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Alimentazione

Alimentazione: il cibo benefico pieno di omega 3

Mangiare sano è un giusto proposito da portare sempre avanti. Scopri come gli Omega-3 aiutano l'organismo a mantenersi sano con una corretta alimentazione.

  • Più memoria con gli omega-3, il DHA migliora la trasmissione dell'impulso nervoso

    Svelati i meccanismi attraverso cui il DHA (acido docosaesaenoico) protegge la memoria: questo acido grasso omega-3 si accumula nell'ippocampo, regione del cervello coinvolta proprio nella memoria, dove è associato ad un aumento della trasmissione dell'impulso nervoso. Arricchire la propria dieta di questo nutriente, sia mangiando il pesce che ne è ricco, sia assumendo integratori di omega-3, potrebbe aiutare a proteggere il cervello durante l'invecchiamento. L'omega 3 DHA migliora la potenza dell'impulso nervoso Ad arrivare a queste conclusioni sono stati i ricercatori dell'University of Alberta di Edmonton (Canada), grazie ad uno studio i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista Applied Physiology.ivare a queste conclusioni sono stati i ricercatori dell'University of Alberta di Edmonton (Canada), grazie ad uno studio i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista Applied Physiology. Omega 3 amici del cervello Numerosi studi hanno evidenziato i benefici per il cervello derivanti dal consumo di pesce come il salmone, il tonno e le sardine. Alla base di queste azioni positive ci sono gli omega-3, acidi grassi di cui questi pesci sono ricchi. Fra questi il più importante per il cervello è proprio il DHA. Leggi tutto l'articolo


    Articolo pubblicato in Alimentazione, Antinvecchiamento, Sistema nervoso, Demenza ed è stato taggato con

  • Gli omega-3 dell'olio di pesce favoriscono la guarigione delle piaghe da decubito

    L'assunzione di olio di pesce ricco di omega-3 favorisce la guarigione delle piaghe da decubito che colpiscono i pazienti costretti a passare lunghi periodi seduti o sdraiati nella stessa posizione. L'effetto è tale da migliorare lo stato delle ferite fin del 25% e permette di diminuire sia i dolori con cui deve convivere chi presenta queste lesioni, sia il rischio di eventuali infezioni. A scoprire queste potenzialità dell'olio di pesce è stato un gruppo di esperti israeliani coordinato da Pierre Singer, docente alla Sackler Faculty of Medicine dell'Università di Tel Aviv, i cui studi sono stati pubblicati sull'American Journal of Critical Care. Leggi tutto l'articolo


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  • Gli omega-3 potrebbero ritardare il declino mentale e bloccare le malattie cardiometaboliche

