**Page description appears here**
Dagli specialisti in Omega-3 Integratori di qualità e consulenza professionale

Ricevi notizie, consigli e offerte con
Omegor Newsletter

sono sicuro

Blog Omega-3

  • Gli omega-3 alleviano i sintomi della depressione nella terza età, rivela studio italiano

    Un nuovo studio rivela che gli acidi grassi omega 3 alleviano i sintomi della depressione, in particolare di quelle forme del disturbo che, spesso, si manifestano durante la terza età. La conferma arriva dall'Università degli Studi di Milano, dove Angela Rizzo e colleghi hanno dimostrato che l'assunzione di 2,5 grammi al giorno di omega 3 EPA e DHA riduce i sintomi della depressione nelle persone anziane. I risultati dei loro studi sono stati pubblicati sul Nutrition Journal. Depressione nella terza età, un problema spesso sottovalutato Soffrire di depressione durante la terza età non è un evento raro. Ben il 13% degli anziani che vivono nella comunità ne soffre, così come il 24% dei pazienti anziani dei medici, il 30% di quelli che vengono ricoverati in ospedale e il 43% di quelli che vivono in una casa di riposo. Nonostante questo disturbo abbia conseguenze negative sulla qualità della vita piuttosto ovvie, spesso nelle persone anziane non viene nemmeno effettuata una chiara diagnosi del problema. Eppure molti casi di depressione potrebbero essere curati con un intervento tempestivo ed adeguato. Al contrario, la mancanza di cure appropriate può far sorgere problemi sia di tipo sociale, sia di tipo fisico e cognitivo. Le conseguenze fisiche di una depressione non curata possono addirittura rallentare il recupero da una malattia o da un'operazione chirurgica. Depressione e Omega-3, un legame stretto I dati raccolti dai ricercatori milanesi ha innanzitutto dimostrato in modo chiaro che in chi soffre di depressione durante la terza età i livelli dell'omega 3 EPA nelle membrane dei globuli rossi sono particolarmente bassi. Già in passato diversi studi avevano portato la comunità scientifica ad ipotizzare che gli Omega-3 potessero essere utili nel trattamento della depressione. Questo nuovo studio fornisce una conferma a quanto ipotizzato, suggerendo che questi acidi grassi possono fornire una opzione terapeutica per chi soffre di questo disturbo nella terza età. Gli Omega-3 sono un rimedio efficace contro la depressione Rizzo e colleghi hanno infatti scoperto che basta integrare la propria alimentazione con Omega-3 per due mesi per ottenere una significativa riduzione dei sintomi della depressione. I ricercatori hanno coinvolto nel loro studio 46 donne depresse di età compresa tra i 66 e i 95 anni, in cui i sintomi del disturbo sono stati valutati attraverso una scala specifica (la GDS, Geriatric Depression Scale). A 22 di queste donne sono stati fatti assumere tutti i giorni, per 8 settimane consecutive, 2,5 grammi degli Omega-3 EPA e DHA (acido docosaesaenoico), in un rapporto 2 a 1. Le altre 24 donne hanno assunto nello stesso modo e per lo stesso periodo un placebo. Al termine del periodo di somministrazione il punteggio ottenuto sulla scala GDS era significativamente più basso nelle donne che avevano assunto EPA e DHA. Allo stesso tempo, i ricercatori hanno scoperto che l'assunzione di Omega-3 aveva portato ad una diminuzione del rapporto tra l'acido arachidonico (un Omega-6) e l'EPA presente nel sangue e nelle membrane dei globuli rossi. Questo dato ha permesso, da un lato, di dimostrare il legame tra la variazione delle concentrazioni di EPA e la diminuzione dei sintomi depressivi e, dall'altro, di verificare che l'assunzione di Omega-3 permette di ridurre il rapporto tra Omega-6 e Omega-3, condizione indispensabile per mantenere un buono stato di salute.   Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.   Fonte Rizzo AM, Corsetto PA, Montorfano G, Opizzi A, Faliva M, Giacosa A, Ricevuti G, Berra B, Rondanelli M, Pelucchi C, “Comparison between the AA/EPA ratio in depressed and non depressed elderly females: omega-3 fatty acid supplementation correlates with improved symptoms but does not change immunological parameters”, Nutr J. 2012 Oct 10;11(1):82


    Articolo pubblicato in Antinvecchiamento, Depressione e disturbi bipolari ed è stato taggato con

  • Gli omega-3 riducono fino al 17% il rischio di l'ictus, scopre studio

    Un nuovo studio conferma il legame tra il consumo di cibi ricchi di omega 3 e un minor rischio di ictus. Chi consuma almeno 5 porzioni di pesce a settimana rischia del 13% meno di andare incontro a un ictus. Se poi, si focalizza l'attenzione sugli ictus di tipo ischemico, la riduzione del rischio raggiunge il 17%. Per giungere a queste conclusioni un gruppo di ricercatori dell'Università del North Carolina di Chapel Hill (Stati Uniti) ha analizzato i dati di 16 diversi studi che hanno coinvolto, in totale, 402.127 individui. I risultati dell'analisi sono stati pubblicati sulle pagine dell'European Journal of Clinical Nutrition. Dubbi privi di fondamento Già in passato diversi studi hanno rilevato una stretta associazione tra il consumo di pesce ricco di Omega-3 e, più nello specifico, tra l'assunzione di questi acidi grassi e la riduzione del rischio di ictus. Un'analisi pubblicata su Stroke dai ricercatori del Karolinska Institutet di Stoccolma (Svezia) ha, ad esempio, dimostrato che mangiare pesce ricco di Omega-3 circa 3 volte alla settimana riduce la probabilità di avere un ictus del 6%. In una ricerca successiva gli stessi studiosi hanno rilevato che elevati consumi di Omega-3 sono associati a una riduzione del rischio di ictus pari al 16%. Dati così schiaccianti sembravano non lasciare più spazio ad eventuali dubbi sul ruolo protettivo svolto da questi acidi grassi. Tuttavia, una recente pubblicazione su JAMA, peraltro oggetto di numerose critiche, aveva insinuato che gli omega-3 non fossero utili nel proteggere l'apparato cardiovascolare. Questo nuovo studio, però, rafforza ulteriormente l'ipotesi dell'esistenza di una associazione tra il consumo di pesce ricco di questi nutrienti e la riduzione del rischio di ictus. I perché dell'effetto protettivo contro l'ictus ischemico Rispetto ad altre ricerche, l'analisi condotta dai ricercatori di Chapell Hill permette di fare una distinzione tra i diversi tipi di ictus. Esistono, infatti, due generi diversi di ictus. Mentre quello emorragico è dovuto, come dice il nome stesso, ad un'emorragia nel tessuto nervoso, l'ictus ischemico è dovuto all'interruzione del flusso di sangue a causa della presenza di coaguli nei vasi che scorrono nel cervello. Infatti, spiegano gli scienziati, l'azione protettiva degli Omega-3 nei confronti dell'ictus si basa sulla loro capacità di inibire l'aggregazione delle piastrine e, quindi, di ridurre la probabilità che si formino i coaguli alla base degli eventi ischemici. Viceversa, si potrebbe pensare che quest'azione antiaggregante aumenti il rischio di emorragie e, quindi, di ictus di tipo emorragico. In realtà, questo studio elimina anche questo dubbio. I ricercatori, infatti, non hanno osservato nessun aumento dell'incidenza di ictus emorragici in chi consuma molto pesce. Benefici a lungo termine Gli autori della nuova analisi hanno posto l'accento anche su un altro aspetto: per quanto tempo vengono assunti gli Omega-3. In effetti alcuni studi che non hanno rilevato l'associazione tra il consumo di questi nutrienti e il rischio di ictus hanno valutato l'effetto dell'assunzione di supplementi a base di Omega-3 per un periodo limitato di tempo. In questo caso, invece, gli studi inclusi nell'analisi hanno avuto una durata media di 12,8 anni. Secondo i ricercatori sperimentazioni cliniche a breve termine condotte sui pazienti non possono escludere gli effetti a lungo termine sul rischio di ictus nella popolazione generale, confermati da questa analisi. Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.   Fonte Xun P, Qin B, Song Y, Nakamura Y, Kurth T, Yaemsiri S, Djousse L, He K, “Fish consumption and risk of stroke and its subtypes: accumulative evidence from a meta-analysis of prospective cohort studies”, Eur J Clin Nutr. 2012 Oct 3. doi: 10.1038/ejcn.2012.133


