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  • Mirtillo rosso, una fonte di Omega-3 per la pelle

    Il mirtillo rosso è un frutto ricco di Omega-3, gli acidi grassi “alleati” della salute. La capacità degli omega-3 di mantenere la pelle in salute ha permesso all'olio di semi di mirtillo rosso di diventare sempre più importante nel mercato dei cosmetici per pelle. Mirtillo rosso: benessere a tutto tondo Il mirtillo rosso fa parte di un genere di arbusti noto da tempo per i gli effetti benefici esercitati sulla salute1. Leggi tutto l'articolo


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  • Gli Omega-3 livellano i trigliceridi nei pazienti con problemi di diabete

    Gli Omega-3 rappresentano una nuova opportunità terapeutica per chi soffre di diabete e ha problemi di lipidi troppo elevati nel sangue. Eliot Brinton, medico della Utah Foundation for Biomedical Research di Salt Lake City (Stati Uniti), ha anticipato la notizia al convegno annuale dell'American Diabetes Association di Filadelfia (Stati Uniti). Secondo studi non ancora ufficialmente pubblicati, un nuovo farmaco formato al 96% da Omega-3 EPA (acido eicosapentaenoico) migliora le concentrazioni dei lipidi nei pazienti già in terapia con altri farmaci, senza interferire con le terapie contro il diabete. Omega-3 contro grassi e zuccheri Lo studio presentato durante il convegno si è concentrato su un gruppo di 702 pazienti in terapia con statine, farmaci utili a ridurre i livelli di grassi nel sangue. Il trattamento con le statine aveva già normalizzato in tutti i partecipanti i valori di colesterolo LDL o “cattivo” (tra i 40 e i 100 milligrammi per decilitro), ma non quello dei trigliceridi, compreso tra i 200 e i 500 milligrammi per decilitro. Fra di essi 514 erano affetti da diabete di tipo 2, la forma della malattia che tende a svilupparsi con l'età. I pazienti sono stati attribuiti in modo del tutto casuale a 1 di 3 possibili gruppi: I primi 2 hanno rispettivamente assunto per 12 settimane 4 o 2 grammi al giorno del farmaco a base di Omega-3; Il terzo gruppo ha invece ricevuto per lo stesso periodo un placebo. Al termine delle 12 settimane, la dose più elevata del farmaco ha consentito ai pazienti affetti da diabete di: ridurre del 23,2% i livelli dei trigliceridi; diminuire del 14,4% tutte le forme di colesterolo diverse da quello “buono” (o HDL); abbassare del 6,6% i livelli di colesterolo LDL. I pazienti presentavano in diminuzione: le concentrazioni di apo B, proteina contenuta in una particolare forma di colesterolo “cattivo” (9,5%); le particelle RLP-C, associate all'aterosclerosi (25%). Brinton ha però sottolineato che gli effetti più significativi sono stati quelli ottenuti sui pazienti che all'inizio del trattamento avevano più problemi a controllare il diabete. In questi ultimi anche i livelli di proteina C-reattiva, che se elevati indicano la presenza di infiammazione, erano significativamente più bassi al termine delle 12 settimane, con una riduzione del 34,6%. Il ricercatore ha anche precisato che tutti questi cambiamenti non hanno influenzato i parametri utilizzati per tenere sotto controllo il diabete, inclusi i livelli di insulina. Un effetto dose-dipendente per un farmaco per chi ha problemi di diabete L'effetto rilevato da Brinton e colleghi è di tipo dose-dipendente. Il farmaco è infatti risultato meno efficace quando assunto alla dose più bassa. In generale, questi dati suggeriscono che questo nuovo farmaco a base di Omega-3 potrebbe essere particolarmente utile per i diabetici che debbono controllare sia i lipidi nel sangue sia la malattia stesa. Il ricercatore ha spiegato che l'assunzione di Omega-3 ha avuto inoltre effetti antinfiammatori e antiossidanti, a ulteriore protezione della salute cardiovascolare di questi pazienti. Note bibliografiche 1. Brinton E, Ballantyne C, Bays H, Kastelein J, Braeckman R, Soni P, “Effects of AMR101 on Lipid and Inflammatory Parameters in Patients with Diabetes Mellitus-2 and Residual Elevated Triglycerides (200-500 mg/dL) on Statin Therapy at LDL-C Goal: the ANCHOR Study" ADA 2012; Abstract 629-P


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  • Il rischio di cancro al colon dipende dall'interazione tra gli Omega-3 e i geni dell'infiammazione

