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  • Semi di lino con Omega-3 riducono danni da radiazioni

    L'assunzione di semi di lino, fonti alimentari di Omega-3, può ridurre i danni ai polmoni associati all'esposizione a radiazioni. A suggerirlo è uno studio condotto da Melpo Christofidou-Solomidou e colleghi all'Università della Pennsylvania di Filadelfia (Stati Uniti), pubblicato da BioMed Central Cancer. I ricercatori hanno studiato gli effetti dell'assunzione di semi di lino in topi sottoposti a raggi X al torace. I risultati sono stati interessanti: una supplementazione post-trattamento con questi vegetali permette di: ridurre la fibrosi polmonare; diminuire l'infiammazione; diminuire la produzione di molecole che attivano il sistema immunitario; aumentare la sopravvivenza. Tale trattamento contrasta lo stesso tipo di danni provocati dalla radioterapia. Semi di lino: le proprietà I semi di lino, prodotti vegetali ricchi di acidi grassi Omega-3, sono noti soprattutto per le loro proprietà antiossidanti e antinfiammatorie. In uno studio precedente, pubblicato su Cancer Biology anche Therapy, Christofidou-Solomidou aveva dimostrato che questi alimenti consentono di prevenire i danni ai polmoni nei topi sottoposti a terapia con raggi X al torace. Questo tipo di trattamento, così come l'inalazione di molecole radioattive disperse nell'aria, è associato a infiammazione, danno ossidativo ai tessuti e fibrosi irreversibile dei polmoni. Nel nuovo studio i ricercatori hanno valutato se la l'assunzione di questi semi potesse mitigare gli effetti dei raggi X ad esposizione alle radiazioni già avvenuta. Lo studio La dieta dei topi sottoposti alla terapia con raggi X è stata arricchita con il 10% di semi di lino subito dopo il trattamento oppure 2, 4 o 6 settimane dopo l'esposizione alle radiazioni. Come controllo, ad altri topi è stata assegnata una dieta priva del supplemento. Protezione dai semi di lino A 4 mesi dal trattamento il tasso di sopravvivenza dei topi che non avevano ricevuto semi di lino era pari al 40%. Quello degli animali che avevano ricevuto il supplemento ricco di Omega-3 variava, invece, tra il 70 e l'88%. L'analisi dei polmoni e di un marcatore della fibrosi ha altresì dimostrato che in questi topi i livelli di fibrosi erano inferiori rispetto a quanto osservato nel gruppo di controllo. Inoltre i ricercatori hanno osservato una minore perdita di peso e una minore quantità di molecole infiammatorie negli animali che avevano assunto semi di lino, caratterizzati da una maggiore ossigenazione del sangue rispetto agli altri topi La migrazione delle cellule dell'infiammazione a livello dei polmoni, invece, era ridotta solo se la somministrazione del supplemento alimentare iniziava non più tardi di 2 settimane dopo il trattamento con raggi X. Semi di lino per riparare i polmoni I risultati ottenuti dimostrano che le sostanze contenute nei semi di lino aiutano a contrastare i danni polmonari normalmente associati all'esposizione alle radiazioni. Dopo questa serie di esperimenti i ricercatori hanno iniziato a testare l'efficacia della somministrazione di questo supplemento a pazienti sottoposti a terapie anticancro.     Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.


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  • Sintomi depressione: l'Omega-3 EPA è più efficace del DHA