    Articolo pubblicato in Alimentazione, Arterie e vasi sanguigni, Ictus ed è stato taggato con

  • Gestazione, l'acido folico riduce del 32% il rischio di tumori del cervello durante l'infanzia

    Un nuovo studio scopre che assumere acido folico prima e durante la gestazione potrebbe ridurre fino al 32% il rischio di sviluppare un tumore al cervello durante l'infanzia. La ricerca che ha portato alla scoperta è stata pubblicata sulla rivista Cancer Epidemiology, Biomarkers & Prevention da un gruppo di ricercatori australiani, guidato da Elizabeth Milne del Telethon Institute for Child Health Reasearch dell'University of Western Australia. Secondo Milne, anche se si tratta di un semplice studio osservazionale, l'associazione tra la riduzione del rischio di tumori al cervello nel bambino e l'assunzione di acido folico durante la gestazione è plausibile dal punto di vista biologico. Perché in gravidanza c'è bisogno di acido folico? Le raccomandazioni sull'assunzione di acido folico prima e durante le fasi iniziali della gravidanza sono legate alla necessità di ridurre al minimo il rischio che il feto sviluppi la cosiddetta spina bifida. Quest'ultima è una grave malformazione dovuta a un difetto nello sviluppo del tubo neurale, la struttura da cui prende origine anche il sistema nervoso del bambino. Una futura mamma che, prima della gestazione, fa il pieno di acido folico riduce la probabilità di sviluppare anche molti altri difetti del tubo neurale che dipendono dall'assenza di questo prezioso nutriente. Tumori cerebrali nell'infanzia, un buon motivo per assumere più acido folico Lo studio australiano svela un motivo in più per cui una donna dovrebbe assumere acido folico nel momento in cui decide di avere un bambino. L'analisi dell'uso di integratori da parte delle mamme, rilevato tramite questionari specifici, ha infatti svelato che i multivitaminici e i supplementi a base di acido folico sono associati a una riduzione del 32% del rischio che i loro figli sviluppino un tumore al cervello durante l'infanzia. Secondo gli autori questo studio, che ha coinvolto in totale 1154 bambini (di cui 327 affetti da un tumore al cervello), è il più ampio mai condotto fino ad oggi e suggerisce che gli integratori di acido folico potrebbero essere realmente utili nella prevenzione dei tumori al cervello in età pediatrica. Tuttavia, i ricercatori non sanno ancora spiegare quali siano gli esatti meccanismi alla base di questo effetto, che potrebbero anche variare a seconda del tipo di tumore preso in considerazione. Acido folico: quando assumerlo Sulla base di questi dati, risulta chiaro che arrivare al concepimento con scorte di acido folico adeguate è fondamentale per garantire il corretto sviluppo e la salute del bambino. Per questo motivo, è lo stesso Ministero della Salute a raccomandare l'assunzione di almeno 0,4 mg al giorno di acido folico, nel periodo precedente la gestazione e nei primi tre mesi successivi al concepimento. Purtroppo, però, la maggior parte delle gravidanze non è pianificata e, quindi, una donna può ritrovarsi incinta senza aver avuto il tempo di pianificare l'assunzione di acido folico. Per questo motivo la soluzione migliore è assumere regolarmente acido folico durante l'età fertile. L'importante è non superare 1 mg al giorno, perché, anche se non è tossico, dosi eccessive possono mascherare eventuali carenze di vitamina B12, a loro volta molto pericolose. Un'alternativa è di assumere acido folico attivato, ossia metilfolato, che non maschera eventuali carenze di vitamina B12 ed è molto meglio assorbito dell'acido folico. Esistono prodotti sul mercato, fra cui il VitaDHA Materna, che contengono metilfolato al posto del acido folico che si trova nella maggior parte degli integratori. Solo nel caso in cui la donna abbia già avuto un figlio con difetti del tubo neurale le linee guida prevedono la possibilità di arrivare all'assunzione quotidiana di 4 mg di acido folico. Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.   Fonte Milne E, Greenop KR, Bower CI, Miller M, van Bockxmeer FM, Scott RJ, de Klerk NH, Ashton LJ, Gottardo NG, Armstrong BK, “Maternal use of Folic Acid and Other Supplements and Risk of Childhood Brain Tumors”, Cancer Epidemiol Biomarkers Prev. 2012 Aug 31.


