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  • Omega 3 EPA e DHA, coppia invincibile di difensori del sistema cardiovascolare

    Gli Omega-3 EPA (acido eicosapentaenoico) e DHA (acido docosaesaenoico) agiscono insieme e in modo specifico a difesa del sistema cardiovascolare. Per questo motivo garantirsi il giusto apporto di entrambi questi nutrienti è la strategia migliore per ottenere l'effetto protettivo più elevato possibile per la salute cardiovascolare. E' questo il consiglio di Dariush Mozaffarian e Jason Wu, esperti dell'Harvard School of Public Health di Boston (Usa), che hanno pubblicato sul Journal of Nutrition un'analisi dei benefici dei due acidi grassi rilevati in una serie di sperimentazioni condotte sia sull'uomo, sia sugli animali. L'importanza di assumere EPA e DHA con l'alimentazione Sono molte le ricerche che, dagli anni '70 del secolo scorso ad oggi, hanno dimostrato i benefici per la salute cardiovascolare associati agli Omega-3 presenti nel pesce e nell'olio di pesce. Tuttavia nessuno studio ha chiarito se i due principali Omega-3 di origine alimentare, l'EPA e il DHA, hanno effetti sovrapponibili o complementari. Ciò che si sa è che il DHA deve essere assunto direttamente con l'alimentazione perché l'organismo umano è in grado di sintetizzarne solo piccole quantità a partire dall'EPA. Anche per quanto riguarda quest'ultimo la via di assunzione più efficace è il pesce grasso, ad esempio il salmone, lo sgombro e le aringhe, che contengono EPA ad alte concentrazioni e immediatamente disponibile all'uso. In questo caso, però, parte delle quantità richieste dal corpo umano per mantenersi in salute possono essere ottenute da alcuni precursori presenti in alimenti vegetali, come l'acido alfa-linolenico (ALA). Un'assunzione combinata per ottenere i massimi benefici L'analisi condotta da Mozzafarian e Wu dimostra che in alcuni casi EPA e DHA esercitano gli stessi benefici sul sistema cardiovascolare. Ne sono un esempio la riduzione dei livelli di trigliceridi, il benessere delle arterie, il minor rischio di trombi e il miglioramento di alcuni parametri dell'infiammazione e dello stress ossidativo. Tuttavia, altri benefici sono specificamente associati a uno dei due Omega-3. Il DHA, ad esempio, riduce il rischio di attacchi cardiaci fatali associati alle aritmie cardiache, mentre non è chiaro se anche l'EPA eserciti un effetto protettivo di questo tipo. Non solo, il DHA svolge azioni specifiche anche sulle particelle di colesterolo. D'altra parte, alcuni studi indicano che solo l'EPA riduce la probabilità di dover avere a che fare con problemi cardiovascolari non fatali. Sulla base di queste evidenze, gli autori dell'analisi consigliano di garantirsi un'assunzione adeguata sia di EPA, sia di DHA. Secondo i due ricercatori un approccio di questo tipo permette di beneficiare delle azioni di entrambi questi Omega-3 in tutte le fasi della vita. Un esempio? I bambini non riescono a sintetizzare livelli abbastanza elevati di DHA a partire dall'EPA e per sfruttare le azioni specifiche di questo Omega-3 devono assumerlo direttamente con l'alimentazione. Gli alimenti vegetali garantiscono abbastanza EPA? Per quanto riguarda, poi, l'EPA, i ricercatori hanno precisato che le quantità di questo acido grasso sintetizzabili a partire dall'ALA presente in alimenti di origine vegetali, come le noci, sono piuttosto basse. Tuttavia, questo tipo di fonte alimentare può essere importante per chi non mangia abbastanza pesce e, quindi, non riuscirebbe a garantirsi altrimenti i benefici specifici dell'EPA. Non solo, fra le possibili fonti di Omega-3, Mozzafarian e Wu hanno ricordato anche l'esistenza di integratori a base di EPA e DHA purificati, utili per garantirsi un corretto apporto di entrambi questi acidi grassi. Le dosi consigliate Commentando i risultati dell'analisi, i due ricercatori hanno sottolineato l'importanza di nuovi studi che permettano di chiarire ulteriormente le azioni specifiche esercitate da EPA e DHA. Proprio perché il quadro degli effetti specifici di questi Omega-3 non è ancora completo, al momento non è possibile affermare quali siano le quantità esatte di ciascun acido grasso da assumere quotidianamente. Tuttavia, per ottenere i massimi benefici cardiovascolari, non bisognerebbe scendere al di sotto dei 250-500 milligrammi al giorno totali di EPA+DHA.   Nota della redazione In Italia e nella zona UE, le recenti linee guida ufficiali specificano quantità giornaliere precise, secondo le seguenti diciture: Salute del cuore: 250 mg di EPA e il DHA contribuiscono alla normale funzione cardiaca. Funzioni cerebrale e visiva: 250 mg di DHA contribuiscono al mantenimento delle normali funzioni cerebrali e visive. Livello dei trigliceridi: 2000 mg di EPA e DHA contribuiscono al mantenimento delle concentrazioni di trigliceridi nel sangue. Pressione arteriosa:  3000 mg di EPA e DHA contribuiscono al mantenimento della pressione sanguigna. Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.   Fonte Mozaffarian D, Wu JH, “(n-3) fatty acids and cardiovascular health: are effects of EPA and DHA shared or complementary?”, J Nutr. 2012 Mar;142(3):614S-625S


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  • Pesce, omega-3 e vitamine riducono l'incidenza di linfomi non Hodgkin fino al 60%

