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  • Omega-3 e cancro al seno: il DHA aumenta di 8 mesi la sopravvivenza media

    Le pazienti affette da cancro al seno (con metastasi) che assumono Omega-3 DHA (acido docosaesaenoico) durante la chemioterapia possono aumentare di 8 mesi la loro sopravvivenza media. Lo ha dimostrato uno studio clinico in seconda fase di sperimentazione, coordinato da Philippe Bougnoux dell'Institut National de la Santé Et de la Recherche Médicale (INSERM) U921 di Tours (Francia). In base ai risultati ottenuti, pubblicati sul British Journal of Cancer, gli autori dello studio hanno concluso che una dose giornaliera di DHA di 1,8 grammi non produce nessun effetto collaterale. Si tratterebbe di un nuovo passo avanti compiuto nella ricerca sul cancro nonché un ulteriore tassello che conferma i benefici degli Omega-3 su alcuni tipi di tumori. Omega-3 e sensibilità alla chemioterapia Lo sviluppo di metastasi rende il cancro al seno una malattia letale. Per questo motivo, i trattamenti antitumorali effettuati in questa fase sono mirati alla diminuzione dei sintomi e all'allontanamento del momento del decesso senza risultare ulteriormente tossici per la paziente. Il DHA, Omega-3 di origine alimentare, può essere utile a questo scopo. I ricercatori francesi spiegano infatti che l'arricchimento delle membrane delle cellule tumorali con questo acido grasso le rende più sensibili alla chemioterapia. Lo studio Bougnoux e il suo staff hanno coinvolto 25 pazienti affette da cancro al seno per testare l'effetto della somministrazione di DHA sull'efficacia della chemioterapia. Durante questo studio clinico, le donne sono state  trattate con antraciclina (un farmaco chemioterapico) ed hanno assunto 1,8 grammi al giorno di DHA. Le pazienti che hanno partecipato alla sperimentazione avevano una prognosi particolarmente negativa, legata nel 68% dei casi a metastasi al fegato e in altri tessuti. Il trattamento è durato dai 2 ai 6 mesi e ciascuna paziente è stata seguita per una media di 31 mesi. L'analisi dei dati raccolti in questo periodo ha dimostrato che l'assunzione di DHA aveva permesso di raggiungere una sopravvivenza media di 22 mesi. Per gli autori questo risultato è incoraggiante. Infatti, in assenza del trattamento con DHA la sopravvivenza media delle pazienti con metastasi al seno è stata di circa 14 mesi. Non solo: l'aggiunta dell'Omega-3 al trattamento con antraciclina non è risultato associato a nessun effetto collaterale. Un aiuto dagli Omega-3 Secondo gli autori dello studio, i risultati ottenuti hanno dimostrato per la prima volta che un intervento nutrizionale incentrato sul DHA è un approccio plausibile per aumentare la sopravvivenza delle pazienti con cancro al seno metastatico sottoposte a chemioterapia. L'efficacia di questo Omega-3 potrebbe basarsi sull'azione sensibilizzante proprio nei confronti della chemioterapia. L'utilità di questo approccio potrà essere confermata da sperimentazioni cliniche più avanzate.       Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.       Fonte 1. Bougnoux P, Hajjaji N, Ferrasson MN, Giraudeau B, Couet C, Le Floch O, “Improving outcome of chemotherapy of metastatic breast cancer by docosahexaenoic acid: a phase II trial”, Br J Cancer. 2009 Dec 15;101(12):1978-85. Epub 2009 Nov 17


    Articolo pubblicato in Tumori, Cancro al seno, Tumore al seno ed è stato taggato con