    Articolo pubblicato in Alimentazione, Sistema nervoso, Gravidanza, Alimentazione in gravidanza, Età pediatrica ed è stato taggato con

  • Consumare pesce una volta al mese riduce del 30% il rischio di scompenso cardiaco

    Consumando pesce una volta al mese e livelli più elevati di ALA (acido alfa-linolenico) e DPA (acido docosapenaenoico) nel sangue riducono il rischio di scompenso cardiaco. Per ridurre la probabilità di avere uno scompenso cardiaco potrebbe bastare mettere nel piatto almeno una volta al mese pesce ricco di Omega-3. Infatti secondo uno studio pubblicato sull'American Journal of Clinical Nutrition il conseguente aumento dei livelli degli acidi grassi ALA e DPA nel sangue fa abbassare l'incidenza di questo disturbo. La scoperta è frutto di una collaborazione fra i ricercatori del Brigham and Women's Hospital, dell'Harvard Medical School e del Veterans Affairs Healthcare System di Boston e dell'Università del Minnesota di Minneapolis (Stati Uniti). Prendersi cura del cuore con gli Omega-3 Che gli Omega-3 siano alleati della salute di cuore e arterie è un fatto noto agli scienziati da diversi decenni. Infatti già negli anni '70 del secolo scorso era stata evidenziata una ridotta incidenza di malattie cardiovascolari nelle popolazioni la cui alimentazione era particolarmente ricca di questi nutrienti, assunti attraverso il pesce grasso dei mari freddi, ricco proprio di Omega-3. Da allora diverse ricerche hanno confermato queste prime osservazioni, svelando che questi acidi grassi migliorano il contenuto di lipidi (in particolare, trigliceridi e colesterolo) nel sangue, riducono il rischio di trombosi, agiscono positivamente sulla pressione sanguigna e sul ritmo cardiaco e migliorano la funzionalità dei vasi sanguigni. Gli esperti erano, però, ancora dubbiosi sull'associazione tra consumo di Omega-3 e rischio di scompenso cardiaco. Gli studi condotti a tal proposito avevano, infatti, prodotto dei risultati contrastanti. Per venire a capo della questione i ricercatori di Boston e di Minneapolis hanno condotto due analisi che hanno coinvolto, in totale, quasi 21 mila uomini di età media pari a 58,7 anni. Omega-3 diversi per esigenze differenti Gli scienziati hanno misurato le concentrazioni nel sangue di diverse forme di Omega-3. Fra queste le più note sono l'EPA (acido eicosapentaenoico) e il DHA (acido docosaesaenoico), dotati di proprietà antinfiammatorie e indispensabili per lo sviluppo del sistema nervoso. Le analisi non hanno, però, evidenziato un legame significativo tra i livelli ematici di questi due omega 3 e il rischio di scompenso cardiaco. Tuttavia, i ricercatori hanno scoperto che il consumo di almeno una porzione al mese di pesce riduce del 30% la probabilità di avere a che fare con questo disturbo. Allo stesso tempo, il rischio di scompenso cardiaco è inferiore se aumentano i livelli ematici di altri due acidi grassi appartenenti a questa famiglia: l'ALA e il DPA. Il primo è l'Omega-3 di cui sono ricchi alcuni cibi di origine vegetale, ad esempio le noci e che può essere utilizzato solo dopo essere stato convertito dall'organismo in EPA e DHA. Secondo questo studio gli uomini che hanno i livelli di ALA più elevati nel sangue hanno un rischio di scompenso cardiaco inferiore del 34% rispetto agli individui caratterizzati dai livelli più bassi. Il DPA, invece, è particolarmente abbondante nel latte materno e nell'olio di foca, ma si ottiene anche a partire dall'EPA che viene, così, attivato all'interno dei vasi sanguigni. Il team di ricercatori statunitensi ha scoperto che livelli più elevati di DPA possono ridurre fin del 45% il rischio di scompenso cardiaco. Dubbi svaniti Questi risultati gettano luce sui risultati controversi ottenuti negli studi precedenti, aggiungendo ai già comprovati benefici degli Omega-3 per la salute cardiovascolare anche la riduzione del rischio di scompenso cardiaco. Resta solo un particolare da chiarire: i benefici riscontrati negli uomini saranno validi anche per le donne? Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.   Fonte Wilk JB, Tsai MY, Hanson NQ, Gaziano JM, Djoussé L, “Plasma and dietary omega-3 fatty acids, fish intake, and heart failure risk in the Physicians' Health Study”, Am J Clin Nutr. 2012 Oct;96(4):882-8. Epub 2012 Sep 5  


    Articolo pubblicato in Sistema cardiovascolare, Infarto e scompenso cardiaco ed è stato taggato con

  • Obesità, la lotta all'infiammazione passa attraverso gli Omega-3

    Nuove speranze per chi deve convivere con l'obesità: assumere acidi grassi omega 3 potrebbe contribuire a ridurre l'infiammazione cronica del tessuto adiposo tipica degli individui obesi che non soffrono di diabete. A suggerirlo sono i risultati di una ricerca condotta alla Medical University di Vienna (Austria), dove Bianca Itariu e colleghi hanno portato a termine il primo studio clinico controllato ad analizzare questo problema, rilevando che il trattamento con Omega-3 riduce l'espressione dei geni associati all'infiammazione. La ricerca è stata pubblicata sulle pagine dell'American Journal of Clinical Nutrition. Quanti omega 3 servono per ridurre l'infiammazione? I ricercatori austriaci hanno reclutato 55 pazienti fortemente obesi, ma non diabetici, cui hanno chiesto di assumere 3360 mg al giorno di acidi grassi EPA (acido eicosapentaenoico) e DHA (acido docosaesaenoico) o 5 grammi al giorno di burro per 8 settimane. Al termine di questo periodo è stata analizzata l'espressione dei geni associati all'infiammazione. Si sa da tempo che l'infiammazione cronica del tessuto adiposo è una caratteristica tipica dell'obesità che può portare allo sviluppo di patologie associate al grave sovrappeso, come il diabete di tipo 2. D'altra parte gli omega 3, noti per le loro proprietà protettive nei confronti di cuore e vasi sanguigni, esercitano una forte azione antinfiammatoria. I dati raccolti dimostrano che negli individui che assumono queste dosi di omega 3 i livelli della maggior parte dei geni associati all'infiammazione del tessuto adiposo diminuiscono. Non solo, in questi pazienti la produzione delle molecole che servono a contrastare l'infiammazione aumenta, mentre diminuisce quella di interleuchina-6 (un indicatore di infiammazione in corso) e dei trigliceridi dannosi per la salute cardiovascolare. Infine, anche il rapporto tra gli Omega-6 e gli Omega-3, un altro marcatore dell'infiammazione cronica associata all'obesità, diminuisce significativamente. In effetti, gli studi condotti nel corso di svariati decenni hanno evidenziato che è molto importante sia il livello di Omega 3 in quanto tale, che il loro quantità rispetto agli Omega-6. Questi ultimi, così come gli Omega-3, sono acidi grassi essenziali per l'organismo, ma hanno un'azione pro-infiammatoria. Purtroppo l'alimentazione tipica dei Paesi occidentali è molto più ricca di Omega-6 che di Omega-3, fattore che, secondo gli esperti, contribuisce al dilagare del problema dell'obesità e dei problemi ad essa associati, come la sindrome metabolica. Qualche ragionevole dubbio Secondo gli esperti i risultati ottenuti in questo studio necessitano di un ulteriore approfondimento. Il problema principale risiederebbe nella progettazione dello studio stesso. Infatti i ricercatori hanno scelto come termine di paragone rispetto al trattamento con Omega-3 l'assunzione di 5 grammi di burro, i cui grassi sono, di per sé, portatori di infiammazione. L'apporto giornaliero di burro nella popolazione austriaca è, però, di 10 grammi a persona. Ciò significherebbe che anche nei pazienti che hanno assunto 5 grammi di burro i livelli di infiammazione al termine delle 8 settimane di trattamento avrebbero potuto essere inferiori rispetto a quelli iniziali. Purtroppo gli autori dello studio non hanno valutato l'infiammazione del tessuto adiposo prima dell'inizio dell'esperimento e, quindi, non è possibile quantificare con precisione l'effetto degli Omega-3 al di là della riduzione del consumo di burro. Ci vorranno nuove ricerche per gettare luce su questo aspetto e verificare definitavamente se gli Omega-3 rappresentano una buona opportunità terapeutica nel trattamento a lungo termine dell'obesità. Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter. Fonte Itariu BK, Zeyda M, Hochbrugger EE, Neuhofer A, Prager G, Schindler K, Bohdjalian A, Mascher D, Vangala S, Schranz M, Krebs M, Bischof MG, Stulnig TM, “Long-chain n-3 PUFAs reduce adipose tissue and systemic inflammation in severely obese nondiabetic patients: a randomized controlled trial”, J Clin Nutr. 2012 Oct 3. [Epub ahead of print] A suggerirlo sono i risultati di una ricerca condotta alla Medical University di Vienna (Austria), dove tizio e colleghi hanno portato a termine il primo studio clinico controllato ad analizzare questo problema, rilevando che il trattamento con Omega-3 riduce l'espressione dei geni associati all'infiammazione. La ricerca è stata pubblicata sulle pagine dell'American Journal of Clinical Nutrition.