    Gli Omega-3 riducono il rischio di cancro al colon retto interagendo con i geni che controllano l'infiammazione. Un gruppo di ricercatori guidati da Nina Habermann del National Center for Tumor Diseases di Heidelberg (Germania) ha dimostrato l'esistenza di questa interazione. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Genes and Nutrition1. Gli autori della ricerca hanno individuato in coloro che consumano basse quantità di cibi ricchi di Omega-3 maggiori probabilità di sviluppare questo tumore se sono presenti geni che aumentano i livelli di molecole proinfiammatorie. Il ruolo degli Omega-3 nell'infiammazione Gli acidi grassi polinsaturi sono un gruppo di nutrienti cui appartengono sia gli Omega-3 sia gli Omega-6. Vengono trasformati dall'organismo in prostaglandine e leucotrieni, molecole che controllano i fenomeni infiammatori. In genere l'effetto delle sostanze prodotte a partire dagli Omega-6 è totalmente opposto a quello delle molecole ottenute dagli Omega-3: mentre le prime stimolano l'infiammazione, le seconde ne riducono i livelli. Diversi studi hanno dimostrato che l'assunzione di Omega-3 riduce l'infiammazione, contribuendo a contrastare diversi disturbi associati a questo fenomeno. Fra questi vi è anche il cancro al colon retto, una forma di tumore associata anche a malattie infiammatorie intestinali come la colite ulcerosa e il morbo di Crohn. L'incidenza di questo tipo di cancro è significativamente inferiore nelle popolazioni che mangiano elevate quantità di pesce ricco di Omega-32. Non solo: l'assunzione di EPA (acido eicosapentaenoico) e DHA (acido docosaesaenoico), i 2 più importanti Omega-3 contenuti nell'olio di pesce, diminuisce la formazione e la proliferazione dei polipi precancerosi3,4. Data l'esistenza di questi legami tra Omega-3, infiammazione e cancro al colon, Habermann e colleghi hanno ipotizzato che consumare elevate quantità di pesce ricco di Omega-3 possa ridurre il rischio di cancro al colon retto in chi possiede geni la cui attività aumenta i livelli di molecole pro-nfiammatorie. Geni che promuovono l'infiammazione I ricercatori hanno confrontato i geni presenti in 1.574 individui affetti da cancro al colon e 791 pazienti con cancro al retto con quelli presenti in soggetti non affetti da questo tumore. E' stato così scoperto che assumere bassi livelli di Omega-3 aumenta il rischio di cancro se sono presenti le varianti dei geni PTGS1, PTGS2 e ALOX15 che portano alla produzione di livelli più elevati di prostaglandine e leucotrieni. In particolare, il rischio di cancro è maggiore per chi è portatore di questa variante di PTGS1 e assume bassi livelli di DHA. In modo simile, il tumore è più frequente se chi presenta la forma di ALOX15 che aumenta l'infiammazione assume poco EPA. Sulla base di questi risultati i ricercatori hanno concluso che la combinazione fra i livelli di Omega-3 e le varianti dei geni presenti nell'organismo può determinare il rischio di sviluppare il cancro al colon.                   Fonti 1. Habermann N, Ulrich CM, Lundgreen A, Makar KW, Poole EM, Caan B, Kulmacz R, Whitton J, Galbraith R, Potter JD, Slattery ML, “PTGS1, PTGS2, ALOX5, ALOX12, ALOX15, and FLAP SNPs: interaction with fatty acids in colon cancer and rectal cancer”, Genes Nutr. 2012 Jun 8. [Epub ahead of print] 2. Schloss I, Kidd MS, Tichelaar HY, Young GO, O'Keefe SJ, “Dietary factors associated with a low risk of colon cancer in coloured west coast fishermen”, S Afr Med J. 1997 Feb;87(2):152-8 3. Anti M, Marra G, Armelao F, Bartoli GM, Ficarelli R, Percesepe A, De Vitis I, Maria G, Sofo L, Rapaccini GL, et al, “Effect of omega-3 fatty acids on rectal mucosal cell proliferation in subjects at risk for colon cancer”, Gastroenterology. 1992 Sep;103(3):883-91. 4. Huang YC, Jessup JM, Forse RA, Flickner S, Pleskow D, Anastopoulos HT, Ritter V, Blackburn GL, “n-3 fatty acids decrease colonic epithelial cell proliferation in high-risk bowel mucosa”, Lipids. 1996 Mar;31 Suppl:S313-7


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  • Tumore al seno, scoperto il meccanismo di protezione attivato dagli Omega-3