  • Assumere Omega-3 in gravidanza aumenta del 37% il peso del cervello del feto

    L'assunzione di semi di lino durante la gestazione influenza l'incorporazione degli acidi grassi Omega-3 nel cervello del feto e contribuisce a uno sviluppo cerebrale migliore. E' questa la conclusione cui sono giunti i ricercatori dell'Universidade Federal Fluminense di Niterói (Brasile) grazie ad uno studio condotto sui ratti. I risultati della ricerca sono stati pubblicati su Nutrición Hospitalaria, rivista ufficiale della Sociedad Española de Nutrición Enteral y Parenteral. Nutrizione materna e sviluppo del feto L'alimentazione ricevuta all'interno dell'utero può influenzare il rischio di sviluppare malattie croniche in età adulta. Gli acidi grassi Omega-3, presenti sia nel cervello sia nella retina, sono importanti per lo sviluppo del sistema nervoso. Contribuendo alla formazione delle membrane che circondano i neuroni, questi grassi partecipano alla crescita e allo sviluppo della vista, dell'apparato psicomotorio e di alcune funzioni nervose associate al comportamento. Fra gli Omega-3, l'acido docosaesaenoico (DHA) è un componente abbondante delle membrane che avvolgono i neuroni. Il suo inserimento in queste guaine si realizza durante la formazione del sistema nervoso nel feto, a cui giunge attraverso la placenta. Semi di lino come fonte di DHA durante la gestazione I ricercatori brasiliani hanno voluto testare l'effetto sullo sviluppo del cervello dell'assunzione di semi di lino, la principale fonte vegetale di Omega-3, durante la gestazione. Per farlo, hanno determinato il peso del cervello nonché l'incorporazione di Omega-3 nel cervello di ratti partoriti da madri alimentate con o senza semi di lino. Le 18 madri coinvolte nell'esperimento sono state divise in 3 gruppi: al primo è stata fornita una dieta contenente semi di lino e caseina; al secondo è stata data solo caseina. il terzo è stato alimentato con caseina, fibre e olio di soia. I ricercatori hanno valutato il peso del corpo e del cervello dei ratti immediatamente dopo la loro nascita. Nei diversi neonati non è emersa alcuna significativa differenza di peso corporeo. Di contro, la massa cerebrale dei ratti nati da madri alimentate con semi di lino era superiore del 39% e del 25% rispetto a quella dei figli le cui madri avevano ricevuto solo caseina o caseina con fibre e olio di soia. Al contempo, il peso relativo del cervello dei ratti che durante lo sviluppo intrauterino avevano ricevuto semi di lino era superiore del 37% rispetto agli animali che avevano ricevuto solo caseina, e del 31% rispetto a quelli che avevano ricevuto caseina, fibre e olio di soia. Non è stata, invece, riscontrata nessuna differenza tra i cervelli degli altri ratti. L'analisi della presenza di Omega-3 nel cervello dei neonati ha dimostrato che l'assunzione di semi di lino aumentava del 62% il loro livello totale rispetto all'alimentazione con caseina e del 52% rispetto alla dieta con caseina, fibre e olio di soia. L'incremento delle quantità del solo DHA era, invece, pari al 38% rispetto all'assunzione di caseina e del 32% rispetto all'assunzione di caseina, fibre e olio di soia. Risultati significativi In base ai dati raccolti gli autori della ricerca hanno concluso che l'aumento del peso del cervello è associato all'assunzione di semi di lino da parte della madre durante la gestazione. Influenzando la composizione del tessuto nervoso, gli Omega-3 contenuti in questi semi assicurano un buon sviluppo del cervello.       Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.       Fonte 1. Lenzi Almeida KC, Teles Boaventura G, Guzmán Silva MA, “Influence of omega-3 fatty acids from the flaxseed (Linum usitatissimum) on the brain development of newborn rats”, Nutr Hosp. 2011 Oct;26(5):991-6


    Articolo pubblicato in Donna in salute, Gravidanza ed è stato taggato con

  • Gli Omega-3 per proteggere e limitare la perdita di ossa

    L'acido eicosapentaenoico (EPA), Omega-3 di origine alimentare, può proteggere dalla perdita di ossa in assenza di gravità. La notizia arriva dai laboratori della NASA di Houston (Stati Uniti), dove Sara Zwart e il suo staff hanno dimostrato l'associazione tra il consumo di pesce ricco di Omega-3 durante le missioni spaziali e gli effetti della permanenza al di fuori dell'atmosfera terrestre, dannosi per l'organismo umano. Secondo gli autori della scoperta, pubblicata sulle pagine del Journal of Bone and Mineral Research, l'EPA può svolgere la stessa funzione protettiva anche sulle ossa degli individui costretti a trascorrere molto tempo a letto. Assenza di gravità, un nemico per la salute Dopo una missione spaziale gli astronauti devono fare i conti con la propria salute. Infatti, i periodi di permanenza nello spazio causano una perdita di tessuto osseo. In questo processo è coinvolta una molecola nota come NF-kappaB. Questa proteina regola diversi processi, come il riassorbimento dell'osso, la perdita muscolare e le funzioni immunitarie. Misurando l'espressione del gene codificante per NF-kappaB, Zwart e colleghi hanno dimostrato che anche dopo missioni di breve durata i suoi livelli aumentano quasi del 500%. A questo dato, ottenuto studiando 7 uomini e 3 donne che hanno trascorso dai 12 ai 16 giorni a bordo di uno Shuttle, gli autori hanno aggiunto quelli ricavati da ricerche condotte su astronauti che hanno partecipato a missioni più lunghe o che hanno soggiornato sulla stazione spaziale russa Mir. Questi astronauti hanno compilato questionari riguardo alla loro alimentazione e sono stati sottoposti all'analisi delle ossa. I ricercatori hanno così scoperto che il consumo di maggiori quantità di pesce è associato a una minore perdita ossea in assenza di gravità. Non solo: gli autori hanno sottolineato che risultati simili sono stati ottenuti anche su persone costrette a lunghi periodi nel letto. Una conferma dalle cellule La scoperta effettuata da Zwart e colleghi è supportata anche da esperimenti condotti sulle cellule. I ricercatori hanno, infatti, spiegato che la somministrazione di EPA riduce l'attivazione di NF-kappaB a livello cellulare. In base a tutti questi risultati gli autori sono arrivati ad ipotizzare che l'inibizione dell'attivazione di NF-kappaB attraverso gli Omega-3 potrebbe avere effetti benefici per le ossa, gli altri organi e gli altri processi regolati da NF-kappaB e compromessi dai voli spaziali, in particolare i muscoli e il sistema immunitario. Non solo, la ricerca si è già spinta oltre studiando il ruolo di questi acidi grassi nella prevenzione delle forme di cancro associate alle radiazioni cui sono esposti gli astronauti. I primi risultati ottenuti sono incoraggianti. Cambiare menu per diminuire i rischi Secondo gli autori i dati raccolti nel corso di queste ricerche avranno un impatto significativo sia sulle future missioni spaziali, sia sulla salute dell'intera popolazione. Per beneficiare dei vantaggi offerti dagli Omega-3 potrebbe essere sufficiente un semplice cambio di menu e aumentare il consumo di pesce.   Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.     Fonte 1. Zwart SR, Pierson D, Mehta S, Gonda S, Smith SM, “Capacity of omega-3 fatty acids or eicosapentaenoic acid to counteract weightlessness-induced bone loss by inhibiting NF-kappaB activation: from cells to bed rest to astronauts”, J Bone Miner Res. 2010 May;25(5):1049-57