    Articolo pubblicato in Diabete, Diabete di tipo 2, Problemi di peso, Omega-3 contro l'infiammazione ed è stato taggato con

  • Gli omega 3 EPA e DHA controllano i geni della morte cellulare

    I meccanismi alla base dei benefici degli Omega-3 dipendono dall'azione esercitata da questi nutrienti sulle membrane delle cellule, sulle molecole coinvolte nell'infiammazione e nell'ossidazione e sui geni che controllano la morte cellulare. Anni di ricerche hanno permesso di scoprire i dettagli di questi meccanismi. I loro risultati sono stati riassunti e discussi in un'analisi pubblicata sulla rivista Frontiers in Physiology dai ricercatori dell'Institute for Advanced Studies on Food (IMDEA-Food) di Madrid (Spagna)1. È emerso che questi acidi grassi esercitano molte azioni protettive, oltre a quella sul cuore associata alla loro capacità di ridurre i livelli dei trigliceridi. Gli effetti diretti su cellule e piastrine Gli Omega-3 sono acidi grassi essenziali: significa che debbono essere assunti tramite cibo o integratori alimentari. Questi grassi una volta nell'organismo formano le membrane cellulari. E' proprio qui che esercitano il loro primo effetto: grazie alle loro caratteristiche chimiche fluidificano le stesse membrane anche in zone molto specifiche. Gli Omega-3 esercitano altresì un effetto antiaggregante sulle piastrine che riduce la formazione di trombi e placche aterosclerotiche. In questo caso entrano in gioco altri 2 meccanismi: l'inibizione di un enzima necessario per l'aggregazione (COX), associata probabilmente alla riduzione dell'ossidazione nella cellula; la riduzione delle quantità della molecola utilizzata da questo enzima, l'acido arachidonico. Il risultato finale è una riduzione della produzione di alcune molecole che favoriscono la trombosi e di altre che stimolano l'infiammazione. L'azione antinfiammatoria degli Omega-3 L'azione antinfiammatoria degli Omega-3 è invece associata alla riduzione della produzione di molecole lipidiche associate all'infiammazione nonché delle citochine IL-1β, IL-6, IL-8 e TNF-α, sostanze che stimolano il sistema immunitario e l'espressione di geni dall'azione infiammatoria. La riduzione dell'infiammazione è associata anche alla capacità di prevenire dei cambiamenti nella membrana che portano all'attivazione del gene JNK, che a sua volta interferisce con l'attività dell'insulina. Alcune ricerche hanno infine svelato la presenza sulle membrane cellulari di molecole che rilevano la presenza di Omega-3 e inibiscono i meccanismi molecolari alla base della risposta infiammatoria nel sistema immunitario e nelle cellule adipose. Questo fenomeno riporta alla normalità l'attività dell'insulina e riduce così il rischio di obesità. L'effetto antiossidante degli Omega-3 Gli Omega-3 sono molecole che possono ossidarsi facilmente. Per questo sono sorti molti dubbi sul fatto che assumerne grandi quantità possa aumentare i livelli di ossidazione nell'organismo. Alcuni studi hanno dimostrato che un aumento dell'ossidazione dei lipidi, ad esempio nelle cellule del fegato, può avere effetti positivi sul metabolismo dei grassi Gli Omega-3 riducono inoltre i livelli nelle urine di noti marcatori dello stress ossidativo, gli isoprostani, e limitando l'attività di NOX2 e NOX4, enzimi responsabili della produzione di  molecole dall'attività ossidante. Gli Omega-3 inibiscono altresì l'attività della proteina sPLA2, un noto fattore di rischio cardiovascolare, e riducono nel fegato i livelli del colesterolo “cattivo” degradando il componente ApoB. I microRNA Le ultime scoperte invece riguardano l'azione svolta dagli Omega-3 sulla produzione dei microRNA (miRNA), piccoli RNA che regolano l'espressione dei geni. Gli Omega-3 attraverso questo meccanismo contrastano alcuni disturbi nel fegato, come la resistenza all'insulina e l'infiammazione, e influenzano l'espressione di PTEN, gene che contrasta la formazione di tumori. Anche l'azione protettiva nei confronti del cancro al colon sembra essere mediata dall'azione degli Omega-3 sui miRNA. In altre forme tumorali, come il glioma, questa attività  aumenterebbe l'espressione di geni che inducono la morte delle cellule cancerose. Tuttavia, l'effetto degli Omega-3 sui miRNA potrebbe essere indiretto e coinvolgere molecole che vengono prodotte a partire da questi acidi grassi durante i processi infiammatori, come le resolvine. Diverse azioni per un solo principio attivo Appare chiaro da questa analisi che le capacità che sono valse agli Omega-3 l'appellativo di acidi grassi “amici” della salute vanno oltre l'azione svolta contro l'accumulo dei trigliceridi nel sangue. A livello macroscopico i meccanismi scatenati nell'organismo da questi nutrienti migliorano la salute cardiovascolare e nervosa. Ulteriori ricerche permetteranno di scendere ancora di più nel dettaglio dei loro effetti microscopici.     Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.       Fonte 1. Visioli F, Giordano E, Nicod NM, Dávalos A, “Molecular targets of omega 3 and conjugated linoleic Fatty acids - "micromanaging" cellular response”, Front Physiol. 2012;3:42. Epub 2012 Feb 29