    Scoperto il meccanismo molecolare grazie al quale l'Omega-3 DHA (acido docosaesaenoico) inibisce la crescita e la diffusione delle cellule di tumore al seno. Grazie a uno studio condotto su cellule umane, i ricercatori dell'UT Health Science Center di San Antonio (Stati Uniti) hanno svelato che questo nutriente blocca l'espressione dell piccola molecola miR-21, coinvolta nella crescita del tumore nonché nella formazione di metastasi. La ricerca è stata pubblicata sulle pagine della rivista Carcinogenesis1. Gli Omega-3, preziosi alleati contro il cancro Le potenzialità degli Omega-3 per il trattamento del cancro (prevenzione, terapia, inibizione della crescita, diffusione) sono state evidenziate da molti studi. Ad esempio è stato scoperto che un'alimentazione ricca di questi nutrienti riduce l'insorgenza dei tumori. In combinazione con le terapie tradizionali, gli Omega-3 consentono di: aumentare l'efficacia delle terapie stesse; ridurre la tossicità dei trattamenti; limitare la crescita del tumore; contrastare la formazione di metastasi. Il punto cruciale sembra essere il bilancio tra gli Omega-3 e gli Omega-6, altri importanti acidi grassi: più il rapporto tra le loro concentrazioni è sbilanciato a favore degli Omega-3, maggiore è il loro effetto protettivo nei confronti del cancro. Fra i meccanismi alla base dell'azione degli Omega-3 nei confronti del cancro c'è l'aumento della sensibilità delle cellule tumorali all'azione dei radicali liberi, molecole tossiche generate da alcuni chemioterapici e dalla radioterapia. Inoltre è stato dimostrato che gli Omega-3 compromettono la capacità delle cellule cancerose di aderire alle membrane e di attraversarle, funzioni indispensabili per la formazione delle metastasi. Cancro al seno: un caso particolare Gli Omega-3 si sono rivelati efficaci verso le seguenti forme tumorali: cancro al colon cancro alla prostata cancro al seno Nel caso del cancro al seno, è stato dimostrato che una carenza di Omega-3 aumenta la probabilità di sviluppare metastasi, mentre un'alimentazione ricca di questi acidi grassi può ridurne le dimensioni. Pochi studi sono, però, riusciti a gettare luce sui meccanismi molecolari scatenati da questi nutrienti nelle cellule tumorali. Alcuni ricercatori hanno ipotizzato che tra i bersagli di questi acidi grassi ci siano delle molecole che regolano l'espressione dei geni: i cosiddetti micro-RNA. L'ipotesi è stata confermata dagli studiosi dell'UT Health Science Center, che hanno dimostrato che il DHA inibisce l'espressione del micro-RNA miR-21 nelle cellule di tumore al seno. Nel loro studio i ricercatori hanno spiegato che la crescita e la formazione di metastasi a partire dal cancro al seno è associata all'aumento delle concentrazioni di miR-21. Questo a sua volta agisce su una serie di molecole note per il loro coinvolgimento nella formazione dei tumori, arrivando a stimolare l'attività del gene CSF-1, un potente attivatore della proliferazione del cancro e della formazione delle metastasi. Il DHA riduce i livelli di miR-21 e blocca l'attività di CSF-1. I risultati ottenuti somministrando il DHA alle cellule sono stati confermati alimentando dei topi con olio di pesce, nota fonte di Omega-3. Anche in questo caso è stata osservata una riduzione sia dei livelli di miR-21 sia di quelli di CSF-1. In base a questi risultati, i ricercatori hanno concluso che l'efficacia dell'olio di pesce e del DHA in esso contenuto passa attraverso il blocco di miR-21, che porta alla riduzione dell'espressione di CSF-1.       Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.       Fonte 1. Mandal CC, Ghosh-Choudhury T, Dey N, Ghosh Choudhury G, Ghosh-Choudhury N, “miR-21 is Targeted By Omega-3 Polyunsaturated Fatty Acid to Regulate Breast Tumor CSF-1 Expression”, Carcinogenesis. 2012 Jun 7.


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  • L'alimentazione ricca di Omega-3 contrasta le malattie associate all'infiammazione

