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  • Fertilità maschile, il coenzima Q10 migliora la qualità dello sperma

    Gli uomini che soffrono di problemi di fertilità associati a una bassa qualità dello sperma possono migliorare la loro situazione assumendo per almeno 3 mesi supplementi a base di coenzima Q10. Questo importante antiossidante agirebbe riducendo lo stress ossidativo che alterando la qualità dello sperma può portare a infertilità e attivando gli enzimi che svolgono, a loro volta, un'azione antiossidante. Il risultato sono spermatozoi dalla forma migliore e in grado di muoversi meglio. A svelare queste potenzialità del coenzima Q10 è uno studio pubblicato sulla rivista Andrologiada un gruppo di ricercatori della Shahid Sadoughi University of Medical Sciences di Yazd (Iran). Tutte le proprietà del coenzima Q10 Il coenzima Q10 è una molecola che svolge funzioni molto simili a quelli delle vitamine. Spesso viene indicato con il nome di ubichinone perché è presente in tutto l'organismo umano, nelle cui cellule si concentra soprattutto a livello dei mitocondri, gli organelli responsabili della produzione di energia. Leggi tutto l'articolo


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  • Ricetta ricca di omega-3 e gusto: tonno in crosta di pistacchi

    Tra gli alimenti più ricchi di Omega3, un pesce molto gustoso è sicuramente il tonno. Molto facile da preparare e più salutare del triste tonno in scatola. Con il tonno in crosta di pistacchi, in poche mosse realizzerete un piatto delizioso e anche molto raffinato. Leggi tutto l'articolo


    Articolo pubblicato in Omega-3 in pesce e crostacei, Ricette ed è stato taggato con

  • Più memoria con gli omega-3, il DHA migliora la trasmissione dell'impulso nervoso

    Svelati i meccanismi attraverso cui il DHA (acido docosaesaenoico) protegge la memoria: questo acido grasso omega-3 si accumula nell'ippocampo, regione del cervello coinvolta proprio nella memoria, dove è associato ad un aumento della trasmissione dell'impulso nervoso. Arricchire la propria dieta di questo nutriente, sia mangiando il pesce che ne è ricco, sia assumendo integratori di omega-3, potrebbe aiutare a proteggere il cervello durante l'invecchiamento. L'omega 3 DHA migliora la potenza dell'impulso nervoso Ad arrivare a queste conclusioni sono stati i ricercatori dell'University of Alberta di Edmonton (Canada), grazie ad uno studio i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista Applied Physiology.ivare a queste conclusioni sono stati i ricercatori dell'University of Alberta di Edmonton (Canada), grazie ad uno studio i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista Applied Physiology. Omega 3 amici del cervello Numerosi studi hanno evidenziato i benefici per il cervello derivanti dal consumo di pesce come il salmone, il tonno e le sardine. Alla base di queste azioni positive ci sono gli omega-3, acidi grassi di cui questi pesci sono ricchi. Fra questi il più importante per il cervello è proprio il DHA. Leggi tutto l'articolo


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  • Gli omega-3 dell'olio di pesce favoriscono la guarigione delle piaghe da decubito

    L'assunzione di olio di pesce ricco di omega-3 favorisce la guarigione delle piaghe da decubito che colpiscono i pazienti costretti a passare lunghi periodi seduti o sdraiati nella stessa posizione. L'effetto è tale da migliorare lo stato delle ferite fin del 25% e permette di diminuire sia i dolori con cui deve convivere chi presenta queste lesioni, sia il rischio di eventuali infezioni. A scoprire queste potenzialità dell'olio di pesce è stato un gruppo di esperti israeliani coordinato da Pierre Singer, docente alla Sackler Faculty of Medicine dell'Università di Tel Aviv, i cui studi sono stati pubblicati sull'American Journal of Critical Care. Leggi tutto l'articolo


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  • Gli omega-3 EPA e DHA e la CoQ10 riducono del 30-33% i livelli di PSA nel sangue