    I sintomi della depressione possono essere trattati con l'ausilio dell'Omega-3 acido eicosapentaenoico (EPA). E' la conclusione a cui è giunto Julian Martins dell'Academy of Nutritional Medicine di Cambridge (Stati Uniti), al termine di un'analisi delle varie sperimentazioni in cui  EPA e DHA (acido docosaesaenoico) sono stati utilizzati  come cura per la depressione. I risultati del suo studio sono stati pubblicati sul Journal of the American College of Nutrition. Omega-3 e depressione L'assunzione aumentata con la dieta di Omega-3 in depressione può alleviare lo stato di malessere che caratterizza questa patologia Tuttavia, pochi studi hanno fatto chiarezza su quale fra questi acidi grassi sia il vero responsabile dei benefici derivanti dal loro consumo. L'analisi effettuata da Martins ha voluto fare luce proprio su questo aspetto, concentrandosi sull'efficacia dei 2 principali Omega-3 di origine alimentare: l'EPA e il DHA. Trattamento la depressione con gli Omega-3: lo studio L'autore dello studio ha cercato tutte le pubblicazioni presenti nella letteratura scientifica in cui EPA, DHA o una combinazione 2 due acidi grassi sono stati utilizzati per trattare la depressione. Nell'analisi sono stati inclusi solo gli studi in cui l'effetto della somministrazione di Omega-3 è stato confrontato con quello dell'assunzione di un placebo e in cui i partecipanti sono stati scelti casualmente per ricevere il trattamento o il placebo. Inoltre Martins ha preso in considerazione solo le ricerche per cui fossero disponibili la quantità di Omega-3 somministrati e dati precisi ed affidabili sui sintomi della depressione. In questo modo sono state selezionate 28 ricerche. Se gli Omega-3 vengono utilizzati per il trattamento di depressioni molto severe, i supplementi più efficaci sono quelli caratterizzati da un basso rapporto tra DHA e EPA. Lo rivela l'analisi statistica dei dati. L'efficacia del trattamento dipende comunque dalla patologia presa in considerazione. In particolare: gli Omega-3 sono più utili per trattare disturbo bipolare e forme di depressione grave, anziché forme di depressione lieve, depressione moderata o di affaticamento cronico. Non solo: questi nutrienti sono più efficaci per trattare la depressione anziché prevenirla. Il loro effetto è maggiore se vengono utilizzati in combinazione con un'altra terapia. Infine, l’efficacia del trattamento dipende dalla composizione del supplemento utilizzato. Infatti i sintomi della depressione non sono stati ridotti significativamente nelle 3 sperimentazioni in cui i pazienti hanno assunto solamente DHA. Lo stesso risultato negativo è stato ottenuto in altri 4 studi in cui il supplemento era costituito per più del 50% da questo Omega-3. Al contrario, i segni della malattia sono stati ridotti significativamente in 13 studi in cui è stato utilizzato un integratore formato per più del 50% da EPA e in 8 studi basati sulla somministrazione di solo EPA. EPA, la scelta migliore contro la depressione Secondo Martins, questa analisi rivela che l'EPA è più efficace del DHA nel trattamento della depressione. L'autore però sottolinea che la metodologia di ciascuna sperimentazione, così come il numero di pazienti coinvolti e la durata dello studio, influisce significativamente sui risultati ottenuti somministrando Omega-3 a chi soffre di questa patologia.       Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.


    Articolo pubblicato in Sistema nervoso, Depressione e disturbi bipolari ed è stato taggato con

  • Per il fegato l'olio di pesce è diverso dall'olio di krill

    Gli Omega-3 dell'olio di pesce e nell'olio di krill regolano in modo diverso i geni del fegato. Sono questi i risultati di una ricerca condotta sui topi di cui ha dato notizia la rivista Frontiers in Genetics. I dati raccolti non sono però riusciti a dimostrare che l'olio di krill abbia gli stessi effetti dell'olio di pesce sulle concentrazione dei grassi nel sangue. Le fonti di Omega-3 I benefici degli Omega-3 per il nostro organismo sono ben noti: protezione dell'apparato cardiovascolare; azione antinfiammatoria; regolazione dei livelli di glucosio e dei grassi nel sangue. L'organismo umano non è tuttavia in grado di produrli da sé. Per questo motivo è necessario introdurre questi nutrienti attraverso l'alimentazione. Le fonti Omega-3 principali sono i pesci grassi: salmone sgombro tonno Aumentando il consumo di questi alimenti è possibile garantire all'organismo i livelli adeguati dei due Omega-3 necessari alle cellule: l'acido eicosapentaenoico (EPA) e l'acido docosaesaenoico (DHA). Altre possibili fonti sono elementi di origine vegetale, come le noci e i semi di lino, che però, contengono acido alfa-linolenico (ALA), un precursore di EPA e DHA. Esistono altresì integratori alimentari che aiutano a soddisfare il fabbisogno di questi preziosi nutrienti. I più noti contengono olio di pesce, ma esistono anche integratori il cui ingrediente principale è l'olio di krill, ottenuto da piccoli gamberetti che contengono elevate quantità di EPA e DHA. Olio di pesce e olio di krill: le differenze La maggior parte degli studi sull'efficacia di questi supplementi riguarda l'olio di pesce, ma un numero sempre maggiore di ricerche stanno valutando anche i benefici associati all'assunzione dell'olio di krill. L'analisi pubblicata su Frontiers of Genetics si è concentrata sull'effetto dell'assunzione di olio di pesce o di krill sull'espressione dei geni nel fegato. Gli autori dello studio hanno alimentato dei topi con mangime contenente l'uno o l'altro tipo di supplemento. E' stato scoperto che gli Omega-3 contenuti nell'olio di krill riducono l'attività di geni coinvolti nella produzione di glucosio, di grassi e di colesterolo da parte del fegato. I dati raccolti suggeriscono inoltre che questo supplemento aumenti l'attività dei mitocondri, le centrali energetiche delle cellule. L'olio di pesce regola invece l'espressione di questi geni in modo diverso. La differenza più significativa riguarda i fattori che partecipano alla sintesi del colesterolo, che in questo caso vengono indotti dall'assunzione del supplemento. Nonostante queste differenze, né l'olio di pesce né quello di krill hanno modificato i livelli di grassi, di glucosio o di insulina nel sangue dei topi coinvolti nell'esperimento. Differenze significative? Secondo i ricercatori, il mancato effetto sulle concentrazioni di grassi e zuccheri nel sangue potrebbe essere dovuto al fatto che i topi utilizzati negli esperimenti erano giovani e sono stati alimentati con una dieta a basso contenuto di grassi. La ricerca non chiarisce, quindi, se l'olio di krill ha gli stessi effetti già dimostrati per l'olio di pesce. Saranno necessari ulteriori studi, condotti su animali affetti da disturbi metabolici o alimentati con una dieta ricca di grassi, per gettare luce su questo aspetto.       Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.