    Articolo pubblicato in Sistema muscolo-scheletrico, Ossa e colonna vertebrale ed è stato taggato con

  • Migliorare la memoria dei bambini con Omega-3 DHA

    L'acido docosaesaenoico (DHA) promuove l'attività delle aree di cervello dei bambini associate alla cosiddetta “memoria di lavoro”. E' questo quanto emerge da uno studio condotto al College of Medicine dell'Università di Cincinnati (Stati Uniti), pubblicato dall'American Journal of Clinical Nutrition. La ricerca è stata la prima ad esaminare l'effetto dell'assunzione di DHA sui circuiti dell'attenzione del cervello umano visualizzando la sua attività con la risonanza magnetica funzionale. I risultati ottenuti si aggiungono ad altri dati ottenuti in studi preclinici e clinici. Nel loro insieme queste scoperte indicano che l'assunzione alimentare di questo acido grasso modula significativamente l'attività della corteccia cerebrale. Omega-3 e infanzia L'importanza degli Omega-3 per la salute del cervello e per la vista dei bambini è stata riconosciuta dall'EFSA, l'Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare. In relazione a tali conferme, gli esperti raccomandano l'assunzione di: 100 milligrammi al giorno di DHA per i bambini di età compresa tra i 7 e i 24 mesi; 200 milligrammi per le donne incinte o che stanno allattando il proprio figlio, quantità utile a garantire il corretto sviluppo del bambino. Anche l'acido alfa linolenico (ALA), un altro Omega-3, è considerato importante per lo sviluppo del cervello dei ragazzi fino ai 18 anni. Nessuno studio aveva tuttavia chiarito i meccanismi con cui l'assunzione di DHA influenza l'attività della corteccia del cervello umano, un'area importante per la memoria di lavoro. Quest'ultima è la parte della memoria che agisce a breve termine ed è importante per diversi processi cognitivi, come la comprensione, il ragionamento e l'apprendimento. Migliorare la memoria: il DHA è l'"ingrediente" giusto I ricercatori di Cincinnati, guidati da Robert McNamara, hanno analizzato questi meccanismi valutando l'effetto a livello cerebrale della somministrazione di DHA a un gruppo di 33 ragazzi maschi di età compresa tra gli 8 e i 10 anni in stato di buona salute. I bambini sono stati assegnati casualmente a uno di 3 possibili gruppi e per 8 settimane hanno assunto 400 o 1.200 milligrammi al giorno di questo Omega-3 o un placebo. Al termine di queste 8 settimane gli scienziati hanno misurato la presenza di DHA nelle membrane dei globuli rossi. Ne è emerso che, rispetto ai valori misurabili all'inizio dello studio, l'assunzione quotidiana di 400 milligrammi dell'acido grasso aumenta i suoi livelli nelle membrane del 47%. Nei bambini che avevano ricevuto la dose più elevata questo incremento è risultato addirittura pari al 70%. Al contrario, nei ragazzi che avevano assunto il placebo la quantità di DHA nelle membrane dei globuli rossi era diminuita dell'11%. Le modificazioni dell'attività cerebrale sono state invece misurate sottoponendo i bambini a una risonanza magnetica funzionale mentre gareggiavano ad un videogioco. Così, è stato scoperto che i ragazzi che avevano assunto DHA erano caratterizzati da un aumento dell'attivazione della corteccia prefrontale dorsolaterale, un'area del cervello associata alla memoria di lavoro. I ricercatori hanno altresì rilevato cambiamenti in altre aree cerebrali, incluse la corteccia occipitale, che processa le informazioni visive, e la corteccia cerebellare, coinvolta nel controllo dei movimenti. Malattie psichiatriche: i vantaggi degli Omega-3 I risultati ottenuti in questa ricerca gettano luce sull'azione svolta dal DHA a livello cerebrale, ma gli autori sottolineano la loro importanza anche per la comprensione dei meccanismi neurobiologici alla base di alcuni disturbi psichiatrici. Infatti alcuni di questi, come la sindrome da deficit di attenzione e iperattività (ADHD) e la depressione, sono stati in passato associati a carenze di DHA.       Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.       Fonte 1. McNamara RK, Able J, Jandacek R, Rider T, Tso P, Eliassen JC, Alfieri D, Weber W, Jarvis K, DelBello MP, Strakowski SM, Adler CM, “Docosahexaenoic acid supplementation increases prefrontal cortex activation during sustained attention in healthy boys: a placebo-controlled, dose-ranging, functional magnetic resonance imaging study”, Am J Clin Nutr. 2010 Apr;91(4):1060-7. Epub 2010 Feb 3


