito minimamente con gli effetti benefici dell’L-dopa (diversamente dalle altre opzioni farmacologiche disponibili), è stato ben tollerato e non ha determinato la comparsa di ulteriori effetti collaterali.
È pur vero che le quantità di DHA usate in questi studi animali (5-10 g. di DHA al giorno) sono notevolmente maggiori rispetto a quelle che si assumono mangiando pesce; in ogni caso si potrebbero raggiungere attraverso un’appropriata integrazione alimentare. Il successivo step sperimentale sarà quello di vedere se anche quantità inferiori di DHA possano dare gli stessi effetti benefici e soprattutto se i miglioramenti indotti possano essere di lunga durata.
Fonte
*) Samadi P, Gregoire L, Rouillard C, Bedard PJ, Di Paolo T, Levesque D. Docosahexaenoic acid reduces levodopa-induced dyskinesias in 1-methyl-4-phenyl 1,2,3,6-tetrahydropyridine monkeys. Ann Neurol 2006;59:282-288.