    Aumentare il consumo di Omega-3 può aiutare a combattere i disturbi legati all'aumento dell'infiammazione associato allo stile alimentare moderno, caratterizzato da un apporto eccessivo di acidi grassi Omega-6. Questi ultimi aumentano la produzione di molecole associate ai fenomeni infiammatori alla base di diverse patologie croniche: malattie dell'apparato cardiovascolare diabete obesità steatosi epatica non alcolica Alzheimer artrite reumatoide malattie infiammatorie intestinali Una descrizione approfondita del ruolo giocato da questi 2 tipi di grassi nello sviluppo di queste malattie è contenuta in un'analisi pubblicata sul Journal of Nutrition and Metabolism1 da un gruppo di ricercatori del Biosciences Institute di County Cork (Irlanda). Omega-3 e Omega-6: grassi di cui non si può fare a meno Gli Omega-3 e gli Omega-6 sono considerati acidi grassi essenziali: significa che l'organismo umano non è in grado di sintetizzarli in piena autonomia, pertanto è indispensabile introdurli con l'alimentazione. Le cellule sanno produrre alcuni di questi grassi, non sono invece in grado di sintetizzare il materiale di partenza per ottenerli: acido linoleico (LA, un Omega-6) acido alfa-linolenico (ALA, un Omega-3). Senza un adeguato apporto di questi nutrienti l'organismo subisce gli effetti della carenza di Omega-3 e Omega-6, molecole che regolano tutta una serie di processi biologici variabili dal controllo della pressione sanguigna al funzionamento del sistema nervoso. Il ruolo dei grassi nell'infiammazione Gli eicosanoidi sono molecole ottenute a partire da LA e ALA che regolano i processi infiammatori. In particolare: gli eicosanoidi ottenuti a partire dagli Omega-6 promuovono l'infiammazione; gli eicosanoidi che derivano dagli Omega-3 hanno invece un effetto antinfiammatorio. I cambiamenti dello stile alimentare degli ultimi decenni hanno portato ad un arricchimento della dieta occidentale di Omega-6, associato soprattutto al consumo sempre più frequente di oli vegetali ricchi di LA. Il bilancio tra Omega-6 e Omega-3, il cui rapporto ideale si attesta tra l'1 a 1 e il 4 a 1, si è spostato di conseguenza verso valori pari a 15 a 1. Allo stesso modo, l'incidenza di malattie infiammatorie croniche è a sua volta aumentata. Contrastare l'infiammazione con l'alimentazione Diversi studi si sono concentrati sulla possibilità di ridurre il rischio di sviluppare questi disturbi aumentando il consumo alimentare di Omega-3. L'approccio si è dimostrato potenzialmente efficace in caso di: steatosi epatica non alcolica malattie cardiovascolari patologie infiammatorie dell'intestino artrite reumatoide malattia di Alzheimer Un regime alimentare ricco di frutta, verdura, legumi, cereali e pesce ricchi di Omega-3 riduce inoltre la probabilità di sviluppare la sindrome metabolica, una situazione complessa in cui sono presenti contemporaneamente diversi fattori di rischio per il diabete e le malattie cardiovascolari. Un consumo elevato di Omega-6 associato a un basso apporto di Omega-3 favorisce l'infiammazione, di conseguenza mette in atto i seguenti processi organici: aumenta la tendenza dei vasi sanguigni a restringersi; eleva la viscosità del sangue; accresce la probabilità di sviluppare malattie associate a queste condizioni. Quali cibi preferire? Aumentare il consumo di: salmone sgombro tonno verdura a foglia verde frutta secca (come le noci) Da evitare l'uso eccessivo di oli di girasole, di zafferanone e di mais, ricchi di LA.     Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.       Fonte 1. Patterson E, Wall R, Fitzgerald GF, Ross RP, Stanton C, “Health implications of high dietary omega-6 polyunsaturated Fatty acids”, J Nutr Metab. 2012;2012:539426. Epub 2012 Apr 5


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  • Rimedi allo stress: i cibi che contengono Omega-3 combattono ansia e tensioni