    Articolo pubblicato in Neonati e bambini, Età pediatrica ed è stato taggato con

  • Omega-3 per ridurre i comportamenti aggressivi e violenti

    L'assunzione di integratori a base di Omega-3, abbinata a quella di vitamine e minerali, può inibire i comportamenti violenti e aggressivi. A suggerirlo è una ricerca pubblicata dalla rivista Aggressive Behavior, in cui gli esperti del Ministero della Giustizia olandese hanno riscontrato una diminuzione del 34% degli episodi di violenza fra i giovani detenuti delle carceri dei Paesi Bassi. Secondo gli autori della ricerca questa scoperta potrebbe avere degli importanti risvolti pratici e la possibilità di limitare i comportamenti aggressivi attraverso un approccio incentrato sull'alimentazione merita di essere studiata ulteriormente. Lo studio La ricerca ha coinvolto 221 detenuti di età variabile tra i 18 e i 25 anni, suddivisi in 2 gruppi. Per un periodo di 1-3 mesi a 115 di questi ragazzi è stato somministrato un integratore alimentare contenente vitamine, minerali e Omega-3, mentre gli altri 106 partecipanti hanno assunto un placebo. I dipendenti del carcere hanno riscontrato una diminuzione del numero degli incidenti violenti pari al 34% solo fra i detenuti che hanno assunto l'integratore. Al contrario, gli episodi di violenza fra i componenti del gruppo di controllo sono aumentati del 14%. Altre analisi condotte dagli autori non hanno invece rilevato una riduzione significativa dei disturbi psichiatrici e nel momento in cui è stato chiesto ai detenuti di autovalutare la propria aggressività e il loro stato di salute generale, i partecipanti non hanno menzionato nessun effetto particolare. Omega-3, un'efficacia confermata I risultati ottenuti nel corso di questo studio confermano i dati provenienti da una ricerca condotta nel Regno Unito da Bernard Gesch dell'Università di Oxford, pubblicata nel 2002 dal British Journal of Psychiatry. I ricercatori inglesi avevano dimostrato che l'assunzione di Omega-3 e altri nutrienti riduce circa del 39% le azioni violente compiute dai giovani delinquenti. Secondo gli esperti, i risultati di questi studi suggeriscono che la scelta di un regime alimentare corretto potrebbe ridurre l'aggressività e che l'uso di questi acidi grassi per limitare gli episodi di violenza potrebbe diventare un importante approccio al problema. I ricercatori dell'Università di Oxford hanno iniziato un nuovo studio controllato che, includendo ben 1.000 individui, permetterà confermare i dati ottenuti fino ad oggi. Non solo aggressioni Il legame osservato tra l'alimentazione e i comportamenti aggressivi può essere spiegato dall'esistenza di una correlazione tra depressione, suicidi e omicidi e la necessità della presenza degli Omega-3 per la salute del cervello, dimostrata da diverse ricerche. Secondo gli autori dello studio olandese agli altri noti benefici per la salute mentale e per le capacità cognitive derivanti dall'assunzione degli Omega-3 rendono ancora più interessante la prospettiva di poter di controllare l'aggressività regolando la somministrazione di questi nutrienti.     Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.     Fonte 1. Zaalberg A, Nijman H, Bulten E, Stroosma L, van der Staak C, “Effects of nutritional supplements on aggression, rule-breaking, and psychopathology among young adult prisoners”, Aggress Behav. 2010 Mar-Apr;36(2):117-26 2. Gesch CB, Hammond SM, Hampson SE, Eves A, Crowder MJ, “Influence of supplementary vitamins, minerals and essential fatty acids on the antisocial behaviour of young adult prisoners. Randomised, placebo-controlled trial”, Br J Psychiatry. 2002 Jul;181:22-8