    Una ricerca internazionale scopre che un'alimentazione ricca degli Omega-3 presenti nel pesce grasso e delle vitamine contenute in frutta e verdura riduce il rischio di sviluppare un linfoma di tipo non Hodgkin del 60%. I primi indizi del ruolo protettivo di questi nutrienti nei confronti di questo tipo di tumore provengono da uno studio condotto in collaborazione da ricercatori svedesi, danesi e statunitensi pubblicato sull'American Journal of Epidemiology1. La ricerca ha portato ad ipotizzare che l'azione antinfiammatoria degli Omega-3 possa aiutare a ridurre la probabilità di sviluppare questo tumore. L'importanza dell'alimentazione nella lotta contro il cancro Da quando, a partire dagli anni '70 del secolo scorso, sono stati scoperti i primi benefici degli Omega-3 di origine alimentare per la salute del sistema cardiovascolare, molte ricerche hanno svelato l'azione protettiva di questi acidi grassi nei confronti di altri organi e tessuti. Fra le patologie contrastare da questi nutrienti sono incluse diverse forme di cancro, da quello al colon retto a quelli al seno e alla prostata. Lo studio pubblicato sull'American Journal of Epidemiology si è concentrato sui linfomi di tipo non-Hodgkin. Questi sono delle forme tumorali che colpiscono il sistema linfatico e che includono una trentina di tipi di tumori differenti. L'analisi dei dati relativi alle abitudini alimentari di 591 pazienti affetti da linfoma non-Hodgkin e di 460 individui sani ha svelato che il consumo di pesce e di acidi grassi Omega-3 è associato a un minor rischio di sviluppare un tumore appartenente a questa classe. Scendendo più nel dettaglio dei diversi tipi di linfoma non-Hodgkin, i ricercatori hanno osservato che l'effetto del consumo di pesce e di Omega-3 è maggiore per alcune varianti specifiche di questo tumore. Quanto pesce serve per proteggersi? Secondo gli autori della ricerca, guidati da Ellen Chang del Northern California Cancer Center (Fremont, Stati Uniti), un'assunzione media di 0,8 grammi al giorno degli acidi grassi Omega-3 contenuti nel pesce riduce l'incidenza delle diverse forme di linfoma considerate di una quota variabile tra il 20 e il 60%. Dallo studio è, inoltre, emerso che il rischio di sviluppare questo tipo di tumore si riduce del 30-50% se gli Omega-3 vengono assunti sotto forma di integratori alimentari. L'importanza del beta-carotene e della vitamina E Nella stessa ricerca gli scienziati hanno osservato che gli individui che consumano le dosi più elevate di beta-carotene (4,4 microgrammi al giorno), sono esposti a un rischio di linfoma minore del 40% rispetto a chi ne assume le quantità più basse (1,2 microgrammi al giorno). In modo simile, un apporto di vitamina E pari a 9,8 milligrammi al giorno riduce la probabilità di sviluppare un linfoma non-Hodgkin del 60% rispetto al rischio corso da chi ne consuma solo 5 milligrammi al giorno. Sia frutta e verdura, ricche di vitamine dal potere antiossidante, sia il pesce grasso ricco di Omega-3 rappresentano degli utili alleati nella protezione dell'organismo da questo tipo di tumore. Fonte 1. Chang ET, Bälter KM, Torrång A, Smedby KE, Melbye M, Sundström C, Glimelius B, Adami HO, “Nutrient intake and risk of non-Hodgkin's lymphoma”, Am J Epidemiol. 2006 Dec 15;164(12):1222-32. Epub 2006 Sep 27


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  • Le malattie cardiovascolari, gli omega 3 e lo studio dalle conclusioni sbagliate