    Gli Omega-3 sono ingredienti fondamentali di un'alimentazione contro lo stress. Il nutrizionista Giorgio Calabrese e  lo psicoterapeuta Paola Vinciguerra, presidente dell'Associazione europea per il disturbo da attacchi di panico, lo sottolineano nel loro libro “Stress&Dieta. Consigli e rimedi per vivere al meglio”, edito da Kowalski. Cibi ricchi di Omega-3vitamina C, acqua nonché un corretto utilizzo del sale contribuiscono a proteggere l'organismo dall'effetto delle tensioni quotidiane. L'alimentazione delle persone stressate Stress e ansia influenzano in modo significativo i nostri comportamenti alimentari. Il cibo viene spesso considerato una forma di consolazione oppure un mezzo per superare stress, sensazioni di angoscia, avvilimento e abbattimento. Viceversa, alcuni comportamenti alimentari possono portare a rabbia o addirittura alla depressione. Esempi: Chi salta continuamente da una dieta all'altra. Chi passa la notte ad abbuffarsi. Chi bandisce totalmente alcuni cibi, reputati un nemico della forma fisica. Questi comportamenti rischiosi per la salute promuovono un rapporto malato con il cibo, che secondo Vinciguerra è ritenuto una sorta di "tecnica antistress". La dipendenza dal cibo nonché la messa al bando di alcuni alimenti sono in realtà un'arma a doppio taglio: l'alimentazione scorretta priva il corpo dei nutrienti necessari per combattere lo stress. I comportamenti alimentari da evitare Per gli autori alcuni comportamenti alimentari determinano un aumento di stress. Esempio: Chi salta il pranzo a causa dell'eccesso di lavoro e si consola poi con la cena. Magari eccede con gli alcolici per cercare di rilassarsi. Non occorre essere impegnati tutto il giorno perché le tensioni arrivino a compromettere la buona alimentazione: nei bambini l'ansia assorbita da una mamma troppo preoccupata che il suo piccolo mangi abbastanza è deleteria per il rapporto con il cibo. Il bambino può addirittura utilizzare il cibo come una specie di ricatto per sentirsi al centro dell'attenzione. Una dieta sana, già dalla prima colazione, è indispensabile per migliorare il rapporto con il cibo nonché allontanare ansia e ossessioni. I pasti debbono essere consumati seduti e con calma, per assaporare meglio il cibo. I cibi contro lo stress Calabrese e Vinciguerra consigliano vari cibi per difendersi dagli effetti collaterali di ansia e stress sulla salute: Arance, broccoli, kiwi, frutti di bosco, peperoni e pomodori, alimenti ricchi di vitamina C. Questo nutriente è indispensabile per la produzione di adrenalina, molecola fondamentale per riequilibrare il cervello sottoposto a stress. Carote, verdure a foglia verde, frutti gialli o arancioni, che forniscono la giusta dose di beta-carotene. Salmone,  tonno e sgombro, noci, cibi ricchi di Omega-3, acidi grassi dalle notevoli proprietà benefiche per la salute. Altre regole alimentari antistress fondamentali: Bilanciare il consumo di sale. Bere almeno 1,5-2 litri di liquidi al giorno. Limitare il consumo di grassi. Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.


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  • Il DHA migliora le capacità di lettura e di scrittura in chi soffre di ADHD

    Livelli elevati di Omega-3 DHA (acido docosaesaenoico) nei globuli rossi migliorano la capacità di scrittura e di lettura di ragazzi affetti da sindrome di deficit di attenzione/iperattività (o sindrome ADHD). Uno studio dei ricercatori dell'Australian Technology Network Centre for Metabolic Fitness (Australia) pubblicato sulla rivista Nutrition1 rileva questa associazione. Per gli autori questa ricerca conferma l'ipotesi che aumentare il consumo di Omega-3 può migliorare l'attenzione, l'alfabetizzazione e i problemi di comportamento in alcuni casi di sindrome ADHD. Omega-3: un aiuto contro l'ADHD Gli acidi grassi Omega-3 sono fondamentali per lo sviluppo del sistema nervoso: la loro carenza può essere associata proprio all'ADHD. Alcuni studi hanno dimostrato che l'assunzione combinata di Omega-3 e Omega-6 migliora le capacità cognitive e i disturbi comportamentali di ragazzi affetti da questa sindrome e con difficoltà di lettura, soprattutto in caso di dislessia. Questa nuova ricerca ha analizzato ulteriormente questo aspetto somministrando Omega-3 a 90 ragazzi di età compresa tra i 9 e i 12 anni affetti da disturbi ADHD. I partecipanti sono stati suddivisi in 3 gruppi: il primo ha ricevuto 4 capsule al giorno di un olio ricco di Omega-3 EPA (acido eicosapentaenoico), per un totale di 1.109 milligrammi di EPA e 108 milligrammi di DHA; Il secondo ha invece ricevuto capsule ricche di DHA, per un totale di 264 milligrammi di EPA e 1.032 milligrammi di DHA al giorno; il terzo ha assunto ogni giorno 1.467 milligrammi di acido linoleico (un Omega-6). Un ruolo esclusivo per EPA e DHA I ricercatori dopo 4 mesi hanno osservato un miglioramento nella capacità di lettura solo nei ragazzi in cui i livelli di DHA presente nei globuli rossi erano aumentati. Non solo: i genitori di questi bambini hanno riferito che il comportamento oppositivo, tipico di chi è affetto da questa sindrome, era più contenuto. I benefici dell'aumento dei livelli di DHA sono risultati particolarmente elevati nei ragazzi con difficoltà di apprendimento. Questi bambini riuscivano infatti a leggere e a scrivere meglio e avevano minori problemi di attenzione. I loro genitori hanno osservato anche una riduzione dei comportamenti oppositivi, dell'iperattività e più in generale dei sintomi dell'ADHD. Gli effetti dell'assunzione di EPA non sono stati invece gli stessi: maggiori livelli di questo Omega-3 nei globuli rossi hanno migliorato gli stati d'ansia e la timidezza. Per gli autori questi risultati suggeriscono che EPA e DHA abbiano entrambi un effetto benefico, ma distinto. La necessità di una conferma I ricercatori hanno commentato i risultati ottenuti sottolineando che la discordanza tra i dati presenti nella letteratura scientifica porta ad ipotizzare che per ottenere benefici significativi è importante prestare attenzione alla dose di Omega-3 somministrati. Ciò che sembra ormai sicuro è che i bambini che soffrono di ADHD, e allo stesso tempo hanno difficoltà a leggere e a scrivere, potrebbero trarre beneficio dall'assunzione di questi acidi grassi.   Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.     Fonte 1. Milte CM, Parletta N, Buckley JD, Coates AM, Young RM, Howe PR, “Eicosapentaenoic and docosahexaenoic acids, cognition, and behavior in children with attention-deficit/hyperactivity disorder: A randomized controlled trial”, Nutrition. 2012 Jun;28(6):670-7. Epub 2012 Apr 25