    Assumere omega-3 protegge dal declino cognitivo e dalle malattie metaboliche e cardiovascolari. A dimostrarlo è uno studio dei ricercatori della Lund University (Svezia), secondo cui i risultati ottenuti confermano i benefici dell'assunzione quotidiana di questi acidi grassi per la mente e il metabolismo e sottolineano il ruolo delle scelte alimentari nella prevenzione dei problemi metabolici e cognitivi. I dettagli della ricerca sono stati pubblicati sul Nutrition Journal. Indizi preliminari Già in passato è stata dimostrata l'esistenza di un'associazione tra livelli elevati di Omega-3 nel sangue e la riduzione del rischio del declino cognitivo tipico dell'invecchiamento e dei fattori di rischio per le malattie metaboliche (come il diabete di tipo 2) e cardiovascolari. Gli studi che hanno rilevato questa associazione non permettono, però, di affermare con certezza che questi acidi grassi esercitano un effetto protettivo. Si tratta, infatti, di studi osservazionali in cui lo stato di salute dei pazienti è stato confrontato alla quantità di Omega-3 consumati senza, però, dimostrare che è proprio l'assunzione di questi nutrienti a causare la diminuzione dei rischi per la salute. Per poter stabilire l'esistenza di un reale effetto degli Omega-3 sulla salute di mente e cervello sono, invece, necessari studi clinici in cui gli acidi grassi vengano somministrati a individui sani o a pazienti affetti dalla patologia che si intende studiare. I ricercatori della Lund University hanno utilizzato proprio questo secondo approccio, dimostrando che l'assunzione di Omega-3 previene il declino cognitivo e contrasta i fattori di rischio cardiometabolici in individui sani. 2,55 g di omega 3 EPA e DHA al giorno, lo studio Prima della pubblicazione dei risultati ottenuti dal team svedese i dubbi erano ancora molti. Per questo motivo i ricercatori hanno pensato a uno studio incrociato in cui sono stati coinvolti 40 volontari sani di età compresa tra i 51 e i 72 anni. I partecipanti sono stati divisi in due gruppi, a ciascuno dei quali è stato chiesto di assumere delle capsule contenenti un placebo o 600 mg degli Omega-3 presenti nell'olio di pesce. In particolare, le capsule di olio di pesce contenevano 300 mg di EPA (acido eicosapentaenoico), 210 mg di DHA (acido docosaesaenoico) e 90 mg di altri Omega-3 non specificati. Lo studio ha previsto l'assunzione di 5 capsule al giorno, per un totale di 3 grammi di Omega-3. La prima fase, durata 5 settimane, è stata seguita da una seconda, sempre di 5 settimane, in cui i volontari hanno smesso di assumere sia il placebo, sia l'olio di pesce. A questa hanno fatto seguito altre 5 settimane in cui chi prima aveva assunto il placebo ha assunto l'olio di pesce e chi aveva assunto l'olio di pesce ha assunto il placebo. Conclusioni dello studio Le capacità cognitive dei partecipanti sono state misurate attraverso test specifici. La valutazione dei fattori di rischio cardiometabolici ha invece previsto la misurazione della pressione sanguigna, dei livelli di trigliceridi e del glucosio nel sangue e di quelli di una molecola associata all'infiammazione, il TNF-alfa (Tumor Necrosis Factor-alfa). E' stato, così, dimostrato che assumere quotidianamente gli Omega-3 presenti nell'olio di pesce per 5 settimane migliora in modo significativo le capacità cognitive di soggetti sani. Viceversa, questi acidi grassi riducono i fattori di rischio metabolici e cardiovascolari. Questi risultati hanno permesso di stabilire anche un'associazione tra i fattori che mettono a rischio cuore e metabolismo e le capacità cognitive: se i primi diminuiscono, le seconde migliorano. Per gli autori, però, le notizie degne di nota non finiscono qui. Altrettanto importante è, infatti, la conferma che agire sull'alimentazione è una buona strategia per prevenire i problemi cognitivi e metabolici associati all'invecchiamento. Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli Omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.   Fonte Nilsson A, Radeborg K, Salo I, Björck I, “Effects of supplementation with n-3 polyunsaturated fatty acids on cognitive performance and cardiometabolic risk markers in healthy 51 to 72 years old subjects: a randomized controlled cross-over study”, Nutr J. 2012 Nov 22;11(1):99


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  • Infiammazione, l'olio di pesce riduce del 16% i livelli di proteina C reattiva

    L'assunzione regolare di olio di pesce contrasta l'infiammazione riducendo del 16% i livelli di proteina C reattiva - una molecola del sistema immunitario prodotta in grandi quantità dal fegato proprio quando è in corso un fenomeno infiammatorio - agendo in modo simile a quanto fatto dalle statine, i farmaci di elezione per tenere sotto controllo il rischio cardiovascolare. A svelarlo è uno studio del Fred Hutchinson Cancer Research Center e dell'University of Washington di Seattle (Stati Uniti) pubblicato sulle pagine dell'American Journal of Epidemiology, che conferma le potenzialità dell'uso di questo integratore per la protezione nei confronti dei fenomeni infiammatori. Secondo gli autori, questa nuova ricerca che ha coinvolto ben 9.947 individui, fornisce un'ulteriore spiegazione biologica agli effetti protettivi nei confronti delle malattie croniche esercitate dall'olio di pesce, dimostrati dai risultati di numerosi studi scientifici. Dal pesce l'arma contro l'infiammazione L'azione antinfiammatoria dell'olio di pesce si basa su alcuni suoi componenti fondamentali, gli acidi grassi omega-3. Questi ultimi sono considerati molecole essenziali per l'organismo. Ciò significa che il corpo umano non è in grado di sintetizzarli autonomamente, ma ha sempre bisogno di avere a disposizione almeno il loro precursore, l'acido alfa-linolenico (ALA). Purtroppo, però, la capacità dell'organismo di sintetizzare a partire dall'ALA i due Omega-3 di cui ha bisogno (l'EPA – acido eicosapentaenoico – e il DHA – acido docosaesaenoico) è limitata. Per questo motivo la strategia migliore per garantirsi livelli adeguati di questi grassi essenziali è di scegliere fonti che contengano EPA e DHA in quanto tali. Fra queste sono inclusi il pesce grasso e l'olio da esso derivato. Cuore, ma non solo Una volta nell'organismo, gli omega-3 partecipano a molti processi differenti. Fra questi è inclusa la sintesi delle molecole che partecipano all'infiammazione, di cui costituiscono il materiale di partenza. Rispetto ad altri grassi, gli omega-3 promuovono l'accumulo di molecole che contrastano i processi infiammatori. Proprio su questa azione si basano alcuni effetti protettivi esercitati da questi acidi grassi sia nei confronti del sistema cardiovascolare che in quelli di altri tessuti, ad esempio quelli intestinali. Questa loro azione è molto interessante dal punto di vista clinico. Gli autori della ricerca hanno sottolineato come l'elevato numero di patologie cui è associata l'infiammazione, cancro incluso, spinga costantemente alla ricerca di modi tanto efficaci quanto sicuri per contrastarla. Proprio per questo l'olio di pesce è un ottimo candidato al ruolo di rimedio contro l'infiammazione. Gli studi condotti fino ad oggi hanno infatti dimostrato che oltre a prevenire la comparsa delle malattie è anche un prodotto sicuro per la salute. Continue conferme Lo stesso studio ha preso in considerazione anche altri supplementi alimentari. Solo la glucosamina e la condroitina, consigliate in caso di artrosi, hanno mostrato un effetto sui livelli di proteina C reattiva. Per il resto, i risultati ottenuti dai ricercatori di Seattle non fanno che confermare le potenzialità antinfiammatorie dell'olio di pesce e approfondire la conoscenza dei meccanismi attraverso cui gli Omega-3 proteggono la salute. Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli Omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.   Fonte Kantor ED, Lampe JW, Vaughan TL, Peters U, Rehm CD, White E, “Association between use of specialty dietary supplements and C-reactive protein concentrations”, Am J Epidemiol. 2012 Dec 1;176(11):1002-13. doi: 10.1093/aje/kws186