    L'assunzione di Omega-3 può aiutare a ridurre i livelli ematici di PSA, un marcatore della presenza di un cancro o di infiammazioni alla prostata. In particolare, sono l'EPA (acido eicosapentaenoico) e il DHA (acido docasaesaenoico), i due acidi grassi di cui è ricco l'olio di pesce, ad esercitare questo effetto positivo che potrebbe essere sfruttato sia per prevenire l'insorgenza del tumore alla prostata, sia per eventuali nuove terapie antitumorali. Lo studio che ha portato a queste conclusioni, pubblicato da un gruppo di ricercatori del Clinical Center for Urological Disease Diagnosis di Tehran (Iran) sul British Journal of Nutrition, ha analizzato anche l'effetto dell'assunzione di altre molecole sui livelli di PSA. Mentre nel caso del coenzima Q10, noto per il suo potere antiossidante, esercita benefici simili a quelli esercitati dagli Omega-3, un importante acido grasso omega-6, il GLA (acido gamma linolenico) è associato a un aumento del PSA nel sangue. Omega-3 e Omega-6, due effetti contrastanti Sia gli Omega-3 che gli Omega-6 sono acidi grassi indispensabili per l'organismo, ma le loro azioni sono spesso contrastanti. Mentre, infatti, gli Omega-3 sono noti per la loro attività antinfiammatoria, in genere gli Omega-6 promuovono l'infiammazione. Da questo punto di vista il GLA rappresenta un'eccezione perché pur essendo un Omega-6 è stato associato ad una riduzione dei processi infiammatori. Questa nuova ricerca ha, però, dimostrato che per quanto riguarda il PSA l'acido gamma linolenico non esercita gli stessi benefici associabili all'assunzione di EPA e DHA. Protezione per gli uomini sani Gli autori hanno coinvolto 504 uomini con livelli di PSA non preoccupanti (inferiori ai 2,5 ng/ml) in uno studio di 12 settimane, durante le quali è stato loro chiesto di assumere 2 capsule 2 volte al giorno. I partecipanti sono stati divisi casualmente in quattro gruppi, cui sono state assegnate capsule contenenti Omega-3 (1,12 grammi di EPA e 0,72 grammi di DHA), GLA (600 mg), coenzima Q10 (100 mg) o un placebo. L'effetto dei quattro trattamenti è stato valutato misurando i livelli di PSA, EPA, DHA e GLA nel sangue. L'analisi dei dati così raccolti ha svelato che mentre negli individui che hanno assunto le capsule a base di Omega-3 i livelli di PSA sono diminuiti, in media, del 30%, l'assunzione di GLA ne ha provocato un aumento del 15%. L'assunzione di coenzima Q10 ha avuto un effetto simile a quello degli Omega-3, arrivando a ridurre le concentrazioni di PSA del 33%. Il vero significato del PSA Sulla base di questi risultati i ricercatori hanno ipotizzato che i supplementi a base di Omega-3 e di coenzima Q10 potrebbero esercitare un'azione protettiva sulla prostata degli uomini sani, contrastando lo sviluppo dei tumori. Tuttavia, l'uso del PSA come marcatore della presenza di un cancro alla prostata è ancora controverso: molti esperti ritengono che non sia un indicatore affidabile della presenza del tumore, che deve essere confermata attraverso altre analisi specifiche. D'altra parte, livelli troppo elevati di questa molecola possono essere associati anche ad altri disturbi alla prostata, ad esempio infiammazioni come la prostatite. Non solo, il test del PSA è utile per monitorare l'efficacia dei trattamenti del cancro che colpisce quest'organo. Per questo motivo i ricercatori iraniani ipotizzano che EPA e DHA possano essere utili anche nella terapia del tumore. Gli scienziati hanno però sottolineato che l'effetto di Omega-3 e coenzima Q10 potrebbe rendere necessario abbassare la soglia di PSA oltre la quale sospettare la presenza di un problema alla prostata negli uomini che li stanno assumendo. Il prossimo passo sarà valutare l'effetto di assunzioni per tempi maggiori e verificare se la sospensione del trattamento riporta i livelli di PSA a quelli precedenti. Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli Omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.   Fonte Safarinejad MR, Shafiei N, Safarinejad S, “Effects of EPA, γ-linolenic acid or coenzyme Q10 on serum prostate-specific antigen levels: a randomised, double-blind trial”, Br J Nutr. 2012 Nov 30:1-8        


    Articolo pubblicato in Cancro alla prostata, Fertilità maschile ed è stato taggato con

  • Gli omega-3 potrebbero ritardare il declino mentale e bloccare le malattie cardiometaboliche