    Articolo pubblicato in Speciali Omega-3, Benefici degli Omega-3 in pillole ed è stato taggato con

  • L'integrazione con omega 3 da olio di pesce potrebbe rallentare l'invecchiamento biologico

    Una sorprendente scoperta dimostra che riducendo il rapporto fra gli omega 6 e gli omega 3 nell'organismo attraverso l'integrazione con olio di pesce ad alto dosaggio si potrebbe rallentare l'invecchiamento cellulare e del 15% lo stress ossidativo in adulti sani. Ad evidenziare questo nuovo effetto degli acidi rassi omega-3 presenti nell'olio di pesce è una ricerca pubblicata da Janice Kiecolt-Glaser e colleghi dell'Ohio State University (Columbus, Stati Uniti) sulla rivista Brain, Behavioue, and Immunity. I telomeri, un indicatore dell'invecchiamento biologico I ricercatori statunitensi hanno preso in considerazione come indicatore dell'invecchiamento la lunghezza dei telomeri, cioè della parte terminale dei cromosomi che contengono il Dna delle cellule. Diverse ricerche hanno dimostrato che in caso di patologie associate all'invecchiamento queste strutture sono più corte rispetto alla norma. Non solo, telomeri più corti sono associati a stili di vita poco salutari e a una mortalità precoce. Questo studio si è focalizzato sulla loro lunghezza nei globuli bianchi di individui che hanno assunto quotidianamente per 4 mesi 2,5 grammi o 1,25 grammi degli Omega-3 EPA (acido eicosapentaenoico) e DHA (acido docosaesaenoico) in un rapporto pari a 7:1. Questo parametro è stato confrontato con la lunghezza dei telomeri in persone che, invece, hanno assunto una miscela rappresentativa del consumo medio di grassi nella tipica alimentazione americana. Considerando semplicemente la quantità di Omega-3 assunti i ricercatori non hanno rilevato una differenza significativa nella lunghezza dei telomeri nei diversi individui che hanno partecipato allo studio. Tuttavia, focalizzando l'attenzione sul rapporto tra Omega-6 e Omega-3 è emerso che valori più bassi (associati, quindi, a quantità più elevate di Omega-3) sono associati a telomeri più lunghi. Risultati simili sono stati ottenuti anche analizzando l'attività della telomerasi, l'enzima da cui dipende la lunghezza dei telomeri. Nell'insieme questi dati indicano che tanto più è basso il rapporto Omega-6/Omega-3, tanto minore è l'invecchiamento delle cellule. Omega-3 e Omega-6: due effetti contrapposti I risultati ottenuti ribadiscono quanto sia importante garantirsi un'alimentazione tale da mantenere i livelli di Omega-6 e Omega-3 in un bilancio ottimale. Infatti, anche se in entrambi i casi si tratta di acidi grassi essenziali per l'organismo, la loro azione è perlopiù contrapposta e mentre nella maggior parte dei casi gli Omega-6 promuovono i fenomeni infiammatori, gli Omega-3 hanno uno spiccato effetto antinfiammatorio. Purtroppo le diete occidentali moderne sono particolarmente ricche di Omega-6. Molti esperti ritengono che l'aumento del consumo di questi acidi grassi a scapito dei più salutari Omega-3 sia almeno in parte responsabile dell'aumento di alcune patologie come, ad esempio, le malattie cardiovascolari. I risultati di questo nuovo studio hanno ribadito come un approccio mirato alla riduzione del rapporto tra Omega-6 e Omega-3 basato sull'aumento del consumo di questi ultimi può essere efficace per migliorare lo stato di salute. Non solo, Kiecolt-Glaser ha commentato la scoperta dell'influenza degli Omega-3 sulla lunghezza dei telomeri sottolineando che supporta l'ipotesi che l'assunzione di integratori alimentari possa davvero influenzare i processi di invecchiamento. Anti-invecchiamento e anti-infiammatori Oltre all'effetto protettivo contro l'accorciamento dei telomeri, i ricercatori hanno scoperto che entrambe le dosi di Omega-3 testate riducono del 15% circa lo stress ossidativo, un fattore associato a diversi disturbi, inclusi quelli cardiovascolari e quelli neurodegenerativi. Questi risultati si uniscono a quelli ottenuti in precedenza dagli stessi ricercatori, che hanno dimostrato che l'assunzione di Omega-3 è efficace nel ridurre i livelli di infiammazione, un altro fattore importante nel determinare lo stato di salute. Sulla base di tutte queste evidenze gli autori hanno concluso che gli integratori di Omega-3 potrebbero rappresentare un raro caso in cui un solo intervento nutrizionale può contribuire a ridurre il rischio di diverse patologie associate all'invecchiamento: dalle malattie coronariche al diabete, passando per l'Alzheimer. Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.   Fonte Kiecolt-Glaser JK, Epel ES, Belury MA, Andridge R, Lin J, Glaser R, Malarkey WB, Hwang BS, Blackburn E, “Omega-3 fatty acids, oxidative stress, and leukocyte telomere length: A randomized controlled trial”, Brain Behav Immun. 2012 Sep 23. pii: S0889-1591(12)00431-X. doi: 10.1016/j.bbi.2012.09.004. [Epub ahead of print]


    Articolo pubblicato in Antinvecchiamento, Rischio cardiovascolare ed è stato taggato con