    Il Prof. William S. Harris, autorità mondiale sul ruolo degli omega 3 nelle malattie cardiovascolari, critica le basi scientifiche che rendono invalide le conclusioni di una recente meta analisi che ha gettato dubbi sui benefici di questi acidi grassi. I dubbi sollevati di recente sull'utilità di assumere Omega-3 per ridurre il rischio di malattie cardiovascolari non trovano riscontro nella realtà dei fatti e lo studio è A dirlo è il Prof. William S. Harris, professore di medicina dell'Università del South Dakota (Sioux Falls, Usa) ed esperto di Omega-3, in risposta ai risultati pubblicati da Evangelos Rizos e colleghi sul Journal of the American Medical Association1 (JAMA). Secondo Harris, Rizos e colleghi sono giunti a conclusioni troppo definitive basandosi su un'analisi statistica molto più restrittiva rispetto a quelle normalmente condotte e accettate dalla comunità scientifica. Omega-3 e malattie cardiovascolari, i perché dei dubbi I primi studi sui benefici degli Omega-3 per il sistema cardiovascolare risalgono agli anni '70 del secolo scorso. Da allora i ricercatori hanno raccolto sempre più prove a favore dell'ipotesi che aumentare l'assunzione di questi acidi grassi protegge dalle malattie che colpiscono il cuore e i vasi sanguigni. Rizos e colleghi hanno riesaminato i risultati di 20 studi che, in totale, hanno coinvolto circa 70.000 individui per capire se l'assunzione degli Omega-3 contenuti nell'olio di pesce riduce realmente il rischio di attacchi di cuore, ictus o morte prematura a causa di problemi cardiovascolari. Scopo dell'analisi, non la prima nel suo genere, era quello di fare chiarezza su una tematica di grande attualità. In realtà, le conclusioni degli autori hanno creato maggiore confusione sul tema. Secondo Harris questa confusione nasce dalle affermazioni troppo nette e generalizzate di Rizos e colleghi, basate su un'analisi statistica molto più restrittiva rispetto agli standard della comunità scientifica. L'importanza di una corretta analisi statistica Gli autori dell'analisi pubblicata su JAMA hanno concluso che gli Omega-3 non esercitano nessun beneficio statisticamente significativo sul rischio di malattie cardiovascolari. Ma cosa significa, esattamente, l'espressione “statisticamente significativo” nella loro intepretazione? Una significatività statistica non rappresenta una certezza, ma una probabilità. Un risultato statisticamente significativo è un risultato che è molto più probabile che sia vero piuttosto che sia falso. Quando i ricercatori eseguono un'analisi statistica scelgono quanto deve essere ampia la probabilità che il risultato sia sbagliato. Rizos e colleghi hanno deciso di impostare i parametri della loro analisi riducendo questa probabilità molto più di quanto non facciano normalmente gli scienziati. Questa scelta arbitraria ha reso statisticamente non significativa l'associazione tra olio di pesce e riduzione del rischio cardiovascolare. Harris ha spiegato che mantenendo i parametri statistici standard sarebbe invece risultato che l'olio di pesce riduce del 9% il rischio di morte a causa di una malattia del cuore. Delle 16 analisi di questo tipo fatte su diversi argomenti e pubblicate da JAMA nel 2012, quella di Rizos è l'unica ad aver cambiato i parametri statistici. Questa scelta del tutto soggettiva ha trasformato un effetto favorevole degli omega 3 in un non effetto. Quantità troppo basse di omega 3? Harris si è soffermato anche su un altro aspetto tecnico degli studi coinvolti in questa analisi, precisando che nell'84% dei casi gli Omega-3 sono stati assunti sotto forma di esteri etilici. Secondo recenti ricerche questa particolare forma di omega 3 viene assorbita molto poco se assunta a stomaco vuoto (24). Ciò significa che, in realtà, la maggior parte dei 70.000 individui coinvolti nell'analisi potrebbe aver assunto dosi di Omega 3 troppo basse per poter avere dei benefici. E' giusto generalizzare i risultati? Se quelli riguardante la statistica e le dosi assunte sono dettagli piuttosto tecnici, l'interpretazione dei risultati lo è molto meno e secondo Harris le conclusioni cui sono giunti Rizos e colleghi sono troppo nette. L'esperto sottolinea che, proprio in base alle conoscenze attuali sui benefici dell'assunzione di Omega-3, sarebbe stato più corretto fare delle distinzioni basate sul quadro clinico dei pazienti che hanno assunto questi acidi grassi. Harris è, ad esempio, d'accordo sul fatto che in pazienti di età media pari a 63 anni cui è stata diagnosticata una malattia cardiovascolare e che stanno seguendo una terapia medica ottimale l'assunzione di circa 1 grammo al giorno di Omega-3 per 2 anni non riduce i rischi per cuore e arterie più di quanto non facciano le cure mediche già in corso. La situazione potrebbe essere diversa per chi assume dosi maggiori di Omega-3 o ne assume 1 grammo, ma per più di 2 anni. L'analisi di Rizo, inoltre, non dimostra che gli Omega-3 non danno nessun beneficio a pazienti in una fase più precoce della malattia o che non stanno ricevendo cure ottimali. Per questi motivi secondo Harris i risultati di questa ampia analisi non possono essere applicati alla realtà. Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie della ricerca scientifica sugli Omega-3 iscriviti alla nostra newsletter. Riferimenti bibliografici (1)     Rizos EC, Ntzani EE, Bika E, Kostapanos MS, Elisaf MS. Association between omega-3 fatty acid supplementation and risk of major cardiovascular disease events: a systematic review and meta-analysis. JAMA 2012;308:1024-1033. (2)     Burr ML, Fehily AM, Gilbert JF, Rogers S, Holliday RM, Sweetnam PM, Elwood PC, Deadman NM. Effects of changes in fat, fish, and fibre intakes on death and myocardial reinfarction: diet and reinfarction trial (DART). Lancet 1989;2:757-761. (3)     Burr ML, Ashfield-Watt PA, Dunstan FD, Fehily AM, Breay P, Ashton T, Zotos PC, Haboubi NA, Elwood PC. Lack of benefit of dietary advice to men with angina: results of a controlled trial. Eur J Clin Nutr 2003;57:193-200. (4)     Kwak SM, Myung SK, Lee YJ, Seo HG. Efficacy of Omega-3 Fatty Acid Supplements (Eicosapentaenoic Acid and Docosahexaenoic Acid) in the Secondary Prevention of Cardiovascular Disease: A Meta-analysis of Randomized, Double-blind, Placebo- Controlled Trials. Arch Intern Med 2012. (5)     Marchioli R, Barzi F, Bomba E, Chieffo C, et al. Early protection against sudden death by n-3 polyunsaturated fatty acids after myocardial infarction: time-course analysis of the results of the Gruppo Italiano per lo Studio della Sopravvivenza nell'Infarto Miocardico (GISSI)-Prevenzione. Circulation 2002;105:1897-1903. (6)     Yokoyama M, Origasa H, Matsuzaki M, Matsuzawa Y, et al. Effects of eicosapentaenoic acid on major coronary events in hypercholesterolaemic patients (JELIS): a randomised open-label, blinded endpoint analysis. Lancet 2007;369:1090-1098. (7)     Boekholdt SM, Arsenault BJ, Mora S, Pedersen TR, et al. Association of LDL cholesterol, non-HDL cholesterol, and apolipoprotein B levels with risk of cardiovascular events among patients treated with statins: a meta-analysis. JAMA 2012;307:1302-1309. (8)     Lopez-Olivo MA, Tayar JH, Martinez-Lopez JA, Pollono EN, et al. Risk of malignancies in patients with rheumatoid arthritis treated with biologic therapy: a meta-analysis. JAMA 2012;308:898-908. (9)     Den Ruijter HM, Peters SA, Anderson TJ, Britton AR, et al. Common carotid intima- media thickness measurements in cardiovascular risk prediction: a meta-analysis. JAMA 2012;308:796-803. (10)   Mustafic H, Jabre P, Caussin C, Murad MH, Escolano S, Tafflet M, Perier MC, Marijon E, Vernerey D, Empana JP, Jouven X. Main air pollutants and myocardial infarction: a systematic review and meta-analysis. JAMA 2012;307:713-721. (11)   Jackson JL, Kuriyama A, Hayashino Y. Botulinum toxin A for prophylactic treatment of migraine and tension headaches in adults: a meta-analysis. JAMA 2012;307:1736-1745. (12)   Preiss D, Tikkanen MJ, Welsh P, Ford I, et al. Lipid-modifying therapies and risk of pancreatitis: a meta-analysis. JAMA 2012;308:804-811. (13)   Hempel S, Newberry SJ, Maher AR, Wang Z, et al. Probiotics for the prevention and treatment of antibiotic-associated diarrhea: a systematic review and meta-analysis. JAMA 2012;307:1959-1969. (14)   Bolton KL, Chenevix-Trench G, Goh C, Sadetzki S, et al. Association between BRCA1 and BRCA2 mutations and survival in women with invasive epithelial ovarian cancer. JAMA 2012;307:382-390. (15)   Ekelund U, Luan J, Sherar LB, Esliger DW, Griew P, Cooper A. Moderate to vigorous physical activity and sedentary time and cardiometabolic risk factors in children and adolescents. JAMA 2012;307:704-712. (16)   Januel JM, Chen G, Ruffieux C, Quan H, et al. Symptomatic in-hospital deep vein thrombosis and pulmonary embolism following hip and knee arthroplasty among patients receiving recommended prophylaxis: a systematic review. JAMA 2012;307:294-303. (17)   Chico RM, Mayaud P, Ariti C, Mabey D, Ronsmans C, Chandramohan D. Prevalence of malaria and sexually transmitted and reproductive tract infections in pregnancy in sub- Saharan Africa: a systematic review. JAMA 2012;307:2079-2086. (18)   Matsushita K, Mahmoodi BK, Woodward M, Emberson JR, et al. Comparison of risk prediction using the CKD-EPI equation and the MDRD study equation for estimated glomerular filtration rate. JAMA 2012;307:1941-1951. (19)   Udell JA, Wang CS, Tinmouth J, FitzGerald JM, Ayas NT, Simel DL, Schulzer M, Mak E, Yoshida EM. Does this patient with liver disease have cirrhosis? JAMA 2012;307:832-842. (20)   Reddy M, Gill SS, Wu W, Kalkar SR, Rochon PA. Does this patient have an infection of a chronic wound? JAMA 2012;307:605-611. (21)   Nishijima DK, Simel DL, Wisner DH, Holmes JF. Does this adult patient have a blunt intra-abdominal injury? JAMA 2012;307:1517-1527. (22)   Kris-Etherton PM, Harris WS, Appel LJ. Fish consumption, fish oil, omega-3 fatty acids, and cardiovascular disease. Circulation 2002;106:2747-2757. (23)   Frishman WH. Importance of medication adherence in cardiovascular disease and the value of once-daily treatment regimens. Cardiol Rev 2007;15:257-263. (24)   Davidson MH, Kling D, Maki KC. 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  • L'indice omega-3: nuovo fattore di rischio per un cuore in perfetta salute?