    Assumere omega-3 protegge dal declino cognitivo e dalle malattie metaboliche e cardiovascolari. A dimostrarlo è uno studio dei ricercatori della Lund University (Svezia), secondo cui i risultati ottenuti confermano i benefici dell'assunzione quotidiana di questi acidi grassi per la mente e il metabolismo e sottolineano il ruolo delle scelte alimentari nella prevenzione dei problemi metabolici e cognitivi. I dettagli della ricerca sono stati pubblicati sul Nutrition Journal. Indizi preliminari Già in passato è stata dimostrata l'esistenza di un'associazione tra livelli elevati di Omega-3 nel sangue e la riduzione del rischio del declino cognitivo tipico dell'invecchiamento e dei fattori di rischio per le malattie metaboliche (come il diabete di tipo 2) e cardiovascolari. Gli studi che hanno rilevato questa associazione non permettono, però, di affermare con certezza che questi acidi grassi esercitano un effetto protettivo. Si tratta, infatti, di studi osservazionali in cui lo stato di salute dei pazienti è stato confrontato alla quantità di Omega-3 consumati senza, però, dimostrare che è proprio l'assunzione di questi nutrienti a causare la diminuzione dei rischi per la salute. Per poter stabilire l'esistenza di un reale effetto degli Omega-3 sulla salute di mente e cervello sono, invece, necessari studi clinici in cui gli acidi grassi vengano somministrati a individui sani o a pazienti affetti dalla patologia che si intende studiare. I ricercatori della Lund University hanno utilizzato proprio questo secondo approccio, dimostrando che l'assunzione di Omega-3 previene il declino cognitivo e contrasta i fattori di rischio cardiometabolici in individui sani. 2,55 g di omega 3 EPA e DHA al giorno, lo studio Prima della pubblicazione dei risultati ottenuti dal team svedese i dubbi erano ancora molti. Per questo motivo i ricercatori hanno pensato a uno studio incrociato in cui sono stati coinvolti 40 volontari sani di età compresa tra i 51 e i 72 anni. I partecipanti sono stati divisi in due gruppi, a ciascuno dei quali è stato chiesto di assumere delle capsule contenenti un placebo o 600 mg degli Omega-3 presenti nell'olio di pesce. In particolare, le capsule di olio di pesce contenevano 300 mg di EPA (acido eicosapentaenoico), 210 mg di DHA (acido docosaesaenoico) e 90 mg di altri Omega-3 non specificati. Lo studio ha previsto l'assunzione di 5 capsule al giorno, per un totale di 3 grammi di Omega-3. La prima fase, durata 5 settimane, è stata seguita da una seconda, sempre di 5 settimane, in cui i volontari hanno smesso di assumere sia il placebo, sia l'olio di pesce. A questa hanno fatto seguito altre 5 settimane in cui chi prima aveva assunto il placebo ha assunto l'olio di pesce e chi aveva assunto l'olio di pesce ha assunto il placebo. Conclusioni dello studio Le capacità cognitive dei partecipanti sono state misurate attraverso test specifici. La valutazione dei fattori di rischio cardiometabolici ha invece previsto la misurazione della pressione sanguigna, dei livelli di trigliceridi e del glucosio nel sangue e di quelli di una molecola associata all'infiammazione, il TNF-alfa (Tumor Necrosis Factor-alfa). E' stato, così, dimostrato che assumere quotidianamente gli Omega-3 presenti nell'olio di pesce per 5 settimane migliora in modo significativo le capacità cognitive di soggetti sani. Viceversa, questi acidi grassi riducono i fattori di rischio metabolici e cardiovascolari. Questi risultati hanno permesso di stabilire anche un'associazione tra i fattori che mettono a rischio cuore e metabolismo e le capacità cognitive: se i primi diminuiscono, le seconde migliorano. Per gli autori, però, le notizie degne di nota non finiscono qui. Altrettanto importante è, infatti, la conferma che agire sull'alimentazione è una buona strategia per prevenire i problemi cognitivi e metabolici associati all'invecchiamento. Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli Omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.   Fonte Nilsson A, Radeborg K, Salo I, Björck I, “Effects of supplementation with n-3 polyunsaturated fatty acids on cognitive performance and cardiometabolic risk markers in healthy 51 to 72 years old subjects: a randomized controlled cross-over study”, Nutr J. 2012 Nov 22;11(1):99


    Articolo pubblicato in Sistema cardiovascolare, Demenza, Olio di pesce ed è stato taggato con