    Articolo pubblicato in Neonati e bambini, Disturbi ADHD ed è stato taggato con

  • Il rischio di ictus diminuisce nelle donne che assumono elevate quantità di Omega-3

    Le donne che assumono quantità elevate di Omega-3 sono soggette a un minor rischio di ictus. Uno studio di un gruppo di scienziati guidati da Susanna Larsson del Karolinska Institutet di Stoccolma (Svezia) conferma quanto era già stato suggerito da altre ricerche. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Atherosclerosis1 e supportano l'ipotesi che il consumo di pesce ricco di Omega-3 possa prevenire il rischio di ictus. Omega-3 e ictus, chi ha ragione? Diversi studi hanno suggerito come il consumo di pesce grasso e dei grassi Omega-3 in esso contenuti sia associato nelle donne a un minor rischio di ictus. Tuttavia, nel corso degli anni il dibattito sull'effettiva efficacia degli Omega-3 nella prevenzione di questo evento si è sempre più acceso. Uno studio ha infatti lasciato ipotizzare che fosse il pesce magro (che non contiene gli stessi livelli di Omega-3), più che quello grasso, a ridurre il rischio di ictus. L'ipotesi è stata successivamente smentita da una ricerca che ha nuovamente rilevato il ruolo protettivo del consumo di pesce grasso. L'esistenza di dati così contrastanti ha spinto gli scienziati a un'analisi globale dei risultati ottenuti. Il confronto fra 15 diversi studi ha portato a concludere che il consumo di pesce è associato solo in piccola parte alla riduzione del rischio di ictus. Per chiarire definitivamente ogni dubbio, Larsson e colleghi si sono concentrati sul ruolo svolto dai grassi, più che dal pesce, nella prevenzione di questo evento. Non più pesce, ma Omega-3 I ricercatori svedesi hanno analizzato i dati relativi alle abitudini alimentari e allo stile di vita di 35.000 donne coinvolte in uno studio nazionale durato più di 10 anni. Le donne che consumavano le maggiori quantità di Omega-3 ne introducevano in media 730 milligrammi al giorno, mentre i livelli di assunzione più bassi corrispondevano a una media giornaliera pari a 144 milligrammi. Durante i 10 anni di studio, 1680 partecipanti sono state colpite da un ictus. In particolare, nel 78% dei casi si è trattato di un infarto cerebrale, nel 14% dei casi di un ictus emorragico e nell'8% dei casi di forme di ictus non specificate. L'analisi dei dati ha dimostrato che elevati consumi di Omega-3 sono associati a una riduzione del rischio di ictus pari al 16%. Di contro, assumere quantità elevate di colesterolo aumenta il rischio di ictus del 20%. Nello specifico, livelli elevati di colesterolo di origine alimentare aumentano la probabilità di infarto cerebrale addirittura del 29%. Non è stata invece rilevata nessuna associazione tra l'ictus e gli altri grassi contenuti nei cibi. Efficacia confermata I risultati ottenuti confermano l'esistenza di un legame tra il consumo di pesce grasso ricco di Omega-3 e la riduzione del rischio di ictus nelle donne. Allo stesso modo, questa ricerca che l'assunzione di livelli elevati di colesterolo aumenta la probabilità di essere colpiti da questo evento. Secondo i ricercatori è quindi possibile ipotizzare che gli Omega-3 giochino un ruolo nella prevenzione dell'ictus nelle donne.         Fonte 1. Larsson SC, Virtamo J, Wolk A, “Dietary fats and dietary cholesterol and risk of stroke in women”, Atherosclerosis. 2012 Mar;221(1):282-6. Epub 2012 Jan 8