    L'evidenza scientifica dimostra che il livello degli acidi grassi omega-3 nel sangue può essere un nuovo fattore di rischio e propone un nuovo strumento diagnostico - l'Indice Omega-3 - che può essere usato facilmente da chiunque. Questo nuovo strumento diagnostico, consistente in una quantificazione del profilo degli acidi grassi in un individuo, potrebbe aiutare medici e pazienti a rischio di cardiopatie a raggiungere quei livelli adeguati di acidi grassi omega-3 che, come risulta dalle ultime ricerche scientifiche, assicurano una misurabile riduzione del rischio di infarto e mortalità improvvisa. “Per affrontare il problema del cosiddetto “colesterolo cattivo” (LDL) in futuro le associazioni dei cardiologi potrebbero a ragione raccomandare il consumo di EPA e DHA come intervento terapeutico cruciale per supportare la salute del cuore” scrivono Clemens von Schacky della Ludwig-Maximilians-Universitat in Munich e il prof. William Harris dell’ University of South Dakota. Numerose ricerche nel tempo hanno abbinato il consumo di  acidi grassi omega-3 a tutta una serie di effetti benefici: per la salute del cuore, lo sviluppo ottimale del nascituro in gravidanza, la salute delle articolazioni, il miglioramento dell’umore e del comportamento, la prevenzione di certe tipologie di tumore. La nuova revisione di studi pubblicata on-line sul Cardiovascular Research ha preso in esame un insieme di studi epidemiologici e quattro studi di intervento su larga scala concludendo che l’evidenza scientifica supporta i benefici derivanti dal consumo di omega-3 sulla salute del cuore. Il meccanismo dietro tali effetti benefici si ritiene sia l’incorporazione di EPA e DHA a livello delle membrane delle cellule cardiache, spiegano i ricercatori Von Schacky e Harris. Questi acidi grassi vanno a rimpiazzare quelli presenti alterando in maniera positiva le proprietà delle cellule stesse. I cambiamenti in questione riguardano la dilatazione dei vasi sanguigni a favore di un miglioramento del flusso ematico. A ciò segue una riduzione degli eventi infiammatori e un abbassamento del tasso dei trigliceridi nel sangue. Dato che gli omega-3 entrano a far parte della composizione delle membrane cellulari potrebbe essere fondamentale misurare il contenuto di omega-3 a livello delle cellule cardiache come marker primario del rischio cardiovascolare, sostengono Von Schacky e Harris. “La possibilità che gli omega-3 possano fungere da biomarker ed avere quindi un’utilità di prognosi clinica dovrebbe essere considerata seriamente”. Proprio sulla scia delle suddette osservazioni Von Schacky e Harris propongono “l’indice omega-3” definito come la percentuale di EPA e DHA rispetto alle altre categorie di grassi presenti a livello della membrana dei globuli rossi come nuovo strumento di diagnosi nella prevenzione primaria. In base ai dati presenti nella letteratura scientifica i ricercatori hanno calcolato che un indice omega-3 dell’8% o superiore è relazionabile ad una riduzione del 90% del rischio di morte cardiaca improvvisa rispetto a un valore del 4% o inferiore. “Una dose standard di un grammo di omega-3 al giorno, EPA (acido eicosapentaenoico) e DHA (acido docosaesaenoico), raccomandato dalle associazioni dei cardiologi è probabilmente ben lontano dall’introito di omega-3 ideale per ognuno di noi, dal momento che non solo la dose standard ma anche il tipo di alimentazione, il nostro background genetico, l’indice di massa corporea e l’associazione di tanti altri fattori stanno alla base del profilo di acidi grassi omega-3 di una data persona” scrivono gli studiosi. Il rischio di trovare sostanze inquinanti nei pesci oleosi, come mercurio, diossine e policlorobenzeni (PCBs) ha portato alcuni a ridurre il consumo di pesce fresco malgrado le opposte considerazioni sul fatto che i benefici superino di gran lunga i rischi.   Al tempo stesso i consumatori cercano sempre più omega-3 da fonti più sicure. Von Schacky e Harris raccomandano che gli agenti inquinanti siano categoricamnte da evitare.       Fonte    Wolk A, Larsson SC, Johansson JE, Ekman P. Long-term fatty fish consumption and renal cell carcinoma incidence in women. JAMA. 2006 Sep 20;296(11):1371-6.