    Articolo pubblicato in Alimentazione, Olio di pesce

  • Carenza di Omega-3: i sintomi da tenere sotto controllo

    Gli Omega-3 sono acidi grassi essenziali necessari al corretto funzionamento dell'organismo. L'apporto quotidiano di questi nutrienti è necessario sia per mantenere uno stato di buona salute sia per evitare diversi disturbi che potrebbero essere determinati da una loro carenza. Carenza di Omega-3: la FADS Gli Omega-3 entrano in circolo grazie all'alimentazione. La ridotta assunzione tramite cibi o integratori alimentari affiancati ad essi rischia di impoverire l'organismo di questi preziosi nutrienti, provocando una deficienza. Gli scienziati hanno recentemente dato un nome a questo fenomeno: FADS. FADS è acronimo di Fatty Acid Deficiency Syndrome, sindrome da carenza di acidi grassi. Sintomi da carenza di Omega-3: l'elenco Riconoscere il manifestarsi della carenza di Omega-3 non è sempre facile: infatti i sintomi vengono spesso confusi (in quanto comuni) con quelli di altre malattie.   Diversi sono i problemi che tale mancanza può generare, vediamoli insieme. 1) Problemi alla pelle Pelle secca Capelli fragili Unghie deboli Cheratosi sul dorso, arti superiori e gambe Eczema Forfora Occhio secco 2) Problemi di attenzione e concentrazione Deficit di attenzione Iperattività Problemi di concentrazione 3) Problemi d'umore e stati d'animo Ansia Irritabilità Depressione Cambiamenti d'umore Bassa tolleranza alle frustrazioni 4) Energia e disturbi del sonno Affaticamento e Stanchezza Scarsa qualità del sonno 5) Infiammazione Dolori articolari Deficienza Omega-3: perché è pericoloso ignorare i sintomi Alcuni dei sintomi prima citati sono solo fastidi passeggeri. Atri sono più seri e non vanno ignorati, altrimenti si rischia di lasciare il corpo e l'organismo in costante stato di infiammazione. Questo, col passare del tempo, può portare all'insorgere di malattie cardiovascolari o patologie più gravi.     Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.


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  • Cancro al seno: gli Omega-3 combattono stanchezza e affaticamento postmalattia