  • Infiammazione, l'olio di pesce riduce del 16% i livelli di proteina C reattiva

    L'assunzione regolare di olio di pesce contrasta l'infiammazione riducendo del 16% i livelli di proteina C reattiva - una molecola del sistema immunitario prodotta in grandi quantità dal fegato proprio quando è in corso un fenomeno infiammatorio - agendo in modo simile a quanto fatto dalle statine, i farmaci di elezione per tenere sotto controllo il rischio cardiovascolare. A svelarlo è uno studio del Fred Hutchinson Cancer Research Center e dell'University of Washington di Seattle (Stati Uniti) pubblicato sulle pagine dell'American Journal of Epidemiology, che conferma le potenzialità dell'uso di questo integratore per la protezione nei confronti dei fenomeni infiammatori. Secondo gli autori, questa nuova ricerca che ha coinvolto ben 9.947 individui, fornisce un'ulteriore spiegazione biologica agli effetti protettivi nei confronti delle malattie croniche esercitate dall'olio di pesce, dimostrati dai risultati di numerosi studi scientifici. Dal pesce l'arma contro l'infiammazione L'azione antinfiammatoria dell'olio di pesce si basa su alcuni suoi componenti fondamentali, gli acidi grassi omega-3. Questi ultimi sono considerati molecole essenziali per l'organismo. Ciò significa che il corpo umano non è in grado di sintetizzarli autonomamente, ma ha sempre bisogno di avere a disposizione almeno il loro precursore, l'acido alfa-linolenico (ALA). Purtroppo, però, la capacità dell'organismo di sintetizzare a partire dall'ALA i due Omega-3 di cui ha bisogno (l'EPA – acido eicosapentaenoico – e il DHA – acido docosaesaenoico) è limitata. Per questo motivo la strategia migliore per garantirsi livelli adeguati di questi grassi essenziali è di scegliere fonti che contengano EPA e DHA in quanto tali. Fra queste sono inclusi il pesce grasso e l'olio da esso derivato. Cuore, ma non solo Una volta nell'organismo, gli omega-3 partecipano a molti processi differenti. Fra questi è inclusa la sintesi delle molecole che partecipano all'infiammazione, di cui costituiscono il materiale di partenza. Rispetto ad altri grassi, gli omega-3 promuovono l'accumulo di molecole che contrastano i processi infiammatori. Proprio su questa azione si basano alcuni effetti protettivi esercitati da questi acidi grassi sia nei confronti del sistema cardiovascolare che in quelli di altri tessuti, ad esempio quelli intestinali. Questa loro azione è molto interessante dal punto di vista clinico. Gli autori della ricerca hanno sottolineato come l'elevato numero di patologie cui è associata l'infiammazione, cancro incluso, spinga costantemente alla ricerca di modi tanto efficaci quanto sicuri per contrastarla. Proprio per questo l'olio di pesce è un ottimo candidato al ruolo di rimedio contro l'infiammazione. Gli studi condotti fino ad oggi hanno infatti dimostrato che oltre a prevenire la comparsa delle malattie è anche un prodotto sicuro per la salute. Continue conferme Lo stesso studio ha preso in considerazione anche altri supplementi alimentari. Solo la glucosamina e la condroitina, consigliate in caso di artrosi, hanno mostrato un effetto sui livelli di proteina C reattiva. Per il resto, i risultati ottenuti dai ricercatori di Seattle non fanno che confermare le potenzialità antinfiammatorie dell'olio di pesce e approfondire la conoscenza dei meccanismi attraverso cui gli Omega-3 proteggono la salute. Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli Omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.   Fonte Kantor ED, Lampe JW, Vaughan TL, Peters U, Rehm CD, White E, “Association between use of specialty dietary supplements and C-reactive protein concentrations”, Am J Epidemiol. 2012 Dec 1;176(11):1002-13. doi: 10.1093/aje/kws186


    Articolo pubblicato in Sistema cardiovascolare, Sistema immunitario, Olio di pesce ed è stato taggato con