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  • Omega-3 nuova potenziale terapia per il recupero dal trauma cranico

    Pubblicati i risultati del primo studio che dimostra i benefici degli Omega-3 sul cervello durante la convalescenza che segue un trauma cranico. Gli Omega-3 potrebbero essere utili per ridurre gli effetti negativi a lungo termine sul cervello di un trauma cranico. In particolare, secondo gli esperti gli effetti maggiori si potrebbero ottenere somministrando al paziente questi acidi grassi già al pronto soccorso. A suggerirlo sono Michael Lewis, Parviz Ghassemi e Joseph Hibbeln, autori di uno studio pubblicato sull'American Journal of Emergency Medicine1 in cui, per la prima volta, sono stati testati gli effetti della somministrazione di Omega-3 durante la convalescenza dopo un trauma cranico. Omega-3 per la salute del cervello Anni di ricerche hanno dimostrato che gli Omega-3, i grassi “amici” della salute, sono importanti per il sistema nervoso sin dalle prime fasi dello sviluppo. Per questo motivo gli esperti consigliano alle donne incinte di garantirsi un adeguato apporto di questi nutrienti sia durante la gravidanza, sia durante l'allattamento al seno. Non solo, a partire dall'infanzia fino alla terza età questi acidi grassi aiutano a mantenere il cervello in salute e sempre più ricerche si pongono a sostegno dell'ipotesi che gli Omega-3 siano importanti anche per le capacità cognitive. Un aiuto in caso di trauma cranico Negli ultimi anni è aumentato anche l'interesse nei confronti dei potenziali benefici esercitati da questi nutrienti in seguito a trauma cranico, una delle cause principali di morte traumatica e di disabilità. La mortalità associata a questo tipo di trauma si è molto ridotta grazie all'avanzamento delle metodiche chirurgiche e di terapia intensiva, ma non esistono ancora terapie specifiche per affrontare la fase di convalescenza. Il recupero passa, infatti, attraverso un periodo in cui il cervello deve fare i conti con problemi come  l'infiammazione e la presenza di radicali liberi. Nel 2010 l'Istituto di Medicina degli Stati Uniti (IOM) ha indicato proprio gli Omega-3 fra le molecole di cui dovrebbero essere testati i benefici in questa fase di convalescenza e lo studio di Lewis e colleghi è il primo a cercare di gettar luce su queste potenzialità. I ricercatori hanno somministrato a un adolescente reduce da un grave incidente motociclistico dosi elevate di questi acidi grassi. In particolare, 10 giorni dopo il trauma cranico il ragazzo ha ricevuto 9,756 grammi di EPA (acido eicosapentaenoico) e 6,756 grammi di DHA (acido docosaesaenoico), i principali Omega-3 di origine alimentare. La terapia, hanno spiegato gli autori, ha permesso graduali miglioramenti sia dal punto di vista cognitivo, sia da quello fisico, tanto che a 3 mesi di distanza dall'incidente il ragazzo si è diplomato e 4 mesi dopo il trauma ha potuto far ritorno a casa, dove ha continuato la terapia per tutto l'anno successivo.  Grandi speranze I risultati ottenuti sembrano indicare che gli Omega-3 forniscano al cervello le basi nutritive per guarire. Trattandosi, però, del primo caso in cui questi acidi grassi sono stati utilizzati durante la convalescenza dopo il trauma cranico solo dopo altre ricerche sarà possibile confermare i benefici degli Omega-3 nel recupero delle funzionalità cerebrali.   Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.   Fonte 1. Lewis M, Ghassemi P, Hibbeln J, “Therapeutic use of omega-3 fatty acids in severe head trauma”, Am J Emerg Med. 2012 Aug 3


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  • Studio scopre gli omega-3 sono antiossidanti protettivi per il cuore

    L'assunzione di olio di pesce ricco di Omega-3 aumenta l'espressione di geni antiossidanti e riduce quella di geni che aumentano l'ossidazione. Gli Omega-3 potrebbero svolgere un'azione antiossidante basata sulla regolazione dell'espressione dei geni responsabili dell'ossidazione. A svelare la nuova potenziale azione di questi acidi grassi è un gruppo di ricercatori della Leibniz University di Hannover (Germania). In uno studio pubblicato su Nutrition and Metabolism gli scienziati hanno scoperto che l'olio di pesce, ricco di Omega-3, aumenta l'espressione di enzimi antiossidanti, riducendo, allo stesso tempo, quella di enzimi che favoriscono l'ossidazione. L'effetto è particolarmente significativo nei pazienti con livelli di grassi anomali nel sangue, ma è stato osservato per la prima volta anche in chi non soffre di problemi di questo tipo. Omega-3, antinfiammatori e antiossidanti? I benefici per la salute legati a un elevato consumo di cibi ricchi di Omega-3 o di supplementi contenenti questi acidi grassi sono noti da molto tempo e riguardano sia l'apparato cardiovascolare, sia quello nervoso e altri organi e tessuti umani. Una delle principali azioni svolte da questi nutrienti è di tipo antinfiammatorio. Mentre altri grassi (gli Omega-6) favoriscono la produzione di molecole pro-infiammatorie, gli Omega-3 sono i precursori di sostanze che riducono i livelli di infiammazione. Tuttavia, da tempo si discute sull'effetto dell'aumento del consumo di Omega-3 sui livelli di ossidazione delle cellule. Infatti gli acidi grassi insaturi, classe di molecole cui appartengono anche questi nutrienti, una volta nell'organismo possono essere ossidati, aumentando, così, il livello di ossidazione generale. Già in passato uno studio ha svelato che l'assunzione di Omega-3 non è associata a un aumento dello stato di ossidazione. I risultati ottenuti in questa nuova ricerca supportano ulteriormente l'ipotesi che aumentare l'assunzione di questi acidi grassi non aumenta l'ossidazione, anzi, potrebbe ridurla. Un'azione indipendente dalla malattia I ricercatori hanno somministrato 2,7 grammi di olio di pesce al giorno per 12 settimane a 10 uomini con livelli di lipidi nel sangue nella norma e ad altri 10 uomini che, invece, avevano problemi con le concentrazioni di grassi nel sangue. L'analisi dell'espressione dei geni ha svelato che sia nei partecipanti sani, sia in quelli con livelli di lipidi ematici anomali l'olio dei pesci ha indotto l'attività di geni codificanti per enzimi antiossidanti e ridotto quella di geni codificanti per enzimi che aumentano l'ossidazione. I ricercatori hanno spiegato che l'effetto finale è la generazione di un bilancio ottimale dello stato ossidativo basato sulla regolazione dell'espressione dei geni. Oltre a questo fenomeno gli autori hanno osservato anche un miglioramento dei livelli di Omega-3 nel sangue, più simili a quelli che riducono al minimo il rischio di morte cardiaca improvvisa. Sulla base di questi risultati i ricercatori hanno concluso che l'assunzione di supplementi a base di Omega-3 potrebbe proteggere il cuore anche attraverso un effetto antiossidante. Ulteriori studi permetteranno di capire più a fondo l'effetto finale dell'azione svolta da questi acidi grassi sui geni coinvolti nei processi di ossidazione delle cellule.     Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.   Fonte 1. Schmidt S, Stahl F, Mutz KO, Scheper T, Hahn A, Schuchardt JP, “Transcriptome-based identification of antioxidative gene expression after fish oil supplementation in normo- and dyslipidemic men”, Nutr Metab (Lond). 2012 May 23;9(1):45    