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  • Obesità e sindrome da alimentazione notturna, nuove speranze dagli omega-3

    La sindrome da alimentazione notturna è un disturbo alimentare caratterizzato da un consumo incontrollato di cibo durante la notte e associato a comportamenti anoressici durante il giorno. Si sa che disturbi psicologici di questo tipo aumentano il rischio di ingrassare fino all'obesità, ma i meccanismi che scatenano questo comportamento non sono ancora certi. Un nuovo studio ha svelato che gli omega 3 potrebbero frenare l'accumulo di peso associato a questi e altri disturbi del comportamento alimentare. Ad elaborare questa ipotesi sono Garret FitzGerald e i suoi collaboratori all'Università della Pennsylvania di Filadelfia (Stati Uniti), che grazie ad una serie di esperimenti condotti sui topi hanno svelato il coinvolgimento degli Omega-3 nella comunicazione tra le cellule di grasso e il cervello di chi mangia ad orari insoliti. Secondo quanto riportato sulle pagine di Nature Medicine, è sufficiente eliminare dal grasso un gene che controlla l'orologio biologico per far sì che gli animali mangino fuori orario, che i livelli di Omega-3 nelle cellule diminuiscano e che i topi diventino obesi.     La buona notizia è, però, un'altra: basta somministrare agli animali EPA (acido eicosapentaenoico) e DHA (acido docosaesaenoico), i due Omega-3 di cui è ricco il pesce, per riportare tutto alla normalità. Mangiare di notte: un problema di comunicazione Ogni organismo riesce a mantenere un bilancio fra l'energia consumata e quella assunta con il cibo grazie a complessi segnali scambiati tra il sistema nervoso e altri organi, come il fegato e il cuore. Anche il grasso partecipa a questo scambio di messaggi. Infatti oltre ad immagazzinare e rilasciare energia, le cellule adipose comunicano al cervello le quantità di grassi stipate. A trasportare questi messaggi è la leptina, un ormone che aumenta il consumo di energia e riduce l'assunzione di cibo attraverso meccanismi regolati dall'area del cervello che prende il nome di ipotalamo. FitzGerald e colleghi hanno scoperto che l'eliminazione di un gene responsabile dell'orologio biologico nelle cellule del grasso fa sì che i topi, che in genere mangiano di notte, inizino a nutrirsi durante il giorno. Questo comportamento, hanno spiegato gli scienziati, è associato ad alterazioni dell'attività dell'ipotalamo. Scendendo più nel dettaglio di questo meccanismo i ricercatori hanno osservato una diminuzione dei livelli di EPA e di DHA nelle cellule adipose di questi topi. Di conseguenza, quando gli animali mangiavano fuori orario la secrezione di questi Omega-3 nel sangue e la loro presenza nell'ipotalamo sono apparse ridotte. Risolvere il problema con gli Omega-3 Georgios Paschos, primo autore della ricerca, ha spiegato che il risultato più entusiasmante è stato riuscire ad eliminare le fluttuazioni anomale dei livelli di Omega-3 e dell'espressione dei geni nell'ipotalamo, il comportamento alimentare e la tendenza all'obesità semplicemente somministrando ai topi EPA e DHA. Questi risultati dimostrano il ruolo centrale svolto dalle cellule di grasso e dagli Omega-3 che secernono per garantire la comunicazione con l'ipotalamo, che, in questo modo, può regolare in modo opportuno il consumo di energia. D'altra parte, questo studio svela anche che alterazioni nei meccanismi cui partecipano gli Omega-3 potrebbero essere alla base della maggior incidenza dell'obesità fra chi lavora di notte o in chi soffre di disturbi del sonno. Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.   Fonte Paschos GK, Ibrahim S, Song WL, Kunieda T, Grant G, Reyes TM, Bradfield CA, Vaughan CH, Eiden M, Masoodi M, Griffin JL, Wang F, Lawson JA, Fitzgerald GA, “Obesity in mice with adipocyte-specific deletion of clock component Arntl”, Nat Med. 2012 Nov 11. doi: 10.1038/nm.2979