  • Omega 3 EPA e DHA, coppia invincibile di difensori del sistema cardiovascolare

    Gli Omega-3 EPA (acido eicosapentaenoico) e DHA (acido docosaesaenoico) agiscono insieme e in modo specifico a difesa del sistema cardiovascolare. Per questo motivo garantirsi il giusto apporto di entrambi questi nutrienti è la strategia migliore per ottenere l'effetto protettivo più elevato possibile per la salute cardiovascolare. E' questo il consiglio di Dariush Mozaffarian e Jason Wu, esperti dell'Harvard School of Public Health di Boston (Usa), che hanno pubblicato sul Journal of Nutrition un'analisi dei benefici dei due acidi grassi rilevati in una serie di sperimentazioni condotte sia sull'uomo, sia sugli animali. L'importanza di assumere EPA e DHA con l'alimentazione Sono molte le ricerche che, dagli anni '70 del secolo scorso ad oggi, hanno dimostrato i benefici per la salute cardiovascolare associati agli Omega-3 presenti nel pesce e nell'olio di pesce. Tuttavia nessuno studio ha chiarito se i due principali Omega-3 di origine alimentare, l'EPA e il DHA, hanno effetti sovrapponibili o complementari. Ciò che si sa è che il DHA deve essere assunto direttamente con l'alimentazione perché l'organismo umano è in grado di sintetizzarne solo piccole quantità a partire dall'EPA. Anche per quanto riguarda quest'ultimo la via di assunzione più efficace è il pesce grasso, ad esempio il salmone, lo sgombro e le aringhe, che contengono EPA ad alte concentrazioni e immediatamente disponibile all'uso. In questo caso, però, parte delle quantità richieste dal corpo umano per mantenersi in salute possono essere ottenute da alcuni precursori presenti in alimenti vegetali, come l'acido alfa-linolenico (ALA). Un'assunzione combinata per ottenere i massimi benefici L'analisi condotta da Mozzafarian e Wu dimostra che in alcuni casi EPA e DHA esercitano gli stessi benefici sul sistema cardiovascolare. Ne sono un esempio la riduzione dei livelli di trigliceridi, il benessere delle arterie, il minor rischio di trombi e il miglioramento di alcuni parametri dell'infiammazione e dello stress ossidativo. Tuttavia, altri benefici sono specificamente associati a uno dei due Omega-3. Il DHA, ad esempio, riduce il rischio di attacchi cardiaci fatali associati alle aritmie cardiache, mentre non è chiaro se anche l'EPA eserciti un effetto protettivo di questo tipo. Non solo, il DHA svolge azioni specifiche anche sulle particelle di colesterolo. D'altra parte, alcuni studi indicano che solo l'EPA riduce la probabilità di dover avere a che fare con problemi cardiovascolari non fatali. Sulla base di queste evidenze, gli autori dell'analisi consigliano di garantirsi un'assunzione adeguata sia di EPA, sia di DHA. Secondo i due ricercatori un approccio di questo tipo permette di beneficiare delle azioni di entrambi questi Omega-3 in tutte le fasi della vita. Un esempio? I bambini non riescono a sintetizzare livelli abbastanza elevati di DHA a partire dall'EPA e per sfruttare le azioni specifiche di questo Omega-3 devono assumerlo direttamente con l'alimentazione. Gli alimenti vegetali garantiscono abbastanza EPA? Per quanto riguarda, poi, l'EPA, i ricercatori hanno precisato che le quantità di questo acido grasso sintetizzabili a partire dall'ALA presente in alimenti di origine vegetali, come le noci, sono piuttosto basse. Tuttavia, questo tipo di fonte alimentare può essere importante per chi non mangia abbastanza pesce e, quindi, non riuscirebbe a garantirsi altrimenti i benefici specifici dell'EPA. Non solo, fra le possibili fonti di Omega-3, Mozzafarian e Wu hanno ricordato anche l'esistenza di integratori a base di EPA e DHA purificati, utili per garantirsi un corretto apporto di entrambi questi acidi grassi. Le dosi consigliate Commentando i risultati dell'analisi, i due ricercatori hanno sottolineato l'importanza di nuovi studi che permettano di chiarire ulteriormente le azioni specifiche esercitate da EPA e DHA. Proprio perché il quadro degli effetti specifici di questi Omega-3 non è ancora completo, al momento non è possibile affermare quali siano le quantità esatte di ciascun acido grasso da assumere quotidianamente. Tuttavia, per ottenere i massimi benefici cardiovascolari, non bisognerebbe scendere al di sotto dei 250-500 milligrammi al giorno totali di EPA+DHA.   Nota della redazione In Italia e nella zona UE, le recenti linee guida ufficiali specificano quantità giornaliere precise, secondo le seguenti diciture: Salute del cuore: 250 mg di EPA e il DHA contribuiscono alla normale funzione cardiaca. Funzioni cerebrale e visiva: 250 mg di DHA contribuiscono al mantenimento delle normali funzioni cerebrali e visive. Livello dei trigliceridi: 2000 mg di EPA e DHA contribuiscono al mantenimento delle concentrazioni di trigliceridi nel sangue. Pressione arteriosa:  3000 mg di EPA e DHA contribuiscono al mantenimento della pressione sanguigna. Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.   Fonte Mozaffarian D, Wu JH, “(n-3) fatty acids and cardiovascular health: are effects of EPA and DHA shared or complementary?”, J Nutr. 2012 Mar;142(3):614S-625S


    Articolo pubblicato in Sistema cardiovascolare, Rischio cardiovascolare ed è stato taggato con

  • Pesce, omega-3 e vitamine riducono l'incidenza di linfomi non Hodgkin fino al 60%

    Una ricerca internazionale scopre che un'alimentazione ricca degli Omega-3 presenti nel pesce grasso e delle vitamine contenute in frutta e verdura riduce il rischio di sviluppare un linfoma di tipo non Hodgkin del 60%. I primi indizi del ruolo protettivo di questi nutrienti nei confronti di questo tipo di tumore provengono da uno studio condotto in collaborazione da ricercatori svedesi, danesi e statunitensi pubblicato sull'American Journal of Epidemiology1. La ricerca ha portato ad ipotizzare che l'azione antinfiammatoria degli Omega-3 possa aiutare a ridurre la probabilità di sviluppare questo tumore. L'importanza dell'alimentazione nella lotta contro il cancro Da quando, a partire dagli anni '70 del secolo scorso, sono stati scoperti i primi benefici degli Omega-3 di origine alimentare per la salute del sistema cardiovascolare, molte ricerche hanno svelato l'azione protettiva di questi acidi grassi nei confronti di altri organi e tessuti. Fra le patologie contrastare da questi nutrienti sono incluse diverse forme di cancro, da quello al colon retto a quelli al seno e alla prostata. Lo studio pubblicato sull'American Journal of Epidemiology si è concentrato sui linfomi di tipo non-Hodgkin. Questi sono delle forme tumorali che colpiscono il sistema linfatico e che includono una trentina di tipi di tumori differenti. L'analisi dei dati relativi alle abitudini alimentari di 591 pazienti affetti da linfoma non-Hodgkin e di 460 individui sani ha svelato che il consumo di pesce e di acidi grassi Omega-3 è associato a un minor rischio di sviluppare un tumore appartenente a questa classe. Scendendo più nel dettaglio dei diversi tipi di linfoma non-Hodgkin, i ricercatori hanno osservato che l'effetto del consumo di pesce e di Omega-3 è maggiore per alcune varianti specifiche di questo tumore. Quanto pesce serve per proteggersi? Secondo gli autori della ricerca, guidati da Ellen Chang del Northern California Cancer Center (Fremont, Stati Uniti), un'assunzione media di 0,8 grammi al giorno degli acidi grassi Omega-3 contenuti nel pesce riduce l'incidenza delle diverse forme di linfoma considerate di una quota variabile tra il 20 e il 60%. Dallo studio è, inoltre, emerso che il rischio di sviluppare questo tipo di tumore si riduce del 30-50% se gli Omega-3 vengono assunti sotto forma di integratori alimentari. L'importanza del beta-carotene e della vitamina E Nella stessa ricerca gli scienziati hanno osservato che gli individui che consumano le dosi più elevate di beta-carotene (4,4 microgrammi al giorno), sono esposti a un rischio di linfoma minore del 40% rispetto a chi ne assume le quantità più basse (1,2 microgrammi al giorno). In modo simile, un apporto di vitamina E pari a 9,8 milligrammi al giorno riduce la probabilità di sviluppare un linfoma non-Hodgkin del 60% rispetto al rischio corso da chi ne consuma solo 5 milligrammi al giorno. Sia frutta e verdura, ricche di vitamine dal potere antiossidante, sia il pesce grasso ricco di Omega-3 rappresentano degli utili alleati nella protezione dell'organismo da questo tipo di tumore. Fonte 1. Chang ET, Bälter KM, Torrång A, Smedby KE, Melbye M, Sundström C, Glimelius B, Adami HO, “Nutrient intake and risk of non-Hodgkin's lymphoma”, Am J Epidemiol. 2006 Dec 15;164(12):1222-32. Epub 2006 Sep 27