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  • Bassi livelli di Omega-3 compromettono le capacità cognitive

    Livelli di Omega-3 nel sangue più bassi della media riducono le capacità cognitive, ma alimentazione e supplementi potrebbero aiutare a contrastare il problema . Livelli bassi di Omega-3 nell'organismo compromettono le capacità cognitive, ma aumentare il consumo di cibi o supplementi ricchi di queste molecole potrebbe aiutare a riportarle nella norma. A ipotizzarlo sono gli autori di uno studio pubblicato su Nutritional Neuroscience, che hanno dimostrato che avere nel sangue una quantità di questi acidi grassi inferiore alla media della popolazione riduce la flessibilità cognitiva, cioè la capacità, quando necessario, di spostare la propria attenzione da un soggetto ad un altro. Allo stesso tempo, livelli ridotti di Omega-3 sono associati a una diminuzione delle funzioni esecutive, cioè della capacità di pianificare, controllare e coordinare le attività cognitive. L'importanza degli Omega-3 per l'organismo Gli acidi grassi Omega-3 EPA (acido eicosapentaenoico) e DHA (acido docosaesaenoico) sono importanti sia per lo sviluppo, sia per il funzionamento del sistema nervoso. Non solo, i benefici svolti da queste molecole nei confronti di altri organi e tessuti, sopratutto quelli del sistema cardiovascolare, sono noti da molto tempo. L'organismo umano non è, però, in grado di sintetizzarli in piena autonomia. In particolare, le cellule sanno ottenere DHA a partire dall'EPA, ma la loro capacità di sintetizzare quest'ultimo dal suo precursore (l'acido alfa-linolenico o ALA) è ridotta. L'ALA, a sua volta, non può essere prodotto dall'organismo, perciò è molto importante garantirsi un corretto apporto di Omega-3 attraverso l'alimentazione. Gli effetti della carenza di Omega-3 sul sistema nervoso Già in passato alcuni ricercatori avevano dimostrato che bassi livelli di DHA sono associati ad un aumento del rischio di suicidio fra i militari in missione. Anche gli autori dello studio pubblicato su Nutritional Neuroscience hanno coinvolto nelle loro ricerche un gruppo di militari, scoprendo che la quantità di EPA e DHA presenti nei loro globuli rossi erano inferiori rispetto a quelle rilevabili nella popolazione statunitense della stessa età. In particolare, la percentuale di questi Omega-3 nei globuli rossi dei militari era del 3,5%, contro il 4,5% tipico della popolazione coetanea. I ricercatori non si sono sorpresi molto per questa differenza, giustificabile con l'alimentazione seguita dai militari in missione, in genere povera di Omega-3. Più sorprendente è stato, invece, scoprire che bassi livelli di questi nutrienti fossero associati a minore flessibilità cognitiva e a funzioni esecutive ridotte. L'analisi dei dati raccolti durante test psicosociali e neurocognitivi ha, inoltre, svelato che il legame tra bassi livelli di Omega-3 e ridotte capacità cognitive era particolarmente stretta in chi ha dichiarato di soffrire di disturbi del sonno. Non solo, i militari che non riuscivano a riposare bene, ma che avevano livelli di Omega-3 superiori rispetto alla media dei partecipanti allo studio sono parsi avere una maggiore capacità di recupero dalla stanchezza e migliori flessibilità cognitiva e funzioni esecutive.  Nutrire il cervello con gli Omega-3 L'ipotesi elaborata dagli autori è che la diminuzione delle capacità cognitive potrebbe essere contrastata aumentando i livelli di EPA e DHA nell'organismo sia mangiando più cibi ricchi di Omega-3, sia assumendo supplementi a base di olio di pesce. Lo studio mirato a verificare questa ipotesi è già stato condotto. La pubblicazione dei suoi risultati è attesa entro la fine di quest'anno.   Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.         Fonte 1. Johnston DT, Deuster PA, Harris WS, Macrae H, Dretsch MN, “Red blood cell omega-3 fatty acid levels and neurocognitive performance in deployed U.S. Servicemembers”, Nutr Neurosci. 2012 Jun 28 2. Lewis MD, Hibbeln JR, Johnson JE, Lin YH, Hyun DY, Loewke JD, “Suicide deaths of active-duty US military and omega-3 fatty-acid status: a case-control comparison”, J Clin Psychiatry. 2011 Dec;72(12):1585-90. Epub 2011 Aug 23  