    Articolo pubblicato in Sistema nervoso, Comportamenti aggressivi e violenti ed è stato taggato con

  • Arresto cardiaco nelle donne: pesce ricco di Omega-3 riduce rischio del 25%

    Il rischio di arresto cardiaco nelle donne può essere ridotto del 25% aumentando il consumo di pesce ricco di Omega-3. Lo ha dimostrato un gruppo di ricercatori svedesi e statunitensi in uno studio pubblicato sull'European Journal of Clinical Nutrition. Secondo gli studiosi, guidati da Emily Levitan dell'University of Alabama di Birmingham (Stati Uniti), i benefici per salute derivano dagli Omega-3 contenuti nel pesce grasso. Acidi grassi per il sistema cardiovascolare Gli Omega-3 sono preziosi alleati per il cuore e i vasi sanguigni. Diversi studi hanno dimostrato la loro efficacia nel ridurre alcuni fattori di rischio cardiovascolare, come i livelli di lipidi nel sangue troppo alti, la formazione di trombi e i valori di pressione sanguigna elevati. Questo studio si è concentrato sull'arresto cardiaco, un disturbo che insorge quando il cuore non è più in grado di pompare abbastanza sangue al resto dell'organismo. I sintomi che ne derivano (fatica, debolezza, difficoltà nella deambulazione, battito cardiaco irregolare e una tosse o un ansimare persistenti) sono la causa più frequente di ricovero ospedaliero al di sopra dei 65 anni. Le partecipanti allo studio La ricerca si è basata sull'analisi dei dati relativi a 36.234 donne di età compresa tra i 48 e gli 83 anni coinvolte in uno studio iniziato nel 1998 e conclusosi nel 2006. All'inizio di questo studio nessuna delle partecipanti aveva mai sofferto né di arresto cardiaco, né di infarto, né di diabete. Le informazioni sull'alimentazione delle partecipanti sono state raccolte utilizzando un questionario composto da 96 domande. Nel corso dei 18 anni di raccolta dei dati sono stati registrati 651 casi di arresto cardiaco. Omega-3 amici del cuore femminile Levitan e colleghi hanno rilevato che nelle donne che mangiavano una porzione di pesce grasso alla settimana il rischio di arresto cardiaco era ridotto del 14% rispetto a quello tipico delle donne che non lo mangiavano mai. La riduzione osservata era ancora maggiore, pari al 30%, in quelle donne che sceglievano di mettere nel piatto questo tipo di pesce 2 giorni su 7. La correlazione tra diminuzione del rischio di arresto cardiaco e Omega-3 è risultata altrettanto forte. Infatti i livelli maggiori di assunzione di questi acidi grassi sono stati associati a una riduzione del 25%. In base a questi risultati i ricercatori hanno concluso che in queste donne un consumo moderato di pesce grasso e di Omega-3 di origine marina correla con una minore frequenza di ricoveri ospedalieri o di decessi a causa di un arresto cardiaco. Vantaggi anche per gli uomini I risultati raccolti nel corso di questo studio si aggiungono a quelli ottenuti dagli stessi ricercatori in una ricerca precedente, pubblicata dall'European Heart Journal. Il gruppo di Levitan aveva dimostrato che un consumo moderato di pesce grasso e degli Omega-3 in esso contenuti riduce del 33% il rischio di arresto cardiaco sia negli uomini di mezza età sia in quelli anziani.     Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.       Fonte 1. Levitan EB, Wolk A, Mittleman MA, “Fatty fish, marine omega-3 fatty acids and incidence of heart failure”, Eur J Clin Nutr. 2010 Jun;64(6):587-94. Epub 2010 Mar 24 2. Levitan EB, Wolk A, Mittleman MA, “Fish consumption, marine omega-3 fatty acids, and incidence of heart failure: a population-based prospective study of middle-aged and elderly men”, Eur Heart J. 2009 Jun;30(12):1495-500. Epub 2009 Apr 21


    Articolo pubblicato in Donna in salute, Malattie del cuore ed è stato taggato con