    Il senso di stanchezza e affaticamento avvertito dalle donne sopravvissute al cancro al seno può essere combattuto da un'alimentazione a base di Omega-3. Lo dimostra uno studio condotto dalla dottoressa Rachel Ballard-Barbash, del National Cancer Institute statunitense. I risultati sono stati pubblicati sul Journal of Clinical Oncology. L'autrice spiega che l'apporto di acidi grassi Omega-3 aumenta le scorte di energia quotidiane e attenua la sensazione di stanchezza, pesantezza e affaticamento prodotti da una terapia oncologica. Questo stato di malessere può infatti persistere anche anni dopo la fine di un trattamento medico. Gli Omega-3 si trovano in alta concentrazione soprattutto nel pesce: salmone sgombro sardine acciughe aringhe tonno halibut pesce spada trota di torrente Tali acidi grassi sono altresì presenti, seppure in maniera minore, in fonti vegetali: semi e olio di lino noci e cereali vegetali a foglia verde legumi alghe Ballard-Barbash sottolinea che i grassi Omega-3 sono da preferire agli Omega-6 contenuti in oli vegetali, margarina, dolci, snack e cibi da fast food. Stanchezza cancro al seno/alimentazione Omega-3: lo studio Il rapporto "assunzione Omega-3/diminuzione stanchezza" è stato chiarito con uno studio su 633 pazienti sopravvissute al cancro. In totale, il 42% di esse ha dichiarato di avvertire sintomi di affaticamento e spossatezza anche 3 anni dopo la fine delle terapie. Le pazienti che invece hanno assunto più Omega-3, in particolare capsule di olio di pesce, hanno affermato di aver avvertito una minore sensazione di malessere (solo il 23% non ha constatato particolari miglioramenti). Cancro al seno: Omega-3 per migliorare qualità della vita Questo studio apre un nuovi scenari sul ruolo della sana alimentazione, in particolare con cibi che contengono Omega-3, come rimedio alla spossatezza e all'affaticamento postmalattia in cui incorrono le pazienti. "È necessario mangiare pesce almeno 2 volte alla settimana", ha specificato la dottoressa Ballard-Barbash al termine del suo intervento. A questo si debbono aggiungere esercizio fisico svolto in modo regolare e sonno. Tale ricerca aggiunge altresì un altro tassello al quadro dei benefici degli Omega-3 per il cancro al seno.     Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.


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  • Consumare salmone in gravidanza: più salute e meno stress ossidativo

    Lo stress ossidativo della mamma e del neonato può essere contrastato introducendo nell'alimentazione 2 porzioni di salmone arricchito di Omega-3 alla settimana. A dimostrarlo è uno studio dell'Università di Granada (Spagna), pubblicato sulla rivista Antioxidants and Redox Signaling, condotto da un gruppo di ricercatori guidati da Cruz Erika García-Rodríguez. Gli autori spiegano che consumare queste quantità di salmone durante la gravidanza aiuta le donne e i loro figli a raggiungere i livelli di Omega-3 raccomandati dagli esperti. Salmone in gravidanza: Omega-3 dal mare La ricerca condotta nei laboratori dell'Università di Granada si colloca all'interno di un più ampio progetto europeo: il Salmon in Pregnancy Study (Studio sul consumo di salmone durante la gestazione). I primi dati raccolti nel corso di questo progetto hanno svelato che consumare salmone in gravidanza aumenta i livelli di Omega-3 presenti sia nella madre sia nel bambino. In effetti il salmone è uno degli alimenti più ricchi di Omega-3, acidi grassi utili sia per il corretto sviluppo del feto sia per ridurre i rischi di complicazioni durante la gravidanza. Quello utilizzato da García-Rodríguez e colleghi è stato ulteriormente arricchito di questi nutrienti includendo nella sua alimentazione oli di origine vegetale, alghe e zooplancton. Questo particolare tipo di allevamento ha permesso ai ricercatori di ottenere un pesce ricco di Omega-3, vitamine dal potere antiossidante (in particolare A ed E) e selenio. L'effetto degli Omega-3 in gravidanza La nuova ricerca ha coinvolto donne incinte caratterizzate da un basso consumo di pesce, che sono state suddivise in 2 gruppi: il primo ha continuato a seguire il suo regime alimentare; il secondo ha introdotto nella propria dieta, a partire dalle ventesima settimana di gestazione, 2 porzioni alla settimana di salmone arricchito di Omega-3. Tra la ventesima e la trentaquattresima settimana di gravidanza tutte le partecipanti hanno compilato un questionario sulle abitudini alimentari inerente alle 12 settimane precedenti. Inoltre i ricercatori hanno raccolto campioni di sangue e di urine di tutte le donne. I prelievi sono stati ripetuti anche alla trentottesima settimana di gestazione e al parto. Infine, alla nascita del bambino sono stati prelevati campioni di sangue proveniente dal cordone ombelicale. Più Omega-3 e meno stress L'analisi dei dati ha dimostrato che l'aumento del consumo di salmone causa l'innalzamento dei livelli di Omega-3, selenio e vitamina A nella donna incinta e nel neonato. I ricercatori hanno altresì osservato un progressivo aumento di altre molecole importanti per contrastare lo stress ossidativo. Gravidanza serena: un aiuto dagli Omega-3 Questi risultati, spiegano gli autori, indicano che l'assunzione di 2 porzioni a settimana di salmone aiutano la futura mamma e il neonato a raggiungere i livelli minimi di Omega-3 raccomandati aumentando nel contempo le difese antiossidanti. In questo modo è possibile ridurre lo stress ossidativo associato alla gravidanza e che potrebbe portare a gravi complicazioni, inclusi aborto, parto prematuro e preeclampsia.     Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.