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  • Omega 3 contro il suicidio? La risposta in un nuovo studio dell'esercito americano

    Anni di ricerche suggeriscono che gli acidi grassi omega 3 proteggano la salute mentale, riducendo il rischio di sviluppare ansia, depressione e altri gravi disturbi comportamentali. Un nuovo studio verificherà se l'assunzione di prodotti arricchiti con questi nutrienti rappresenta una valida opportunità terapeutica per ridurre il rischio di suicidio. Prenderà presto il via un nuovo studio mirato a verificare se gli omega 3 possono aiutare a ridurre il rischio di disturbi psicologici e di suicidio. A guidare la ricerca saranno Bernadette Marriott e Hugh Myrich della Medical University of South Carolina, che verificheranno l'effetto dell'assunzione di un frappè arricchito con Omega-3, già distribuito sul mercato europeo, sulla salute mentale degli individui coinvolti nello studio. Perché proprio gli Omega-3? La scelta degli Omega-3 come possibili coadiuvanti nella riduzione del rischio di suicidio si basa sia sui risultati di ricerche precedenti, sia sull'esigenza di fare chiarezza sul coinvolgimento di questi acidi grassi nei disturbi psicologici. Se, infatti, alcuni studi non sono riusciti a stabilire una correlazione tra i livelli di Omega-3 e problematiche come l'ansia o la depressione, altri puntano in una direzione totalmente opposta, suggerendo una protezione nei confronti di depressione, dipendenza da sostanze da abuso e altri disturbi della mente. Una ricerca pubblicata sulla rivista Nutritional Neuroscience ha, ad esempio, svelato che flessibilità cognitiva e funzioni esecutive sono associate alla disponibilità di questi nutrienti. Uno studio pubblicato nel 2011 sul Journal of Clinical Psychiatry ha, invece, rilevato che i militari (uomini) caratterizzati da bassi livelli di acido docosaesaenoico (l'omega-3 noto con l'acronimo DHA) sono esposti a un rischio di suicidio superiore del 62% rispetto a quelli con i livelli più elevati di questo Omega-3. Nonostante i risultati di queste ricerche, al momento non è possibile affermare che esista una causalità, ossia che sia la carenza di Omega-3 ad indurre al suicidio. Non solo, i benefici dell'assunzione di Omega-3 si estenderebbero ben oltre gli effetti sulla salute psicologica, coinvolgendo tutti gli altri aspetti del benessere su cui questi acidi grassi hanno un effetto positivo: dalla salute dell'apparato cardiovascolare, alla riduzione del rischio di patologie invalidanti come la malattia di Alzheimer. La scelta dei partecipanti Marriott e colleghi coinvolgeranno nello studio un gruppo di veterani statunitensi ad alto rischio di comportamento suicida. L'elevato tasso di suicidi fra i reduci è, in effetti, un problema estremamente attuale ed importante nelle armate militari statunitensi, che nel solo mese di luglio del 2012 hanno registrato 38 casi di presunto suicido fra i propri soldati, il numero più elevato da quando si è iniziato a monitorare il fenomeno. Quello del suicidio è, però, un problema che si estende anche al di fuori dell'ambiente militare e che negli Stati Uniti rappresenta la quarta causa di decesso nella fascia di età fra i 18 e i 65 anni. Fortunatamente le analisi condotte dall'Istat hanno svelato che l'Italia è uno dei Paesi Ocse a più basso livello di mortalità per suicidio e che tra il 1993 e il 2009 c'è stata una continua diminuzione dell'incidenza di sucidi. Restano, tuttavia, 6,7 persone ogni 100 mila abitanti dello Stivale che scelgono di togliersi la vita ogni anno, per un totale di circa 3.800 persone. Gli Omega-3 potrebbero rappresentare un valido ed economico aiuto per arginare ulteriormente il fenomeno. Il benessere psicologico è in un frappè di Omega-3 La nuova ricerca prevede l'assunzione quotidiana, per 6 mesi, di 2 frappè arricchiti di Omega-3 o 2 frappè cui non sono stati aggiunti questi preziosi acidi grassi. Marriott ha spiegato che la scelta del prodotto da utilizzare nello studio è stata dettata dal suo ottimo gusto e dall'assenza di effetti collaterali associati alla sua assunzione. Al di là della forma di somministrazione, questo nuovo studio permetterà di fare maggior chiarezza sul ruolo svolto dagli Omega-3 nel determinare la tendenza al suicidio.   Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.   Fonti Lewis MD, Hibbeln JR, Johnson JE, Hong Lin Y, Hyun DY, Loewke JD, “Suicide Deaths of Active-Duty US Military and Omega-3 Fatty-Acid Status: A Case-Control Comparison”, J Clin Psychiatry, August 23, 2011 Johnston DT, Deuster PA, Harris WS, Macrae H, Dretsch MN, “Red blood cell omega-3 fatty acid levels and neurocognitive performance in deployed U.S. Servicemembers”, Nutr Neurosci. 2012 Jun 28