  • Omega-3 riducono malattie coronariche e infarto del 50% e del 38%

    Gli Omega-3 potrebbero diminuire il rischio di malattie coronariche e di infarto in chi mangia poco pesce. E' questa l'ipotesi di un gruppo di ricercatori olandesi, in uno studio pubblicato sul Journal of Nutrition, ha dimostrato che è sufficiente assumere circa 240 milligrammi al giorno di questi acidi grassi per ridurre circa del 50% il rischio di malattie coronariche e del 38% quello di infarto. I risultati si riferiscono all'apporto quotidiano dei 2 Omega-3 ottenibili attraverso l'alimentazione: l'acido docosaesaenoico (DHA) e l'acido eicosapentaenoico (EPA). Gli Omega-3 e la salute del cuore Numerosi studi hanno dimostrato come il pesce grasso, la principale fonte alimentare di Omega-3, sia indispensabile alla salute del cuore. L'azione positiva svolta da questi nutrienti si concretizza con il miglioramento dei livelli dei grassi nel sangue, la riduzione del rischio di trombosi ed effetti positivi sulla pressione sanguigna, sulla frequenza cardiaca e sulla funzionalità dei vasi. Grazie a questa serie di azioni, EPA e DHA sono stati associati alla riduzione del rischio cardiovascolare. Vantaggi per chi non mangia pesce Nello studio pubblicato dal Journal of Nutrition, i ricercatori dell'Università di Wageningen (Paesi Bassi) hanno analizzato la relazione dose-risposta tra un'alimentazione povera di pesce, EPA e DHA e l'incidenza delle malattie coronariche e dell'infarto del miocardio non letale. Lo studio ha coinvolto 21.342 individui di età variabile tra i 20 e i 65 anni. L'analisi del consumo quotidiano di pesce ha dimostrato che i partecipanti ne mangiavano quantità comprese tra gli 1,1 e i 17,3 grammi al giorno. In 11,3 anni i ricercatori hanno registrato 647 decessi, 82 dei quali associati a malattie coronariche. Fra questi ultimi, 64 casi corrispondevano ad attacchi di cuore. Il dato più interessante riguarda però EPA e DHA. La valutazione dell'apporto di questi 2 Omega-3 ha rivelato che il consumo medio più elevato era pari a 234 milligrammi al giorno, mentre quello più scarso era pari a 40 milligrammi al giorno. L'analisi di associazione con i disturbi cardiaci ha dimostrato che 234 milligrammi al giorno di EPA e DHA sono sufficienti a ridurre del 51% il rischio di malattie coronariche letali rispetto a quello riportato da chi ne consuma solo 40 milligrammi al giorno. Anche l'incidenza degli attacchi di cuore viene ridotta significativamente dai livelli più elevati di questi Omega-3. In questo caso un'assunzione di EPA e DHA pari a 234 milligrammi al giorno corrisponde a una riduzione della loro frequenza del 38% rispetto a quando l'introito quotidiano è di 40 milligrammi. In base a questi risultati, gli autori dello studio hanno concluso che negli individui che consumano poche quantità di pesce l'aumento dell'assunzione di quest'ultimo e di una miscela di EPA e DHA può ridurre il rischio di malattie coronariche in modo dose-dipendente. Soluzioni semplici per il cuore Secondo gli esperti, sfruttare questi benefici degli Omega-3 è un'impresa piuttosto semplice. Il mercato dei supplementi e degli integratori arricchiti di questi acidi grassi è, infatti, in continua espansione.     Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.       Fonte 1. de Goede J, Geleijnse JM, Boer JM, Kromhout D, Verschuren WM, “Marine (n-3) fatty acids, fish consumption, and the 10-year risk of fatal and nonfatal coronary heart disease in a large population of Dutch adults with low fish intake”, J Nutr. 2010 May;140(5):1023-8. Epub 2010 Mar 24


    Articolo pubblicato in Sistema cardiovascolare, Infarto e scompenso cardiaco ed è stato taggato con