    Articolo pubblicato in Tumori, Leucemie, linfomi e mielomi ed è stato taggato con

  • Le malattie cardiovascolari, gli omega 3 e lo studio dalle conclusioni sbagliate

    Il Prof. William S. Harris, autorità mondiale sul ruolo degli omega 3 nelle malattie cardiovascolari, critica le basi scientifiche che rendono invalide le conclusioni di una recente meta analisi che ha gettato dubbi sui benefici di questi acidi grassi. I dubbi sollevati di recente sull'utilità di assumere Omega-3 per ridurre il rischio di malattie cardiovascolari non trovano riscontro nella realtà dei fatti e lo studio è A dirlo è il Prof. William S. Harris, professore di medicina dell'Università del South Dakota (Sioux Falls, Usa) ed esperto di Omega-3, in risposta ai risultati pubblicati da Evangelos Rizos e colleghi sul Journal of the American Medical Association1 (JAMA). Secondo Harris, Rizos e colleghi sono giunti a conclusioni troppo definitive basandosi su un'analisi statistica molto più restrittiva rispetto a quelle normalmente condotte e accettate dalla comunità scientifica. Omega-3 e malattie cardiovascolari, i perché dei dubbi I primi studi sui benefici degli Omega-3 per il sistema cardiovascolare risalgono agli anni '70 del secolo scorso. Da allora i ricercatori hanno raccolto sempre più prove a favore dell'ipotesi che aumentare l'assunzione di questi acidi grassi protegge dalle malattie che colpiscono il cuore e i vasi sanguigni. Rizos e colleghi hanno riesaminato i risultati di 20 studi che, in totale, hanno coinvolto circa 70.000 individui per capire se l'assunzione degli Omega-3 contenuti nell'olio di pesce riduce realmente il rischio di attacchi di cuore, ictus o morte prematura a causa di problemi cardiovascolari. Scopo dell'analisi, non la prima nel suo genere, era quello di fare chiarezza su una tematica di grande attualità. In realtà, le conclusioni degli autori hanno creato maggiore confusione sul tema. Secondo Harris questa confusione nasce dalle affermazioni troppo nette e generalizzate di Rizos e colleghi, basate su un'analisi statistica molto più restrittiva rispetto agli standard della comunità scientifica. L'importanza di una corretta analisi statistica Gli autori dell'analisi pubblicata su JAMA hanno concluso che gli Omega-3 non esercitano nessun beneficio statisticamente significativo sul rischio di malattie cardiovascolari. Ma cosa significa, esattamente, l'espressione “statisticamente significativo” nella loro intepretazione? Una significatività statistica non rappresenta una certezza, ma una probabilità. Un risultato statisticamente significativo è un risultato che è molto più probabile che sia vero piuttosto che sia falso. Quando i ricercatori eseguono un'analisi statistica scelgono quanto deve essere ampia la probabilità che il risultato sia sbagliato. Rizos e colleghi hanno deciso di impostare i parametri della loro analisi riducendo questa probabilità molto più di quanto non facciano normalmente gli scienziati. Questa scelta arbitraria ha reso statisticamente non significativa l'associazione tra olio di pesce e riduzione del rischio cardiovascolare. Harris ha spiegato che mantenendo i parametri statistici standard sarebbe invece risultato che l'olio di pesce riduce del 9% il rischio di morte a causa di una malattia del cuore. Delle 16 analisi di questo tipo fatte su diversi argomenti e pubblicate da JAMA nel 2012, quella di Rizos è l'unica ad aver cambiato i parametri statistici. Questa scelta del tutto soggettiva ha trasformato un effetto favorevole degli omega 3 in un non effetto. Quantità troppo basse di omega 3? Harris si è soffermato anche su un altro aspetto tecnico degli studi coinvolti in questa analisi, precisando che nell'84% dei casi gli Omega-3 sono stati assunti sotto forma di esteri etilici. Secondo recenti ricerche questa particolare forma di omega 3 viene assorbita molto poco se assunta a stomaco vuoto (24). Ciò significa che, in realtà, la maggior parte dei 70.000 individui coinvolti nell'analisi potrebbe aver assunto dosi di Omega 3 troppo basse per poter avere dei benefici. E' giusto generalizzare i risultati? Se quelli riguardante la statistica e le dosi assunte sono dettagli piuttosto tecnici, l'interpretazione dei risultati lo è molto meno e secondo Harris le conclusioni cui sono giunti Rizos e colleghi sono troppo nette. L'esperto sottolinea che, proprio in base alle conoscenze attuali sui benefici dell'assunzione di Omega-3, sarebbe stato più corretto fare delle distinzioni basate sul quadro clinico dei pazienti che hanno assunto questi acidi grassi. Harris è, ad esempio, d'accordo sul fatto che in pazienti di età media pari a 63 anni cui è stata diagnosticata una malattia cardiovascolare e che stanno seguendo una terapia medica ottimale l'assunzione di circa 1 grammo al giorno di Omega-3 per 2 anni non riduce i rischi per cuore e arterie più di quanto non facciano le cure mediche già in corso. La situazione potrebbe essere diversa per chi assume dosi maggiori di Omega-3 o ne assume 1 grammo, ma per più di 2 anni. L'analisi di Rizo, inoltre, non dimostra che gli Omega-3 non danno nessun beneficio a pazienti in una fase più precoce della malattia o che non stanno ricevendo cure ottimali. Per questi motivi secondo Harris i risultati di questa ampia analisi non possono essere applicati alla realtà. Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie della ricerca scientifica sugli Omega-3 iscriviti alla nostra newsletter. Riferimenti bibliografici (1)     Rizos EC, Ntzani EE, Bika E, Kostapanos MS, Elisaf MS. Association between omega-3 fatty acid supplementation and risk of major cardiovascular disease events: a systematic review and meta-analysis. JAMA 2012;308:1024-1033. (2)     Burr ML, Fehily AM, Gilbert JF, Rogers S, Holliday RM, Sweetnam PM, Elwood PC, Deadman NM. Effects of changes in fat, fish, and fibre intakes on death and myocardial reinfarction: diet and reinfarction trial (DART). Lancet 1989;2:757-761. (3)     Burr ML, Ashfield-Watt PA, Dunstan FD, Fehily AM, Breay P, Ashton T, Zotos PC, Haboubi NA, Elwood PC. Lack of benefit of dietary advice to men with angina: results of a controlled trial. Eur J Clin Nutr 2003;57:193-200. (4)     Kwak SM, Myung SK, Lee YJ, Seo HG. Efficacy of Omega-3 Fatty Acid Supplements (Eicosapentaenoic Acid and Docosahexaenoic Acid) in the Secondary Prevention of Cardiovascular Disease: A Meta-analysis of Randomized, Double-blind, Placebo- Controlled Trials. Arch Intern Med 2012. (5)     Marchioli R, Barzi F, Bomba E, Chieffo C, et al. Early protection against sudden death by n-3 polyunsaturated fatty acids after myocardial infarction: time-course analysis of the results of the Gruppo Italiano per lo Studio della Sopravvivenza nell'Infarto Miocardico (GISSI)-Prevenzione. Circulation 2002;105:1897-1903. (6)     Yokoyama M, Origasa H, Matsuzaki M, Matsuzawa Y, et al. Effects of eicosapentaenoic acid on major coronary events in hypercholesterolaemic patients (JELIS): a randomised open-label, blinded endpoint analysis. Lancet 2007;369:1090-1098. (7)     Boekholdt SM, Arsenault BJ, Mora S, Pedersen TR, et al. Association of LDL cholesterol, non-HDL cholesterol, and apolipoprotein B levels with risk of cardiovascular events among patients treated with statins: a meta-analysis. JAMA 2012;307:1302-1309. (8)     Lopez-Olivo MA, Tayar JH, Martinez-Lopez JA, Pollono EN, et al. Risk of malignancies in patients with rheumatoid arthritis treated with biologic therapy: a meta-analysis. JAMA 2012;308:898-908. (9)     Den Ruijter HM, Peters SA, Anderson TJ, Britton AR, et al. Common carotid intima- media thickness measurements in cardiovascular risk prediction: a meta-analysis. JAMA 2012;308:796-803. (10)   Mustafic H, Jabre P, Caussin C, Murad MH, Escolano S, Tafflet M, Perier MC, Marijon E, Vernerey D, Empana JP, Jouven X. Main air pollutants and myocardial infarction: a systematic review and meta-analysis. JAMA 2012;307:713-721. (11)   Jackson JL, Kuriyama A, Hayashino Y. Botulinum toxin A for prophylactic treatment of migraine and tension headaches in adults: a meta-analysis. JAMA 2012;307:1736-1745. (12)   Preiss D, Tikkanen MJ, Welsh P, Ford I, et al. Lipid-modifying therapies and risk of pancreatitis: a meta-analysis. JAMA 2012;308:804-811. (13)   Hempel S, Newberry SJ, Maher AR, Wang Z, et al. Probiotics for the prevention and treatment of antibiotic-associated diarrhea: a systematic review and meta-analysis. JAMA 2012;307:1959-1969. (14)   Bolton KL, Chenevix-Trench G, Goh C, Sadetzki S, et al. Association between BRCA1 and BRCA2 mutations and survival in women with invasive epithelial ovarian cancer. JAMA 2012;307:382-390. (15)   Ekelund U, Luan J, Sherar LB, Esliger DW, Griew P, Cooper A. Moderate to vigorous physical activity and sedentary time and cardiometabolic risk factors in children and adolescents. JAMA 2012;307:704-712. (16)   Januel JM, Chen G, Ruffieux C, Quan H, et al. Symptomatic in-hospital deep vein thrombosis and pulmonary embolism following hip and knee arthroplasty among patients receiving recommended prophylaxis: a systematic review. JAMA 2012;307:294-303. (17)   Chico RM, Mayaud P, Ariti C, Mabey D, Ronsmans C, Chandramohan D. Prevalence of malaria and sexually transmitted and reproductive tract infections in pregnancy in sub- Saharan Africa: a systematic review. JAMA 2012;307:2079-2086. (18)   Matsushita K, Mahmoodi BK, Woodward M, Emberson JR, et al. Comparison of risk prediction using the CKD-EPI equation and the MDRD study equation for estimated glomerular filtration rate. JAMA 2012;307:1941-1951. (19)   Udell JA, Wang CS, Tinmouth J, FitzGerald JM, Ayas NT, Simel DL, Schulzer M, Mak E, Yoshida EM. Does this patient with liver disease have cirrhosis? JAMA 2012;307:832-842. (20)   Reddy M, Gill SS, Wu W, Kalkar SR, Rochon PA. Does this patient have an infection of a chronic wound? JAMA 2012;307:605-611. (21)   Nishijima DK, Simel DL, Wisner DH, Holmes JF. Does this adult patient have a blunt intra-abdominal injury? JAMA 2012;307:1517-1527. (22)   Kris-Etherton PM, Harris WS, Appel LJ. Fish consumption, fish oil, omega-3 fatty acids, and cardiovascular disease. Circulation 2002;106:2747-2757. (23)   Frishman WH. Importance of medication adherence in cardiovascular disease and the value of once-daily treatment regimens. Cardiol Rev 2007;15:257-263. (24)   Davidson MH, Kling D, Maki KC. Novel developments in omega-3 fatty acid-based strategies. Curr Opin Lipidol 2011;22:437-444.