    Articolo pubblicato in Sistema nervoso, Omega-3 in altri cibi ed è stato taggato con

  • Gli omega-3 riducono fino al 17% il rischio di l'ictus, scopre studio

    Un nuovo studio conferma il legame tra il consumo di cibi ricchi di omega 3 e un minor rischio di ictus. Chi consuma almeno 5 porzioni di pesce a settimana rischia del 13% meno di andare incontro a un ictus. Se poi, si focalizza l'attenzione sugli ictus di tipo ischemico, la riduzione del rischio raggiunge il 17%. Per giungere a queste conclusioni un gruppo di ricercatori dell'Università del North Carolina di Chapel Hill (Stati Uniti) ha analizzato i dati di 16 diversi studi che hanno coinvolto, in totale, 402.127 individui. I risultati dell'analisi sono stati pubblicati sulle pagine dell'European Journal of Clinical Nutrition. Dubbi privi di fondamento Già in passato diversi studi hanno rilevato una stretta associazione tra il consumo di pesce ricco di Omega-3 e, più nello specifico, tra l'assunzione di questi acidi grassi e la riduzione del rischio di ictus. Un'analisi pubblicata su Stroke dai ricercatori del Karolinska Institutet di Stoccolma (Svezia) ha, ad esempio, dimostrato che mangiare pesce ricco di Omega-3 circa 3 volte alla settimana riduce la probabilità di avere un ictus del 6%. In una ricerca successiva gli stessi studiosi hanno rilevato che elevati consumi di Omega-3 sono associati a una riduzione del rischio di ictus pari al 16%. Dati così schiaccianti sembravano non lasciare più spazio ad eventuali dubbi sul ruolo protettivo svolto da questi acidi grassi. Tuttavia, una recente pubblicazione su JAMA, peraltro oggetto di numerose critiche, aveva insinuato che gli omega-3 non fossero utili nel proteggere l'apparato cardiovascolare. Questo nuovo studio, però, rafforza ulteriormente l'ipotesi dell'esistenza di una associazione tra il consumo di pesce ricco di questi nutrienti e la riduzione del rischio di ictus. I perché dell'effetto protettivo contro l'ictus ischemico Rispetto ad altre ricerche, l'analisi condotta dai ricercatori di Chapell Hill permette di fare una distinzione tra i diversi tipi di ictus. Esistono, infatti, due generi diversi di ictus. Mentre quello emorragico è dovuto, come dice il nome stesso, ad un'emorragia nel tessuto nervoso, l'ictus ischemico è dovuto all'interruzione del flusso di sangue a causa della presenza di coaguli nei vasi che scorrono nel cervello. Infatti, spiegano gli scienziati, l'azione protettiva degli Omega-3 nei confronti dell'ictus si basa sulla loro capacità di inibire l'aggregazione delle piastrine e, quindi, di ridurre la probabilità che si formino i coaguli alla base degli eventi ischemici. Viceversa, si potrebbe pensare che quest'azione antiaggregante aumenti il rischio di emorragie e, quindi, di ictus di tipo emorragico. In realtà, questo studio elimina anche questo dubbio. I ricercatori, infatti, non hanno osservato nessun aumento dell'incidenza di ictus emorragici in chi consuma molto pesce. Benefici a lungo termine Gli autori della nuova analisi hanno posto l'accento anche su un altro aspetto: per quanto tempo vengono assunti gli Omega-3. In effetti alcuni studi che non hanno rilevato l'associazione tra il consumo di questi nutrienti e il rischio di ictus hanno valutato l'effetto dell'assunzione di supplementi a base di Omega-3 per un periodo limitato di tempo. In questo caso, invece, gli studi inclusi nell'analisi hanno avuto una durata media di 12,8 anni. Secondo i ricercatori sperimentazioni cliniche a breve termine condotte sui pazienti non possono escludere gli effetti a lungo termine sul rischio di ictus nella popolazione generale, confermati da questa analisi. Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.   Fonte Xun P, Qin B, Song Y, Nakamura Y, Kurth T, Yaemsiri S, Djousse L, He K, “Fish consumption and risk of stroke and its subtypes: accumulative evidence from a meta-analysis of prospective cohort studies”, Eur J Clin Nutr. 2012 Oct 3. doi: 10.1038/ejcn.2012.133