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  • 2 porzioni di salmone apportano la quantità di Omega-3 necessaria in gravidanza

    Per assicurarsi il giusto apporto di Omega-3 durante la gestazione è sufficiente aggiungere alla propria alimentazione 2 porzioni di salmone alla settimana. Lo dimostra uno studio condotto alla School of Medicine dell'Università di Southampton (Regno Unito) da un gruppo di ricercatori coinvolti nel progetto europeo "Salmon in Pregnancy Study", inerente al consumo di salmone in gravidanza. I risultati della ricerca sono stati pubblicati sull'American Journal of Clinical Nutrition. Omega-3 in gravidanza: i benefici dell'assunzione Credits Gli acidi grassi Omega-3 sono nutrienti abbondanti nei pesci grassi marini. Assumerli durante la gravidanza apporta diversi benefici: riducono il rischio di complicazioni pericolose per la mamma e per il bambino; facilitano gli scambi di ossigeno e nutrienti; consentono il corretto sviluppo del feto; riducono l'incidenza di alcune patologie dopo la nascita, come l'asma. Un nuovo approccio per aumentare gli Omega-3 L'incremento del consumo di salmone durante la gravidanza è stato esaminato dagli studiosi per capire se potesse aumentare i livelli di Omega-3 presenti nelle donne incinte e nei loro figli. Per questo motivo sono state reclutate 123 donne incinte caratterizzate da un basso consumo di pesce grasso. Le partecipanti sono state suddivise in 2 gruppi e istruite a continuare con la loro alimentazione abituale o ad aggiungere 2 porzioni di salmone al menu settimanale. L'assunzione del pesce è iniziata alla ventesima settimana di gestazione ed è proseguita fino al parto. I risultati ottenuti L'analisi dei dati ha svelato che le partecipanti che avrebbero dovuto introdurre il salmone nella loro alimentazione ne hanno consumato una media pari a 1,94 porzioni a settimana. In totale, queste donne hanno consumato 2,11 porzioni di pesce a settimana, contro una media di 0,47 porzioni mangiate dalle altre partecipanti. Questo maggior consumo di pesce è stato associato a un'assunzione più elevata dei 2 Omega-3 di cui è ricco il pesce: l'EPA (acido eicosapentaenoico) e il DHA (acido docosaesaenoico). Durante la gravidanza è stato appurato che: i livelli di EPA e DHA materni diminuivano nel gruppo di controllo; aumentavano nelle donne che avevano aggiunto il salmone alla propria dieta. Allo stesso modo, EPA e DHA erano più abbondanti nel cordone ombelicale dei figli di queste donne. Più Omega-3 per le mamme che non mangiano pesce I risultati dello studio dimostrano che le donne incinte che non mangiano regolarmente pesce grasso possono aumentare l'apporto di Omega-3 introducendo nella propria dieta 2 porzioni di salmone a settimana. In questo modo, spiegano i ricercatori, le future mamme possono garantire al proprio organismo e al proprio figlio i livelli minimi di EPA e DHA consigliati dagli esperti.     Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.