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  • Bambini, Omega-3 riducono allergie agli acari e al latte

    L'assunzione di integratori di olio di pesce ricchi di Omega-3 nei primi sei mesi di vita riduce le allergie agli acari e al latte nei bambini Assumere integratori a base di olio di pesce ricco di Omega-3 aiuta a ridurre le allergie agli acari della polvere e alle proteine del latte nei bambini. La scoperta, che aggiunge nuovi dettagli alle proprietà antiallergiche di questi acidi grassi, è stata pubblicata sulla rivista Clinica and Experimental Allergy1 ed è il frutto del lavoro di un gruppo di ricercatori guidati da Susan Prescott dell'University of Western Australia di Perth (Australia). Gli Omega-3 e la salute dei bambini Gli acidi grassi Omega-3 sono utili per lo sviluppo del bambino già durante la gestazione. Diversi studi hanno, infatti, dimostrato i benefici per il piccolo dell'assunzione di questi nutrienti da parte della futura mamma. In particolare, gli Omega-3 sono fondamentali per il corretto sviluppo del sistema nervoso del bambino. Non solo, assumere questi acidi grassi durante la gravidanza riduce i fenomeni infiammatori nell'infanzia. Anche dopo la nascita aumentare il consumo di Omega-3 continua ad esercitare effetti benefici sulla salute. Le ricerche condotte fino ad oggi hanno dimostrato che, oltre a ridurre l'infiammazione, questi nutrienti promuovono lo sviluppo delle capacità intellettive sia in bambini non affetti da problemi dell'apprendimento, sia nei piccoli affetti da alcuni disturbi comportamentali. Altri effetti positivi esercitati dagli Omega-3 nei bambini sono il miglioramento dei sintomi di questi stessi disturbi comportamentali e la riduzione dell'asma e dell'intensità delle crisi asmatiche. Uno sguardo più attento alle allergie I benefici, però, non si fermano qui. Diversi studi suggeriscono che, assunti in varie fasi dello sviluppo, gli Omega-3 possono contrastare vari fenomeni allergici. Ricerche condotte nei topi hanno, infatti, dimostrato che un'alimentazione arricchita di Omega-3 potrebbe essere un valido aiuto nel trattamento delle allergie alimentari. Inoltre assumere questi acidi grassi durante la gravidanza riduce l'incidenza di eczema ed allergia all'uovo nei nascituri. Infine, nei bambini l'aumento di Omega-3 contrasta la dermatite atopica. Lo studio condotto da Prescott e colleghi è, però, il primo ad aver analizzato l'effetto della somministrazione di olio di pesce nei primi sei mesi di vita. Ai bambini coinvolti nella ricerca è stato somministrato ogni giorno, dalla nascita ai sei mesi di età, un olio privo di Omega-3 oppure olio di pesce contenente 280 mg di DHA (acido docosaesaenoico) e 110 mg di EPA (acido eicosaesaenoico), i due principali Omega-3 di origine alimentare. Al termine dello studio i ricercatori hanno verificato la presenza di molecole coinvolte nelle reazioni allergiche nel sangue dei bambini. Dall'analisi è emerso che oltre ad avere livelli di EPA e DHA maggiori nel sangue, i piccoli che avevano ricevuto l'olio di pesce erano caratterizzati da una minore risposta allergica agli acari della polvere e alle proteine del latte. Secondo gli autori questi risultati supportano l'ipotesi che livelli adeguati di Omega-3 nelle fasi più precoci dopo la nascita hanno un effetto positivo sullo sviluppo del sistema immunitario e delle allergie. Tuttavia, sebbene le dosi di Omega-3 somministrate ai bambini fossero piuttosto elevate, l'aumento di EPA e DHA rilevato nel sangue è stato modesto. Fra le possibili giustificazioni a questo effetto i ricercatori includono anche un metodo di somministrazione non efficace: parte dell'olio di pesce potrebbe essere rimasto nelle capsule o essere stato sputato dai bambini. Per questo gli autori ipotizzano che un metodo basato sull'assunzione dell'olio di pesce da parte della madre durante l'allattamento potrebbe essere più efficace. Nuovi studi permetteranno di chiarire questi dettagli.   Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.         Fonte 1. D'Vaz N, Meldrum SJ, Dunstan JA, Lee-Pullen TF, Metcalfe J, Holt BJ, Serralha M, Tulic MK, Mori TA, Prescott SL, “Fish oil supplementation in early infancy modulates developing infant immune responses”, Clin Exp Allergy. 2012 Aug;42(8):1206-16    


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  • L'olio di pesce potenzia la crescita muscolare da esercizio nelle donne anziane