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  • Gestazione, l'acido folico riduce del 32% il rischio di tumori del cervello durante l'infanzia

    Un nuovo studio scopre che assumere acido folico prima e durante la gestazione potrebbe ridurre fino al 32% il rischio di sviluppare un tumore al cervello durante l'infanzia. La ricerca che ha portato alla scoperta è stata pubblicata sulla rivista Cancer Epidemiology, Biomarkers & Prevention da un gruppo di ricercatori australiani, guidato da Elizabeth Milne del Telethon Institute for Child Health Reasearch dell'University of Western Australia. Secondo Milne, anche se si tratta di un semplice studio osservazionale, l'associazione tra la riduzione del rischio di tumori al cervello nel bambino e l'assunzione di acido folico durante la gestazione è plausibile dal punto di vista biologico. Perché in gravidanza c'è bisogno di acido folico? Le raccomandazioni sull'assunzione di acido folico prima e durante le fasi iniziali della gravidanza sono legate alla necessità di ridurre al minimo il rischio che il feto sviluppi la cosiddetta spina bifida. Quest'ultima è una grave malformazione dovuta a un difetto nello sviluppo del tubo neurale, la struttura da cui prende origine anche il sistema nervoso del bambino. Una futura mamma che, prima della gestazione, fa il pieno di acido folico riduce la probabilità di sviluppare anche molti altri difetti del tubo neurale che dipendono dall'assenza di questo prezioso nutriente. Tumori cerebrali nell'infanzia, un buon motivo per assumere più acido folico Lo studio australiano svela un motivo in più per cui una donna dovrebbe assumere acido folico nel momento in cui decide di avere un bambino. L'analisi dell'uso di integratori da parte delle mamme, rilevato tramite questionari specifici, ha infatti svelato che i multivitaminici e i supplementi a base di acido folico sono associati a una riduzione del 32% del rischio che i loro figli sviluppino un tumore al cervello durante l'infanzia. Secondo gli autori questo studio, che ha coinvolto in totale 1154 bambini (di cui 327 affetti da un tumore al cervello), è il più ampio mai condotto fino ad oggi e suggerisce che gli integratori di acido folico potrebbero essere realmente utili nella prevenzione dei tumori al cervello in età pediatrica. Tuttavia, i ricercatori non sanno ancora spiegare quali siano gli esatti meccanismi alla base di questo effetto, che potrebbero anche variare a seconda del tipo di tumore preso in considerazione. Acido folico: quando assumerlo Sulla base di questi dati, risulta chiaro che arrivare al concepimento con scorte di acido folico adeguate è fondamentale per garantire il corretto sviluppo e la salute del bambino. Per questo motivo, è lo stesso Ministero della Salute a raccomandare l'assunzione di almeno 0,4 mg al giorno di acido folico, nel periodo precedente la gestazione e nei primi tre mesi successivi al concepimento. Purtroppo, però, la maggior parte delle gravidanze non è pianificata e, quindi, una donna può ritrovarsi incinta senza aver avuto il tempo di pianificare l'assunzione di acido folico. Per questo motivo la soluzione migliore è assumere regolarmente acido folico durante l'età fertile. L'importante è non superare 1 mg al giorno, perché, anche se non è tossico, dosi eccessive possono mascherare eventuali carenze di vitamina B12, a loro volta molto pericolose. Un'alternativa è di assumere acido folico attivato, ossia metilfolato, che non maschera eventuali carenze di vitamina B12 ed è molto meglio assorbito dell'acido folico. Esistono prodotti sul mercato, fra cui il VitaDHA Materna, che contengono metilfolato al posto del acido folico che si trova nella maggior parte degli integratori. Solo nel caso in cui la donna abbia già avuto un figlio con difetti del tubo neurale le linee guida prevedono la possibilità di arrivare all'assunzione quotidiana di 4 mg di acido folico. Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.   Fonte Milne E, Greenop KR, Bower CI, Miller M, van Bockxmeer FM, Scott RJ, de Klerk NH, Ashton LJ, Gottardo NG, Armstrong BK, “Maternal use of Folic Acid and Other Supplements and Risk of Childhood Brain Tumors”, Cancer Epidemiol Biomarkers Prev. 2012 Aug 31.