  • Obesità e sindrome da alimentazione notturna, nuove speranze dagli omega-3

    La sindrome da alimentazione notturna è un disturbo alimentare caratterizzato da un consumo incontrollato di cibo durante la notte e associato a comportamenti anoressici durante il giorno. Si sa che disturbi psicologici di questo tipo aumentano il rischio di ingrassare fino all'obesità, ma i meccanismi che scatenano questo comportamento non sono ancora certi. Un nuovo studio ha svelato che gli omega 3 potrebbero frenare l'accumulo di peso associato a questi e altri disturbi del comportamento alimentare. Ad elaborare questa ipotesi sono Garret FitzGerald e i suoi collaboratori all'Università della Pennsylvania di Filadelfia (Stati Uniti), che grazie ad una serie di esperimenti condotti sui topi hanno svelato il coinvolgimento degli Omega-3 nella comunicazione tra le cellule di grasso e il cervello di chi mangia ad orari insoliti. Secondo quanto riportato sulle pagine di Nature Medicine, è sufficiente eliminare dal grasso un gene che controlla l'orologio biologico per far sì che gli animali mangino fuori orario, che i livelli di Omega-3 nelle cellule diminuiscano e che i topi diventino obesi.     La buona notizia è, però, un'altra: basta somministrare agli animali EPA (acido eicosapentaenoico) e DHA (acido docosaesaenoico), i due Omega-3 di cui è ricco il pesce, per riportare tutto alla normalità. Mangiare di notte: un problema di comunicazione Ogni organismo riesce a mantenere un bilancio fra l'energia consumata e quella assunta con il cibo grazie a complessi segnali scambiati tra il sistema nervoso e altri organi, come il fegato e il cuore. Anche il grasso partecipa a questo scambio di messaggi. Infatti oltre ad immagazzinare e rilasciare energia, le cellule adipose comunicano al cervello le quantità di grassi stipate. A trasportare questi messaggi è la leptina, un ormone che aumenta il consumo di energia e riduce l'assunzione di cibo attraverso meccanismi regolati dall'area del cervello che prende il nome di ipotalamo. FitzGerald e colleghi hanno scoperto che l'eliminazione di un gene responsabile dell'orologio biologico nelle cellule del grasso fa sì che i topi, che in genere mangiano di notte, inizino a nutrirsi durante il giorno. Questo comportamento, hanno spiegato gli scienziati, è associato ad alterazioni dell'attività dell'ipotalamo. Scendendo più nel dettaglio di questo meccanismo i ricercatori hanno osservato una diminuzione dei livelli di EPA e di DHA nelle cellule adipose di questi topi. Di conseguenza, quando gli animali mangiavano fuori orario la secrezione di questi Omega-3 nel sangue e la loro presenza nell'ipotalamo sono apparse ridotte. Risolvere il problema con gli Omega-3 Georgios Paschos, primo autore della ricerca, ha spiegato che il risultato più entusiasmante è stato riuscire ad eliminare le fluttuazioni anomale dei livelli di Omega-3 e dell'espressione dei geni nell'ipotalamo, il comportamento alimentare e la tendenza all'obesità semplicemente somministrando ai topi EPA e DHA. Questi risultati dimostrano il ruolo centrale svolto dalle cellule di grasso e dagli Omega-3 che secernono per garantire la comunicazione con l'ipotalamo, che, in questo modo, può regolare in modo opportuno il consumo di energia. D'altra parte, questo studio svela anche che alterazioni nei meccanismi cui partecipano gli Omega-3 potrebbero essere alla base della maggior incidenza dell'obesità fra chi lavora di notte o in chi soffre di disturbi del sonno. Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.   Fonte Paschos GK, Ibrahim S, Song WL, Kunieda T, Grant G, Reyes TM, Bradfield CA, Vaughan CH, Eiden M, Masoodi M, Griffin JL, Wang F, Lawson JA, Fitzgerald GA, “Obesity in mice with adipocyte-specific deletion of clock component Arntl”, Nat Med. 2012 Nov 11. doi: 10.1038/nm.2979


    Articolo pubblicato in Approfondimenti sistema nervoso, Problemi di peso ed è stato taggato con