    Un nuovo studio esaminerà i benefici dell'assunzione dell'olio di pesce ricco di Omega-3 durante l'allenamento per contrastare la perdita dei muscoli tipica della terza età. Al via il primo studio che permetterà di monitorare i cambiamenti nelle funzioni e nella massa dei muscoli ottenibili nella terza età associando all'esercizio fisico l'assunzione di olio di pesce ricco di Omega-3. Lo ha annunciato Stuart Gray, ricercatore dell'Università di Aberdeen (Regno Unito), durante il British Science Festival. Grazie a questa nuova ricerca sarà possibile capire se assumere olio di pesce e, allo stesso tempo, allenarsi, è una buona strategia per proteggere i muscoli dal deterioramento tipico dell'invecchiamento. Proteggere i muscoli dall'invecchiamento L'organismo umano è formato da una grande quantità di muscolo scheletrico, che oltre a dare la possibilità di eseguire diversi movimenti è importante anche per lo stato di salute generale. Purtroppo durante il naturale processo di invecchiamento la dimensione dei muscoli si riduce di una percentuale variabile tra lo 0,5 e il 2% ogni anno, dando luogo alla cosiddetta sarcopenia.     Questo fenomeno può ridurre significativamente la qualità della vita, tanto da portare alla perdita di parte dell'indipendenza individuale durante la terza età. L'esercizio fisico può aiutare a contrastare la perdita di massa muscolare, ma anche l'efficacia di un approccio basato sull'allenamento diminuisce con l'avanzare dell'età. Trovare metodi alternativi per proteggere i muscoli potrebbe aiutare a superare questo ostacolo. L'azione combinata di esercizio e Omega-3 Sia uno studio preliminare dei ricercatori dell'Università di Aberdeen, sia una ricerca pubblicata sull'American Journal of Clinical Nutrition da un gruppo di esperti dell'Università Federale di Paraná (Brasile) hanno dimostrato che nelle donne anziane i benefici dell'esercizio fisico sono superiori se durante l'allenamento vine assunto olio di pesce ricco di Omega-3. Questi ultimi sono acidi grassi fondamentali per l'organismo, dove svolgono sia una funzione strutturale (sono, cioè, fra le molecole che formano le strutture cellulari e, quindi, tessuti e organi), sia attività benefiche per la salute. Fra le più note ci sono la capacità di ridurre l'infiammazione e di proteggere il sistema cardiovascolare regolando i livelli di trigliceridi e di colesterolo. Tuttavia, gli Omega-3 non fanno bene solo al cuore, ma anche a molti altri organi e tessuti, come quelli del sistema nervoso, le articolazioni e anche i muscoli. Con le loro nuove ricerche Gray e colleghi vogliono scendere più nel dettaglio dei benefici esercitati da questi nutrienti sul tessuto muscolare e contribuire, così, alla messa a punto di nuovi trattamenti per contrastare la sarcopenia. Non solo donne Le analisi, finora condotte essenzialmente sulle donne, saranno estese anche agli uomini. Tutti i partecipanti saranno coinvolti in un programma di allenamento di 18 settimane, ma solo la metà riceverà olio di pesce. Gray ha spiegato che i benefici attesi si basano su diversi fattori, prima fra tutte l'azione antinfiammatoria degli Omega-3 contenuti nell'olio di pesce. Durante la terza età, infatti, i livelli di infiammazione cambiano, interferendo con la capacità dei muscoli di aumentare la propria massa e la propria forza. Secondo Gray gli Omega-3 potrebbero inibire questo effetto. Non solo, questi acidi grassi potrebbero contribuire a rendere i muscoli più fluidi e aumentare i livelli delle proteine che consentono l'aumento della massa muscolare.         Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.         Fonte 1. http://www.abdn.ac.uk/news/details-13096.php 2. Rodacki CL, Rodacki AL, Pereira G, Naliwaiko K, Coelho I, Pequito D, Fernandes LC. Source, “Fish-oil supplementation enhances the effects of strength training in elderly women”, Am J Clin Nutr. 2012 Jan 4


    Articolo pubblicato in Sistema muscolo-scheletrico, Massa muscolare, Menopausa ed è stato taggato con

  • Più omega-3 nella dieta migliorano capacità cognitive e volume del cervello negli anziani

    E' questa la conclusione cui è giunto un gruppo di ricercatori dell'Università di Uppsala (Svezia), che hanno analizzato se consumi più elevati di questi acidi grassi sono associati a un incremento delle capacità cognitive o del volume del cervello negli anziani. Aumentare le quantità degli Omega-3 EPA (acido eicosapentaenoico) e DHA (acido docosaesaenoico) introdotte con l'alimentazione potrebbe migliorare le capacità cognitive nella terza età. I risultati dei loro studi, che hanno coinvolto 252 uomini e donne, sono stati pubblicati sulla rivista Age *. Acidi grassi indispensabili per il cervello     Gli Omega-3, soprattutto il DHA, sono nutrienti molto importanti per la salute del sistema nervoso. La quantità di questo acido grasso a livello del cervello è molto elevata. Qui il DHA svolge un ruolo fondamentale sia per la struttura, sia per le funzioni dei neuroni e la produzione di nuove cellule nervose. Diversi studi hanno dimostrato che questo Omega-3 influenza le capacità cognitive e di attenzione, quelle visive e il comportamento. Non solo, il DHA svolge un ruolo importante anche in alcuni disturbi psichiatrici e protegge i neuroni dagli effetti dannosi della malattia di Alzheimer. Benefici cognitivi anche nella terza età La ricerca svedese ha dimostrato che chi, tra i 70 e i 75 anni, mangia molti cibi ricchi di Omega-3 (sia DHA, sia EPA) ha capacità cognitive maggiori rispetto a chi segue un'alimentazione povera di questi acidi grassi. Anche se studi precedenti avevano dimostrato che volumi cerebrali maggiori corrispondono a un minor declino cognitivo, le risonanze magnetiche condotte durante questa ricerca non hanno evidenziato nessun legame tra l'assunzione di Omega-3 e le dimensioni del cervello o di alcune sue regioni. Di quanti Omega-3 abbiamo bisogno? I partecipanti alla ricerca con le maggiori capacità cognitive consumavano in media 980 mg di EPA e DHA al giorno, una quantità circa 10 volte maggiore rispetto, ad esempio, al consumo di Omega-3 medio di un abitante degli Stati Uniti. In generale, nell'età adulta gli esperti consigliano di non scendere al di sotto dei 500 mg totali di EPA e DHA al giorno e di mangiare 2-3 porzioni di pesce grasso alla settimana. E' possibile scegliere, ad esempio, tra salmone, aringhe, tonno e halibut. La raccomandazione può essere estesa anche ai bambini e alle donne incinte, con una particolare avvertenza: è meglio evitare di mangiare grandi quantità di pesci predatori, come il pesce spada, che possono accumulare molto mercurio, metallo tossico proprio per il sistema nervoso. Per quanto riguarda la terza età, nuovi studi sui benefici derivanti dall'assunzione di cibi ricchi di Omega-3 permetteranno di approfondire ulteriormente questo aspetto.       Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.       Fonte * Titova OE, Sjögren P, Brooks SJ, Kullberg J, Ax E, Kilander L, Riserus U, Cederholm T, Larsson EM, Johansson L, Ahlström H, Lind L, Schiöth HB, Benedict C, “Dietary intake of eicosapentaenoic and docosahexaenoic acids is linked to gray matter volume and cognitive function in elderly”, Age (Dordr). 2012 Jul 13. [Epub ahead of print]    


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