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  • Obesità, la lotta all'infiammazione passa attraverso gli Omega-3

    Nuove speranze per chi deve convivere con l'obesità: assumere acidi grassi omega 3 potrebbe contribuire a ridurre l'infiammazione cronica del tessuto adiposo tipica degli individui obesi che non soffrono di diabete. A suggerirlo sono i risultati di una ricerca condotta alla Medical University di Vienna (Austria), dove Bianca Itariu e colleghi hanno portato a termine il primo studio clinico controllato ad analizzare questo problema, rilevando che il trattamento con Omega-3 riduce l'espressione dei geni associati all'infiammazione. La ricerca è stata pubblicata sulle pagine dell'American Journal of Clinical Nutrition. Quanti omega 3 servono per ridurre l'infiammazione? I ricercatori austriaci hanno reclutato 55 pazienti fortemente obesi, ma non diabetici, cui hanno chiesto di assumere 3360 mg al giorno di acidi grassi EPA (acido eicosapentaenoico) e DHA (acido docosaesaenoico) o 5 grammi al giorno di burro per 8 settimane. Al termine di questo periodo è stata analizzata l'espressione dei geni associati all'infiammazione. Si sa da tempo che l'infiammazione cronica del tessuto adiposo è una caratteristica tipica dell'obesità che può portare allo sviluppo di patologie associate al grave sovrappeso, come il diabete di tipo 2. D'altra parte gli omega 3, noti per le loro proprietà protettive nei confronti di cuore e vasi sanguigni, esercitano una forte azione antinfiammatoria. I dati raccolti dimostrano che negli individui che assumono queste dosi di omega 3 i livelli della maggior parte dei geni associati all'infiammazione del tessuto adiposo diminuiscono. Non solo, in questi pazienti la produzione delle molecole che servono a contrastare l'infiammazione aumenta, mentre diminuisce quella di interleuchina-6 (un indicatore di infiammazione in corso) e dei trigliceridi dannosi per la salute cardiovascolare. Infine, anche il rapporto tra gli Omega-6 e gli Omega-3, un altro marcatore dell'infiammazione cronica associata all'obesità, diminuisce significativamente. In effetti, gli studi condotti nel corso di svariati decenni hanno evidenziato che è molto importante sia il livello di Omega 3 in quanto tale, che il loro quantità rispetto agli Omega-6. Questi ultimi, così come gli Omega-3, sono acidi grassi essenziali per l'organismo, ma hanno un'azione pro-infiammatoria. Purtroppo l'alimentazione tipica dei Paesi occidentali è molto più ricca di Omega-6 che di Omega-3, fattore che, secondo gli esperti, contribuisce al dilagare del problema dell'obesità e dei problemi ad essa associati, come la sindrome metabolica. Qualche ragionevole dubbio Secondo gli esperti i risultati ottenuti in questo studio necessitano di un ulteriore approfondimento. Il problema principale risiederebbe nella progettazione dello studio stesso. Infatti i ricercatori hanno scelto come termine di paragone rispetto al trattamento con Omega-3 l'assunzione di 5 grammi di burro, i cui grassi sono, di per sé, portatori di infiammazione. L'apporto giornaliero di burro nella popolazione austriaca è, però, di 10 grammi a persona. Ciò significherebbe che anche nei pazienti che hanno assunto 5 grammi di burro i livelli di infiammazione al termine delle 8 settimane di trattamento avrebbero potuto essere inferiori rispetto a quelli iniziali. Purtroppo gli autori dello studio non hanno valutato l'infiammazione del tessuto adiposo prima dell'inizio dell'esperimento e, quindi, non è possibile quantificare con precisione l'effetto degli Omega-3 al di là della riduzione del consumo di burro. Ci vorranno nuove ricerche per gettare luce su questo aspetto e verificare definitavamente se gli Omega-3 rappresentano una buona opportunità terapeutica nel trattamento a lungo termine dell'obesità. Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter. Fonte Itariu BK, Zeyda M, Hochbrugger EE, Neuhofer A, Prager G, Schindler K, Bohdjalian A, Mascher D, Vangala S, Schranz M, Krebs M, Bischof MG, Stulnig TM, “Long-chain n-3 PUFAs reduce adipose tissue and systemic inflammation in severely obese nondiabetic patients: a randomized controlled trial”, J Clin Nutr. 2012 Oct 3. [Epub ahead of print] A suggerirlo sono i risultati di una ricerca condotta alla Medical University di Vienna (Austria), dove tizio e colleghi hanno portato a termine il primo studio clinico controllato ad analizzare questo problema, rilevando che il trattamento con Omega-3 riduce l'espressione dei geni associati all'infiammazione. La ricerca è stata pubblicata sulle pagine dell'American Journal of Clinical Nutrition.