    Articolo pubblicato in Sistema cardiovascolare, Rischio cardiovascolare ed è stato taggato con

Articoli da 191 a 200 di 392 totali

Pagina:
  1. 1
  2. ...
  3. 18
  4. 19
  5. 20
  6. 21
  7. 22
  8. ...
  9. 40
 

Iscriviti a Omegor Newsletter e ricevi subito nella tua casella email

Omegor Newsletter ti tiene aggiornato delle utime scoperte sui benefici degli omega-3 per la salute, contiene le risposte dei nostri esperti farmacisti alle domande dei lettori e gustose offerte promozionali sui nostri prodotti

Ho preso visione dell’ Informativa Privacy D.Lgs.30.06.2003 n. 196.
Acconsento al trattamento dei miei dati(indirizzo di posta
elettronica) per finalita di marketing.


*valido solo per i nuovi iscritti al sito web Chiudi
 

Omegor Newsletter ti tiene aggiornato delle utime scoperte sui benefici degli omega-3 per la salute, contiene le risposte dei nostri esperti farmacisti alle domande dei lettori e gustose offerte promozionali sui nostri prodotti

Ho preso visione dell’ Informativa Privacy D.Lgs.30.06.2003 n. 196.
Acconsento al trattamento dei miei dati(indirizzo di posta
elettronica) per finalita di marketing.



Chiudi