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  • Stress: Omega-3 per ridurre variazioni pressione sanguigna

    L'assunzione degli Omega-3 EPA (acido eicosapentaenoico) e DHA (acido docosaesaenoico) riduce le variazioni di pressione sanguigna associate allo stress. E' questo quanto emerge da uno studio pubblicato sulla rivista Biological Psychology, frutto del lavoro dei ricercatori dell'Allegheny College di Meadville, negli Stati Uniti. La notizia conferma i benefici di questi nutrienti per la salute cardiovascolare. Stress, cuore e Omega-3 L'eccessiva reattività del sistema cardiocircolatorio alle situazioni di stress è un fattore di rischio per  lo sviluppo delle malattie cardiovascolari. Non solo: una risposta esagerata aumenta anche la probabilità che queste patologie siano fatali. Infatti, l'accumulo di stress si traduce in: richiesta eccessiva di sangue dal sistema circolatorio; riduzione del flusso sanguigno alle cellule; aumento dei livelli di infiammazione. Tutti questi fattori provocano danni al sistema cardiovascolare. Anche un'alimentazione sbilanciata può avere effetti deleteri per cuore e vasi sanguigni. Una dieta tipica dei moderni paesi occidentali, ricca di acidi grassi Omega-6, ma povera di Omega-3, mette in serio pericolo la salute dell'apparato cardiocircolatorio. Omega-3 per proteggere cuore e arterie Diversi studi hanno dimostrato che gli acidi grassi Omega-3 possono migliorare l'attività del sistema cardiovascolare. Per questo motivo, i ricercatori dell'Allegheny Colleg hanno deciso di analizzare l'effetto della somministrazione di questi nutrienti sulle funzioni dell'apparato cardiocircolatorio. I 34 soggetti che hanno partecipato allo studio, tutti giovani e in buono stato di salute, sono stati casualmente assegnati a uno di 2 possibili gruppi: i partecipanti del primo hanno assunto per 21 giorni una miscela pari a 1,4 grammi di Omega-3 EPA  e DHA; ai partecipanti del secondo è stato invece somministrato un placebo non contenente questi acidi grassi. Gli scienziati hanno poi assegnato a tutti gli individui degli esercizi di aritmetica consistenti nell'esecuzione di sottrazioni seriali a partire da un numero a 4 cifre. Durante i test sono stati valutati i parametri del funzionamento del sistema cardiovascolare. In particolare è stato misurato come cuore e arterie reagiscono a situazioni di stress mentale, come quella verificatasi durante l'esecuzione di tali esercizi. In base ai dati raccolti, i ricercatori hanno potuto concludere che l'assunzione di EPA e DHA, ma non quella del placebo, riduce la reattività della pressione sanguigna allo stress. Omega-3 per proteggere il cuore dallo stress Per gli autori questa ricerca dimostra che l'assunzione di acidi grassi Omega-3 può aiutare a ridurre le variazioni dell'attività dell'apparato cardiovascolare associate allo stress. La scoperta aggiunge nuovi dettagli al quadro dei benefici degli Omega-3 per il cuore, che includono il controllo dei livelli di grassi nel sangue, l'azione antitrombotica e quella antinfiammatoria e la riduzione del rischio di eventi pericolosi come l'infarto.     Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.


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  • Omega-3 per ridurre del 29% il rischio di fibrillazione atriale

    Livelli elevati di Omega-3 riducono del 29% il rischio di fibrillazione atriale. La fibrillazione atriale è la forma di aritmia cronica più diffusa fra gli adulti. Le terapie a disposizione per fronteggiare questa malattia sono limitate. A dimostrarlo è uno studio apparso su Circulation, in cui Dariuh Mozaffarian dell'Harvard School of Public Health (Boston, Usa) e i suoi collaboratori ipotizzano che questi acidi grassi potrebbero essere utili per prevenire il disturbo negli anziani. L'acido docosaesaenoico (DHA) sarebbe l'Omega-3 ad esercitare il maggiore effetto benefico nei confronti di questo disturbo. Omega-3 per la salute del cuore Mozaffarian e colleghi hanno deciso di analizzare le potenzialità degli Omega-3 nella prevenzione di questo disturbo. Anni di ricerche hanno dimostrato che questi nutrienti sono preziosi alleati della salute del cuore. In particolare: mantengono sotto controllo i livelli di grassi nel sangue normalizzano la pressione sanguigna; esercitano un'azione antitrombotica e antinfiammatoria; riducono il rischio di eventi cardiovascolari come l'infarto. Fibrillazione atriale: con gli acidi grassi il battito è più regolare La ricerca ha previsto l'analisi di dati riguardanti 3.326 uomini e donne statunitensi di età media pari a 74 anni. All'inizio dello studio nessuno dei partecipanti soffriva di fibrillazione atriale. Durante la ricerca gli scienziati hanno registrato lo sviluppo della patologia in 789 individui. I partecipanti che assumevano i livelli di Omega-3 e di DHA più elevati riducevano il rischio di andare incontro a questo disturbo del 25%. In particolare, spiegano i ricercatori, per un aumento di Omega-3 pari all'1% il rischio di fibrillazione atriale diminuisce del 9%. L'effetto è risultato specifico per il DHA, mentre l'EPA (acido eicosapentaenoico) e il DPA (acido docosapentaenoico) non hanno mostrato gli stessi benefici. Omega-3 per la prevenzione Mozaffarian e colleghi hanno sottolineato che aumento dell'età media della popolazione, incidenza della fibrillazione atriale e limitata possibilità di scelta di cure spingono a testare l'efficacia degli Omega-3 come terapia preventiva. Questo utilizzo si aggiungerebbe alle linee guida che raccomandano di consumare 1 o 2 porzioni di pesce grasso alla settimana (circa 250 milligrammi Omega-3 giornalieri) per prevenire le malattie cardiovascolari. Secondo gli esperti del settore, un approccio che aiuti a prevenire la fibrillazione atriale sarebbe importante sia dal punto di vista della qualità della vita degli individui, sia da quello economico.     Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.