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  • Omega-3 proteggono il cuore dal mercurio presente nel pesce

    Il consumo di pesce può aumentare l'assunzione di mercurio dannoso per il cuore, ma gli Omega-3 di origine marina contrastano gli effetti di questo metallo. L'accumulo di mercurio nell'organismo aumenta il rischio di infarto, ma elevate concentrazioni degli Omega-3 presenti nel pesce proteggono il sistema cardiovascolare dagli effetti dannosi di questo nemico della salute. La scoperta arriva dall'Università di Umeå (Svezia), dove un gruppo di scienziati guidati dalla ricercatrice Maria Wennberg ha voluto chiarire i rischi associati all'esposizione a questo metallo, di cui possono essere ricchi gli stessi pesci da cui l'organismo ricava gli Omega-3. I risultati dei loro studi sono stati pubblicati sull'American Journal of Clinical Nutrition1. Rischi e benefici di un'alimentazione ricca di pesce Da quando, a partire dagli anni '70 del secolo scorso, i ricercatori hanno scoperto i benefici per l'apparato cardiovascolare associati al consumo di Omega-3, per proteggere la salute cardiovascolare gli esperti hanno raccomandato il consumo di alimenti ricchi di questi nutrienti. Fra questi spiccano i pesci grassi come il tonno, le aringhe, il salmone e lo sgombro. Un elevato consumo di pesce di questo tipo aumenta, però, il rischio di assumere mercurio, un metallo pericoloso per la salute. In generale, i metalli pesanti sono tossici per il sistema nervoso, soprattutto quello del feto e dei bambini. Non solo, già in passato alcuni studi avevano associato l'esposizione al mercurio contenuto nel pesce a un aumento del rischio di infarto. L'esistenza di questo legame è stato confermato anche dalla ricerca di Wennberg e colleghi. Un effetto nocivo contrastato dagli Omega-3 Gli autori dello studio hanno analizzato i livelli di mercurio presente nel sangue e nei capelli di più di 1.600 uomini in Svezia e in Finlandia. Fra questi, 572 avevano avuto un infarto del miocardio. Combinando i risultati di queste analisi con i dati riguardanti la salute e lo stile di vita dei partecipanti è stato scoperto che bastano 3 microgrammi di mercurio accumulati in 1 grammo di capelli per aumentare il rischio di infarto. Tuttavia, questa associazione è valida solo per chi ha bassi livelli di Omega-3 nell'organismo. Infatti i livelli di mercurio necessari per aumentare i rischi corsi dal cuore sono più elevati se sono presenti anche quantità elevate di Omega-3. In altre parole, mercurio e Omega-3 influenzano in modo opposto la probabilità di avere un infarto. Proteggersi dal mercurio con il pesce Secondo i ricercatori questi risultati suggeriscono che il rischio di attacco cardiaco possa essere ridotto aumentando il consumo di pesce ricco di Omega-3, ma povero di mercurio. Wennberg ha ribadito la necessità di mangiare pesce 2-3 volte alla settimana, precisando, però, che la scelta migliore per evitare di assumere troppo mercurio è quella di preferire pesci grassi non-predatori (come il salmone). Infatti i pesci che si trovano in cima alla catena alimentare, come lo sgombro reale, possono accumulare molto più mercurio rispetto ad altre specie. Per questo motivo non dovrebbero essere mangiati più di una volta alla settimana. In alternativa, gli Omega-3 possono essere assunti sotto forma di olio di pesce purificato dal mercurio. In questo caso verrebbero eliminati i rischi per il cuore, mentre i benefici resterebbero intatti.     Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.     Fonte 1. Wennberg M, Strömberg U, Bergdahl IA, Jansson JH, Kauhanen J, Norberg M, Salonen JT, Skerfving S, Tuomainen TP, Vessby B, Virtanen JK, “Myocardial infarction in relation to mercury and fatty acids from fish: a risk-benefit analysis based on pooled Finnish and Swedish data in men”, Am J Clin Nutr. 2012 Aug 15. [Epub ahead of print]        


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