    Articolo pubblicato in Donna in salute, Malattie cerebrali ed è stato taggato con

  • Rischio di arresto cardiaco: con gli Omega-3 si riduce del 15%

    Consumare maggiori quantità di Omega-3 con il conseguente aumento dei loro livelli nel sangue può ridurre fin del 15% il rischio di arresto cardiaco. A confermare i benefici degli Omega-3 per il cuore è un'analisi pubblicata sulla rivista Clinical Nutrion1. I suoi autori, guidati dagli esperti del Brigham and Women's Hospital e dell'Università di Harvard di Boston (Stati Uniti), hanno revisionato gli studi condotti fino ad oggi e hanno concluso che questi acidi grassi esercitano realmente un effetto protettivo nei confronti del cuore. Arresto cardiaco: gli indizi dell'utilità degli Omega-3 I benefici degli Omega-3 per la salute sono diversi. Ad esserne coinvolti sono diversi organi, dal cervello alle articolazioni, dalla pelle agli occhi. La maggior parte degli studi sui loro effetti riguarda il sistema cardiovascolare. Le prime ipotesi dell'esistenza di un legame tra il consumo di questi acidi grassi e la salute di cuore e vasi sanguigni risalgono a circa 40 anni fa. Diversi ricercatori hanno cercato da allora di verificare questa ipotesi, e i dati a suo sostegno sono diventati sempre più numerosi. Fra questi, molti indicano che gli Omega-3 riducono la mortalità in caso di arresto cardiaco. Gli indizi di un'influenza sull'incidenza di questo evento sono invece più frammentari. Più Omega-3, meno attacchi di cuore Per cercare di chiarire questo aspetto, i ricercatori di Boston hanno confrontato i risultati ottenuti nei 7 studi più rilevanti pubblicati prima di fine agosto del 2011. L'analisi ha riguardato i dati relativi a 176.441 individui, per un totale di 5.480 casi di arresto cardiaco. Gli autori hanno calcolato che i soggetti con livelli di Omega-3 più elevati sono esposti un rischio di arresto cardiaco inferiore del 14% rispetto a chi ne ha quantità più basse. L'effetto è simile in chi mangia pesce grasso ricco di Omega-3: i consumatori più assidui hanno il 15% di probabilità in meno di essere colpiti da questo evento. L'effetto protettivo è proporzionale alla quantità di pesce consumato: il rischio diminuisce del 5% ogni 15 grammi di pesce al giorno. In modo simile, un aumento del consumo giornaliero degli Omega-3 EPA (acido eicosapentaenoico) e DHA (acido docosaesaenoico) di 125 milligrammi corrisponde a una riduzione del rischio di arresto cardiaco del 3%. Per gli esperti del settore questo effetto indica l'elevata potenzialità degli Omega-3 nella protezione della salute cardiovascolare. Protezione confermata I risultati di questa analisi avvalorano i dati emersi nel corso di studi passati che indicavano come il consumo di EPA e DHA potesse ridurre il rischio di attacco cardiaco. Secondo gli autori, alla base di questo effetto potrebbero esserci la capacità di pesce e Omega-3 di ridurre i livelli di trigliceridi e regolare quelli dei grassi totali nel sangue, di migliorare la funzionalità dei ventricoli, il battito cardiaco e lo stato infiammatorio.     Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.     Fonte 1. Djoussé L, Akinkuolie AO, Wu JH, Ding EL, Gaziano JM, “Fish consumption, omega-3 fatty acids and risk of heart failure: A meta-analysis”, Clin Nutr. 2012 Jun 6.


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  • Gli Omega-3 prevengono l'occhio secco agendo sulle ghiandole lacrimali