    Articolo pubblicato in Sistema cardiovascolare, Aritmie

  • Trombosi: Omega-3 la contrastano riducendo la trombina

    L'assunzione di Omega-3 riduce la formazione della trombina. La trombina è una proteina che favorisce la coagulazione del sangue, rendendo più permeabili i coaguli che ostruiscono i vasi sanguigni in chi soffre di malattie coronariche. La scoperta, effettuata dai ricercatori dello Jagiellonian University Medical College di Cracovia (Polonia) e pubblicata su Arteriosclerosis, Thrombosis, and Vascular Biology, aggiunge nuovi dettagli all'azione antitrombotica degli Omega-3. Trombosi e Omega-3 Gli acidi grassi Omega-3 aiutano a mantenere il sistema cardiovascolare in uno stato di buona salute. Le loro proprietà includono le capacità di ridurre i trigliceridi in eccesso e di aumentare i livelli del cosiddetto colesterolo “buono”. Queste azioni aiutano a diminuire l'aterosclerosi, cioè la formazione di depositi di colesterolo sulla parete delle arterie. Tale fenomeno causerebbe un restringimento del diametro dei vasi sanguigni che ostacola il flusso del sangue aumenta il rischio di trombosi. L'aumento dei livelli di colesterolo "buono" riduce, quindi, il rischio cardiovascolare. Un nuovo meccanismo d'azione Gli autori di questa ricerca hanno valutato se gli Omega-3 possono essere altresì utili per modificare le proprietà dei coaguli, nonché la formazione della trombina, in pazienti affetti da malattie coronariche che devono subire un'angioplastica. Per rispondere a questa domanda, i ricercatori hanno chiesto a 30 di questi pazienti di assumere 1 grammo al giorno di Omega-3 per 1 mese. Altri 24 pazienti hanno, invece, assunto per lo stesso periodo un'uguale quantità di un placebo. All'inizio dell'esperimento non ci sono state particolari differenze nelle caratteristiche dei coaguli e nella formazione della trombina fra i 2 gruppi di individui. In chi aveva assunto gli Omega-3, dopo 1 mese, i coaguli di fibrina erano il 15,3% più permeabili rispetto a quanto riscontrato nel gruppo di controllo. Non solo: l'assunzione degli acidi grassi aveva ridotto del 14,3% il tempo necessario per la dissoluzione dei coaguli. Allo stesso modo, i parametri della produzione della trombina sono risultati più bassi di una percentuale variabile tra il 13 e il 34%. Dopo 1 mese di assunzione di Omega-3, anche l'espressione di un marcatore dello stress ossidativo è risultata inferiore (in particolare, del 13,1%) rispetto a quanto osservato nei pazienti che avevano assunto il placebo. L'efficacia antitrombotica degli Omega-3 I risultati ottenuti indicano che gli Omega-3 riducono il rischio di trombosi perché: aumentano i livelli di colesterolo buono; riducono la formazione di una molecola che promuove la coagulazione (la trombina); modificano le proprietà dei coaguli. L'assunzione di questi acidi grassi insieme alle terapie standard contrasta anche lo stress ossidativo nei pazienti che devono sottoporsi ad angioplastica.     Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.


    Articolo pubblicato in Sistema cardiovascolare, Trombosi ed è stato taggato con

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