  • Gli Omega-3 riducono i danni al cervello associati all'Alzheimer

    I danni al cervello provocati dal morbo di Alzheimer (o malattia di Alzheimer) possono essere contenuti  da una dieta ricca acidi grassi Omega-3. Lo ha dimostrato un gruppo di ricercatori guidato da Gene Bowman dell'Oregon Health and Science University di Portland (Stati Uniti) in uno studio pubblicato da Neurology, la rivista medica dell'American Academy of Neurology. Secondo i risultati ottenuti nel corso della ricerca, un'alimentazione a base di Omega-3 e vitamine B, C, D ed E migliorano i punteggi ottenuti nei test mnemonici e di ragionamento. Non solo: questi nutrienti hanno anche la funzione di ridurre la probabilità di andare incontro alla diminuzione del volume cerebrale tipicamente associata a questa patologia. Lo studio L'obiettivo principale di Bowman e colleghi era stabilire la relazione tra la disponibilità di vari nutrienti e alcuni parametri associati alla salute del cervello negli anziani non affetti da forme di demenza. I ricercatori hanno analizzato a questo scopo i dati relativi a 104 individui, di cui il 62% donne, di età media pari a 87 anni. Tutti i soggetti esaminati erano caratterizzati da pochissimi fattori di rischio per la memoria e per problemi di ragionamento. I livelli di vari nutrienti presenti nel sangue di ciascun partecipante sono stati determinati grazie a delle semplici analisi del sangue. Inoltre, tutti gli individui sono stati sottoposti a test per la valutazione delle capacità mnemoniche e di ragionamento. Una risonanza magnetica ha permesso anche di determinare il volume del cervello in 42 degli individui partecipanti all'analisi. Vitamine e Omega-3 per un cervello in forma I dati così raccolti hanno rivelato che i regimi alimentari ricchi di vitamine B, C, D ed E e di Omega-3 sono associati a punteggi migliori nei test di ragionamento rispetto alle diete povere in questi nutrienti. Al contrario, le persone che seguono un'alimentazione a base di acidi grassi insaturi (come quelli contenuti nei cibi fritti, surgelati o confezionati) sono caratterizzate da una maggiore propensione alla diminuzione del volume cerebrale e a risultati peggiori nei test mnemonici e di ragionamento. Bowman ha sottolineato che la presenza dei nutrienti del sangue è responsabile di una quota significativa della variazione del volume del cervello, della memoria e del ragionamento. Nello specifico, la variazione dei punteggi ottenuti alle prove mnemoniche e di ragionamento causata dai nutrienti è pari al 17%. Per quanto riguarda il volume cerebrale, i nutrienti sono risultati responsabili del 37% delle variazioni osservate. Agire sull'alimentazione per cambiare il cervello Bowman, pur precisando che i risultati ottenuti necessitano di una conferma, ha messo in risalto la possibilità di prevenire la diminuzione del volume del cervello modificando l'alimentazione. Via libera dunque ad una dieta a base di pesce (sgombro, salmone, halibut) frutta e verdura. Viceversa, sono da limitare il più possibile tutti i cibi che apportano quantità troppo elevate di grassi insaturi, come prodotti da forno, margarina, fritti e cibi confezionati.     Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.     Fonte 1. Bowman GL, Silbert LC, Howieson D, Dodge HH, Traber MG, Frei B, Kaye JA, Shannon J, Quinn JF, “Nutrient biomarker patterns, cognitive function, and MRI measures of brain aging”, Neurology. 2011 Dec 28


    Articolo pubblicato in Sistema nervoso, Morbo di Alzheimer ed è stato taggato con

  • Steatosi epatica non alcolica (NAS): Omega-3 per migliorare lo stato di salute

    La salute del fegato dei pazienti che soffrono di steatosi epatica non alcolica può essere migliorata aumentando l'assunzione di acidi grassi Omega-3 di origine marina. A giungere a questa conclusione è stato un gruppo di esperti, guidati da Gail Masterton della Royal Infirmary of Edinburgh (Edimburgo, Regno Unito), in un articolo pubblicato sulla rivista Alimentary Pharmacology and Therapeutics. Gli autori dello studio hanno analizzato i risultati ottenuti nel corso di 4 diverse ricerche condotte sull'uomo e hanno dimostrato che gli Omega-3 migliorano la salute e la funzionalità del fegato. Non solo: questi acidi grassi aumentano anche la sensibilità all'azione dell'ormone insulina, indispensabile per regolare il metabolismo degli zuccheri, in chi soffre di questo disturbo. Fegato grasso, una malattia senza sintomi La steatosi epatica non alcolica, nota anche come fegato grasso non alcolico, è un disturbo caratterizzato dall'accumulo di grassi nel fegato. Questa condizione viene sempre più spesso diagnosticata nelle persone con problemi di obesità o di diabete, ma può presentarsi anche dopo interventi di bypass all'intestino o in concomitanza all'assunzione di alcuni farmaci. Questo disturbo colpisce tra il 10 e il 35% della popolazione mondiale ed è stato associato alla sempre maggior diffusione dell'obesità. Purtroppo, i medici non hanno ancora individuato una terapia definitiva per il suo trattamento. In genere tale accumulo di grassi non dà luogo a dei sintomi particolari. Tuttavia, la steatosi può aumentare il rischio di infiammazione del fegato e causare così insufficienza epatica. La probabilità che un fegato grasso non alcolico degeneri in una situazione ben più grave riguarda solo il 5-10% dei casi. Tuttavia alcune condizioni, come livelli elevati di colesterolo e trigliceridi nel sangue, obesità, sindrome metabolica e resistenza all'insulina possono aumentare questo rischio. Omega-3 contro i grassi nel fegato Numerosi studi hanno dimostrato i benefici degli Omega-3 per chi soffre di diverse patologie, inclusi i disturbi cardiaci e le alterazioni dei livelli di colesterolo e grassi nel sangue. Più recentemente sono stati raccolti dati anche sulle potenzialità di questi nutrienti per il trattamento della steatosi non alcolica. In particolare, gli Omega-3 svolgono un'importante funzione regolatrice nei confronti dell'espressione dei geni del fegato. I ricercatori hanno evidenziato che gli studi condotti sull'uomo hanno confermato i risultati ottenuti sugli animali, secondo cui questi nutrienti riducono l'accumulo di grassi a livello epatico, migliorano la sensibilità all'azione dell'insulina e riducono la presenza dei marcatori dell'infiammazione. Il meccanismo d'azione Anche se alcuni studi hanno dimostrato l'efficacia degli Omega-3 nel contrastare i disturbi associati all'obesità, fino ad oggi nessuna ricerca ha chiarito i meccanismi attraverso cui questi acidi grassi migliorano la salute di chi soffre di fegato grasso. Per Masterton e il suo staff l'azione più importante svolta a livello epatico da questi nutrienti sarebbe la regolazione dell'espressione dei geni. Questo fenomeno permetterebbe infatti di far passare il metabolismo del fegato dalla produzione e dall'accumulo di grassi alla loro ossidazione e al loro consumo. Secondo i ricercatori l'effetto a livello dell'azione dell'insulina, la loro attività antinfiammatoria e la capacità di ridurre i livelli di TNF, una molecola associata all'infiammazione, potrebbero essere altri possibili meccanismi che contribuiscono all'efficacia degli Omega-3 nei confronti di questo disturbo.