  • Gravidanza, il mercurio nel pesce aumenta il rischio di ADHD nel bambino

    Lo sviluppo della sindrome da deficit d'attenzione e iperattività (ADHD) potrebbe essere associata ad un'esposizione del bambino al mercurio contenuto nel pesce mangiato dalla madre durante la gravidanza. Tuttavia, mangiare pesce nel periodo della gestazione è importante perché gli Omega-3 presenti in questo alimento esercitano importanti benefici sullo sviluppo del feto, prima e del bambino, poi. A svelare quello che può sembrare un inevitabile circolo vizioso è uno studio del Brigham and Women's Hospital di Boston (Stati Uniti) pubblicato sugli Archives of Pediatrics & Adolescent Medicine. Fortunatamente, però, esistono diversi modi per beneficiare degli effetti positivi degli Omega-3 evitando il pericolo di assumere dosi eccessivi di mercurio. Se, da un lato, le donne incinte dovrebbero limitare il consumo di pesce a non più di due porzioni alla settimana ed evitare pesci che possono accumulare quantità eccessive del metallo, dall'altra esistono fonti alternative di Omega-3 che non presentano gli stessi rischi del pesce: gli integratori di qualità farmaceutica. Omega-3, alleati per una gestazione di successo In passato diversi studi hanno dimostrato che durante la gravidanza il consumo di Omega-3 e di pesci che ne contengono elevate quantità promuove sia la salute materna, sia quella del bambino. Infatti questi nutrienti sono importanti per garantire il corretto sviluppo del sistema nervoso del feto. La loro azione, però, non si limita a questo. I figli delle donne che assumo grandi quantità di Omega-3 sono anche esposti a un minor rischio di sviluppare eczemi, allergie e fenomeni infiammatori. Infine, chi ha ricevuto questi preziosi nutrienti già nel ventre materno sembra avere un QI più elevato ed avere una probabilità inferiore di sviluppare l'ADHD. D'altra parte, gli Omega-3 favoriscono il buon esito della gravidanza, riducendo lo stress ossidativo, le morti perinatali e le convulsioni neonatali. Sì o no al pesce in gravidanza? Per garantirsi un corretto apporto di omega 3 è possibile fare affidamento sulle loro principali fonti alimentari, cioè i pesci grassi come le alici e le sardine. Per questo motivo gli esperti consigliano alle donne incinte di mangiare almeno due porzioni di pesce alla settimana. Questa nuova ricerca sottolinea, però, quanto il pesce possa essere pericoloso. L'analisi dei livelli di mercurio presenti nelle madri durante la gravidanza, strettamente legati al consumo di pesce, ha svelato che i loro figli hanno sviluppato più frequentemente l'ADHD quanto più elevata era la quantità di mercurio. In realtà il problema potrebbe essere ancora più grave, perché studi precedenti hanno suggerito che l'esposizione al mercurio possa essere legata anche allo sviluppo di disturbi dello spettro autistico, microcefalia, ritardi nello sviluppo, cecità e convulsioni. Ciononostante, il pesce non può essere messo al bando durante la gestazione perché apporta anche nutrienti molto importanti, tra cui, come detto, gli Omega-3. La raccomandazione degli esperti resta di non superare le due porzioni alla settimana e di evitare i pesci che potrebbero accumulare le maggiori quantità di mercurio, come lo squalo, il pesce spada, lo sgombro e il tonno fresco. Solo integratori di olio di pesce purificato Un'altra possibilità per aggirare il problema è assumere integratori di olio di pesce purificato che rispondano agli standard internazionali riguardanti la presenza di contaminanti. Leggendo attentamente l'etichetta del prodotto e controllando la presenza di eventuali certificati di analisi di laboratori terzi come p.e. IFOS, è possibile assicurarsi di acquistare supplementi che non contengano dosi pericolose di mercurio o di altri inquinanti. Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.   Fonte Sagiv SK, Thurston SW, Bellinger DC, Amarasiriwardena C, Korrick SA, “Prenatal Exposure to Mercury and Fish Consumption During Pregnancy and Attention-Deficit/Hyperactivity Disorder-Related Behavior in Children”, Arch Pediatr Adolesc Med. 2012 Oct 8:1-9. doi: 10.1001/archpediatrics.2012.1286


    Articolo pubblicato in Gravidanza, Disturbi ADHD ed è stato taggato con

  • Omega 3 contro il suicidio? La risposta in un nuovo studio dell'esercito americano