    Una dieta ricca degli Omega-3 EPA (acido eicosapentaenoico) e DHA (acido docosaesaenoico) aiuta a prevenire i sintomi della sindrome dell'occhio secco grazie all'azione sulle ghiandole lacrimali. L'efficacia preventiva degli Omega-3 può essere altresì aumentata aggiungendo all'alimentazione anche l'Omega-6 GLA (acido gamma-linoleico). I ricercatori dell'Institut National de la Recherche Agronomique (INRA) di Digione (Francia) lo hanno dimostrato attraverso esperimenti condotti sui ratti, pubblicati sulla rivista Graefe's Archive for Clinical and Experimental Ophthalmology1. Occhio secco, un problema (non solo) di lenti a contatto La sindrome dell'occhio secco è un disturbo associato alla riduzione della produzione delle lacrime o a un'alterazione della loro composizione. Dato che il film lacrimale serve soprattutto per mantenere umida la superficie oculare, la conseguenza principale di questa sindrome è la disidratazione della cornea, lo strato più esterno dell'occhio. Principali sintomi dell'occhio secco: sensazione di avere della sabbia o un corpo estraneo nell'occhio; arrossamento; dolore; bruciore; fastidio durante l'esposizione alla luce; formazione di ulcere (nei casi più gravi). Il problema è più frequente dopo i 40 anni e di solito colpisce le seguenti categorie: chi usa le lenti a contatto; chi passa molto tempo al computer; chi è più esposto al sole e al vento. Omega-3 per la salute degli occhi Diverse ricerche hanno dimostrato i benefici degli Omega-3 per gli occhi: un'alimentazione ricca di questi nutrienti aiuta ad esempio a contrastare la progressione della retinite pigmentosa, una malattia che può portare alla perdita della vista2. Non solo, questi acidi grassi sono utili anche nel trattamento della retinopatia, patologia che può causare cecità nei bambini nati prematuri e in chi soffre di diabete3. Infine, una ricerca dell'Università di Turku (Finlandia) ha dimostrato che l'olio di olivello spinoso, una pianta ricca di Omega-3, riduce i sintomi della sindrome da occhio secco4. I ricercatori francesi si sono concentrati sul ruolo di una dieta ricca di Omega-3 o di Omega-6 nella riduzione dei sintomi di questa patologia utilizzando come modello dei ratti, in cui la sindrome è stata indotta con opportune tecniche sperimentali. 2 mesi di Omega-3 per contrastare l'occhio secco Prima di indurre la patologia, i ricercatori hanno alimentato gli animali per 2 mesi con un mangime arricchito di GLA, EPA, DHA o di tutti e 3 gli acidi grassi. I primi effetti degli Omega-3 sono risultati visibili già 2 giorni dopo l'induzione della sindrome: nei ratti che avevano assunto EPA e DHA è stata osservata una minore riduzione della produzione della mucina contenuta nelle lacrime. 28 giorni dopo l'induzione della patologia, l'assunzione degli acidi grassi aveva ridotto anche la comparsa di infiammazioni della cornea nonché l'espressione a livello dell'occhio di molecole coinvolte nella risposta immunitaria. Analisi più dettagliate hanno permesso di scoprire che gli acidi grassi introdotti con l'alimentazione andavano a collocarsi a livello delle ghiandole lacrimali. Qui EPA e DHA andavano ad inibire la produzione delle molecole che regolano i processi infiammatori già 10 giorni dopo l'induzione della sindrome. Un'azione diretta alle ghiandole lacrimali In base a questi risultati, i ricercatori hanno concluso che EPA e DHA prevengono i sintomi dell'occhio secco agendo a livello delle ghiandole lacrimali.     Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.     Fonte 1. Viau S, Maire MA, Pasquis B, Grégoire S, Acar N, Bron AM, Bretillon L, Creuzot-Garcher CP, Joffre C, “Efficacy of a 2-month dietary supplementation with polyunsaturated fatty acids in dry eye induced by scopolamine in a rat model”, Graefes Arch Clin Exp Ophthalmol. 2009 Aug;247(8):1039-50. Epub 2009 May 5 2. Berson EL, Rosner B, Sandberg MA, Weigel-DiFranco C, Willet WC, “Omega-3 Intake and Visual Acuity in Patients With Retinitis Pigmentosa Receiving Vitamin A”, Arch Ophthalmol., Published online ahead of print, doi:10.1001/archopthalmol.2011.2580 3. Sapieha P, Stahl A, Chen J, Seaward MR, Willett KL, Krah NM, Dennison RJ, Connor KM, Aderman CM, Liclican E, Carughi A, Perelman D, Kanaoka Y, Sangiovanni JP, Gronert K, Smith LE, “5-Lipoxygenase metabolite 4-HDHA is a mediator of the antiangiogenic effect of ω-3 polyunsaturated fatty acids”, Sci Transl Med. 2011 Feb 9;3(69):69ra12 4. Larmo PS, Järvinen RL, Setälä NL, Yang B, Viitanen MH, Engblom JR, Tahvonen RL, Kallio HP, “Oral sea buckthorn oil attenuates tear film osmolarity and symptoms in individuals with dry eye”, J Nutr. 2010 Aug;140(8):1462-8. Epub 2010 Jun 16


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