    Articolo pubblicato in Speciali Omega-3, Steatosi del fegato ed è stato taggato con

  • Omega-3 e trombosi, effetto su piastrine dipende dal sesso di chi li assume

    L'azione esercitata dagli Omega-3 sull'aggregazione delle piastrine, importante per prevenire le trombosi, dipende dal sesso dell'individuo che li assume. Lo ha dimostrato una ricerca dell'University of Newcastle di Callaghan (Australia), pubblicata dalla rivista Nutrition, Metabolism and Cardiovascular Diseases. Secondo gli autori dello studio, i risultati ottenuti suggeriscono che l'aggregazione delle piastrine possa essere influenzata dalle diverse modalità in cui gli uomini e le donne processano l'acido eicosapentaenoico (EPA) e l'acido docosaesaenoico (DHA), i 2 Omega-3 di origine alimentare. In particolare, gli individui di genere maschile trarrebbero maggiori benefici dall'assunzione di EPA. Di contro, quelli di sesso femminile possono prevenire le trombosi utilizzando il DHA. Le differenze riscontrate sarebbero basate sull'interazione tra gli Omega-3 e gli ormoni sessuali. Dal punto di vista pratico ciò implica la necessità di formulazioni specifiche di questi nutrienti per l'uomo e per la donna. Omega-3 e trombosi Studi scientifici condotti in passato hanno svelato il ruolo protettivo degli Omega-3 nei confronti della trombosi, una problematica in cui l'aggregazione delle piastrine gioca un ruolo importante. Nessuna ricerca aveva stabilito quale fra questi acidi grassi fosse quello più efficace per ridurre la probabilità di eventi di questo tipo. La maggior parte dei dati riguarda infatti la somministrazione di olio di pesce contenente sia EPA sia DHA. Tuttavia, recenti ricerche hanno suggerito che i diversi Omega-3 svolgano azioni differenti negli uomini e nelle donne. Questi indizi, insieme alla crescente richiesta di agenti antiaggreganti alternativi ai farmaci, hanno spinto i ricercatori australiani ad approfondire l'effetto di EPA e DHA sui 2 sessi. EPA per gli uomini, DHA per le donne Lo studio dell'University of Newcastel ha coinvolto 15 uomini e 15 donne,  ai quali è stata somministrata una singola dose di olio di pesce ricco di EPA o DHA. Come controllo, alcuni partecipanti hanno assunto un placebo al posto dell'olio di pesce. L'aggregazione delle piastrine è stata misurata prima dell'inizio dell'esperimento e circa 2, 5 e 24 ore dopo la somministrazione. I dati raccolti ha dimostrato che entrambi gli acidi grassi sono efficaci nel ridurre l'aggregazione delle piastrine. Quando l'analisi ha tenuto conto del sesso dei partecipanti è emerso che l'EPA è più efficace negli uomini rispetto al DHA. Nelle donne è stata invece riscontrata una situazione totalmente opposta. In particolare, negli uomini l'EPA riduce l'aggregazione delle piastrine dell'11, del 10,6 e del 20,5%, rispettivamente 2, 5 e 24 ore dopo la somministrazione. Il DHA non si è mostrato più efficace del placebo. Nel caso delle donne, il DHA è risultato efficace dopo 24 ore, quando riduce l'aggregazione piastrinica del 13,7%. L'EPA non ha offerto nessun vantaggio rispetto al placebo. I motivi delle differenze Secondo i ricercatori le differenze osservate sono determinate dall'interazione tra gli Omega-3 e gli ormoni sessuali. Questi risultati indicano la necessità di porre attenzione al tipo di supplemento somministrato ai pazienti a seconda che si tratti di uomini o donne.       Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.       Fonte 1. Phang M, Lincz L, Seldon M, Garg ML, “Acute supplementation with eicosapentaenoic acid reduces platelet microparticle activity in healthy subjects”, J Nutr Biochem. 2011 Nov 30. [Epub ahead of print]


    Articolo pubblicato in Sistema cardiovascolare, Trombosi ed è stato taggato con

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