    Anni di ricerche suggeriscono che gli acidi grassi omega 3 proteggano la salute mentale, riducendo il rischio di sviluppare ansia, depressione e altri gravi disturbi comportamentali. Un nuovo studio verificherà se l'assunzione di prodotti arricchiti con questi nutrienti rappresenta una valida opportunità terapeutica per ridurre il rischio di suicidio. Prenderà presto il via un nuovo studio mirato a verificare se gli omega 3 possono aiutare a ridurre il rischio di disturbi psicologici e di suicidio. A guidare la ricerca saranno Bernadette Marriott e Hugh Myrich della Medical University of South Carolina, che verificheranno l'effetto dell'assunzione di un frappè arricchito con Omega-3, già distribuito sul mercato europeo, sulla salute mentale degli individui coinvolti nello studio. Perché proprio gli Omega-3? La scelta degli Omega-3 come possibili coadiuvanti nella riduzione del rischio di suicidio si basa sia sui risultati di ricerche precedenti, sia sull'esigenza di fare chiarezza sul coinvolgimento di questi acidi grassi nei disturbi psicologici. Se, infatti, alcuni studi non sono riusciti a stabilire una correlazione tra i livelli di Omega-3 e problematiche come l'ansia o la depressione, altri puntano in una direzione totalmente opposta, suggerendo una protezione nei confronti di depressione, dipendenza da sostanze da abuso e altri disturbi della mente. Una ricerca pubblicata sulla rivista Nutritional Neuroscience ha, ad esempio, svelato che flessibilità cognitiva e funzioni esecutive sono associate alla disponibilità di questi nutrienti. Uno studio pubblicato nel 2011 sul Journal of Clinical Psychiatry ha, invece, rilevato che i militari (uomini) caratterizzati da bassi livelli di acido docosaesaenoico (l'omega-3 noto con l'acronimo DHA) sono esposti a un rischio di suicidio superiore del 62% rispetto a quelli con i livelli più elevati di questo Omega-3. Nonostante i risultati di queste ricerche, al momento non è possibile affermare che esista una causalità, ossia che sia la carenza di Omega-3 ad indurre al suicidio. Non solo, i benefici dell'assunzione di Omega-3 si estenderebbero ben oltre gli effetti sulla salute psicologica, coinvolgendo tutti gli altri aspetti del benessere su cui questi acidi grassi hanno un effetto positivo: dalla salute dell'apparato cardiovascolare, alla riduzione del rischio di patologie invalidanti come la malattia di Alzheimer. La scelta dei partecipanti Marriott e colleghi coinvolgeranno nello studio un gruppo di veterani statunitensi ad alto rischio di comportamento suicida. L'elevato tasso di suicidi fra i reduci è, in effetti, un problema estremamente attuale ed importante nelle armate militari statunitensi, che nel solo mese di luglio del 2012 hanno registrato 38 casi di presunto suicido fra i propri soldati, il numero più elevato da quando si è iniziato a monitorare il fenomeno. Quello del suicidio è, però, un problema che si estende anche al di fuori dell'ambiente militare e che negli Stati Uniti rappresenta la quarta causa di decesso nella fascia di età fra i 18 e i 65 anni. Fortunatamente le analisi condotte dall'Istat hanno svelato che l'Italia è uno dei Paesi Ocse a più basso livello di mortalità per suicidio e che tra il 1993 e il 2009 c'è stata una continua diminuzione dell'incidenza di sucidi. Restano, tuttavia, 6,7 persone ogni 100 mila abitanti dello Stivale che scelgono di togliersi la vita ogni anno, per un totale di circa 3.800 persone. Gli Omega-3 potrebbero rappresentare un valido ed economico aiuto per arginare ulteriormente il fenomeno. Il benessere psicologico è in un frappè di Omega-3 La nuova ricerca prevede l'assunzione quotidiana, per 6 mesi, di 2 frappè arricchiti di Omega-3 o 2 frappè cui non sono stati aggiunti questi preziosi acidi grassi. Marriott ha spiegato che la scelta del prodotto da utilizzare nello studio è stata dettata dal suo ottimo gusto e dall'assenza di effetti collaterali associati alla sua assunzione. Al di là della forma di somministrazione, questo nuovo studio permetterà di fare maggior chiarezza sul ruolo svolto dagli Omega-3 nel determinare la tendenza al suicidio.   Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.   Fonti Lewis MD, Hibbeln JR, Johnson JE, Hong Lin Y, Hyun DY, Loewke JD, “Suicide Deaths of Active-Duty US Military and Omega-3 Fatty-Acid Status: A Case-Control Comparison”, J Clin Psychiatry, August 23, 2011 Johnston DT, Deuster PA, Harris WS, Macrae H, Dretsch MN, “Red blood cell omega-3 fatty acid levels and neurocognitive performance in deployed U.S. Servicemembers”, Nutr Neurosci. 2012 Jun 28


    Articolo pubblicato in Sistema nervoso, Omega-3 in altri cibi ed è stato taggato con

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