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  • Gli Omega-3 riducono i danni al cervello associati all'Alzheimer

    I danni al cervello provocati dal morbo di Alzheimer (o malattia di Alzheimer) possono essere contenuti  da una dieta ricca acidi grassi Omega-3. Lo ha dimostrato un gruppo di ricercatori guidato da Gene Bowman dell'Oregon Health and Science University di Portland (Stati Uniti) in uno studio pubblicato da Neurology, la rivista medica dell'American Academy of Neurology. Secondo i risultati ottenuti nel corso della ricerca, un'alimentazione a base di Omega-3 e vitamine B, C, D ed E migliorano i punteggi ottenuti nei test mnemonici e di ragionamento. Non solo: questi nutrienti hanno anche la funzione di ridurre la probabilità di andare incontro alla diminuzione del volume cerebrale tipicamente associata a questa patologia. Lo studio L'obiettivo principale di Bowman e colleghi era stabilire la relazione tra la disponibilità di vari nutrienti e alcuni parametri associati alla salute del cervello negli anziani non affetti da forme di demenza. I ricercatori hanno analizzato a questo scopo i dati relativi a 104 individui, di cui il 62% donne, di età media pari a 87 anni. Tutti i soggetti esaminati erano caratterizzati da pochissimi fattori di rischio per la memoria e per problemi di ragionamento. I livelli di vari nutrienti presenti nel sangue di ciascun partecipante sono stati determinati grazie a delle semplici analisi del sangue. Inoltre, tutti gli individui sono stati sottoposti a test per la valutazione delle capacità mnemoniche e di ragionamento. Una risonanza magnetica ha permesso anche di determinare il volume del cervello in 42 degli individui partecipanti all'analisi. Vitamine e Omega-3 per un cervello in forma I dati così raccolti hanno rivelato che i regimi alimentari ricchi di vitamine B, C, D ed E e di Omega-3 sono associati a punteggi migliori nei test di ragionamento rispetto alle diete povere in questi nutrienti. Al contrario, le persone che seguono un'alimentazione a base di acidi grassi insaturi (come quelli contenuti nei cibi fritti, surgelati o confezionati) sono caratterizzate da una maggiore propensione alla diminuzione del volume cerebrale e a risultati peggiori nei test mnemonici e di ragionamento. Bowman ha sottolineato che la presenza dei nutrienti del sangue è responsabile di una quota significativa della variazione del volume del cervello, della memoria e del ragionamento. Nello specifico, la variazione dei punteggi ottenuti alle prove mnemoniche e di ragionamento causata dai nutrienti è pari al 17%. Per quanto riguarda il volume cerebrale, i nutrienti sono risultati responsabili del 37% delle variazioni osservate. Agire sull'alimentazione per cambiare il cervello Bowman, pur precisando che i risultati ottenuti necessitano di una conferma, ha messo in risalto la possibilità di prevenire la diminuzione del volume del cervello modificando l'alimentazione. Via libera dunque ad una dieta a base di pesce (sgombro, salmone, halibut) frutta e verdura. Viceversa, sono da limitare il più possibile tutti i cibi che apportano quantità troppo elevate di grassi insaturi, come prodotti da forno, margarina, fritti e cibi confezionati.     Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.     Fonte 1. Bowman GL, Silbert LC, Howieson D, Dodge HH, Traber MG, Frei B, Kaye JA, Shannon J, Quinn JF, “Nutrient biomarker patterns, cognitive function, and MRI measures of brain aging”, Neurology. 2011 Dec 28


    Articolo pubblicato in Sistema nervoso, Morbo di Alzheimer ed è stato taggato con

  • Steatosi epatica non alcolica (NAS): Omega-3 per migliorare lo stato di salute

    La salute del fegato dei pazienti che soffrono di steatosi epatica non alcolica può essere migliorata aumentando l'assunzione di acidi grassi Omega-3 di origine marina. A giungere a questa conclusione è stato un gruppo di esperti, guidati da Gail Masterton della Royal Infirmary of Edinburgh (Edimburgo, Regno Unito), in un articolo pubblicato sulla rivista Alimentary Pharmacology and Therapeutics. Gli autori dello studio hanno analizzato i risultati ottenuti nel corso di 4 diverse ricerche condotte sull'uomo e hanno dimostrato che gli Omega-3 migliorano la salute e la funzionalità del fegato. Non solo: questi acidi grassi aumentano anche la sensibilità all'azione dell'ormone insulina, indispensabile per regolare il metabolismo degli zuccheri, in chi soffre di questo disturbo. Fegato grasso, una malattia senza sintomi La steatosi epatica non alcolica, nota anche come fegato grasso non alcolico, è un disturbo caratterizzato dall'accumulo di grassi nel fegato. Questa condizione viene sempre più spesso diagnosticata nelle persone con problemi di obesità o di diabete, ma può presentarsi anche dopo interventi di bypass all'intestino o in concomitanza all'assunzione di alcuni farmaci. Questo disturbo colpisce tra il 10 e il 35% della popolazione mondiale ed è stato associato alla sempre maggior diffusione dell'obesità. Purtroppo, i medici non hanno ancora individuato una terapia definitiva per il suo trattamento. In genere tale accumulo di grassi non dà luogo a dei sintomi particolari. Tuttavia, la steatosi può aumentare il rischio di infiammazione del fegato e causare così insufficienza epatica. La probabilità che un fegato grasso non alcolico degeneri in una situazione ben più grave riguarda solo il 5-10% dei casi. Tuttavia alcune condizioni, come livelli elevati di colesterolo e trigliceridi nel sangue, obesità, sindrome metabolica e resistenza all'insulina possono aumentare questo rischio. Omega-3 contro i grassi nel fegato Numerosi studi hanno dimostrato i benefici degli Omega-3 per chi soffre di diverse patologie, inclusi i disturbi cardiaci e le alterazioni dei livelli di colesterolo e grassi nel sangue. Più recentemente sono stati raccolti dati anche sulle potenzialità di questi nutrienti per il trattamento della steatosi non alcolica. In particolare, gli Omega-3 svolgono un'importante funzione regolatrice nei confronti dell'espressione dei geni del fegato. I ricercatori hanno evidenziato che gli studi condotti sull'uomo hanno confermato i risultati ottenuti sugli animali, secondo cui questi nutrienti riducono l'accumulo di grassi a livello epatico, migliorano la sensibilità all'azione dell'insulina e riducono la presenza dei marcatori dell'infiammazione. Il meccanismo d'azione Anche se alcuni studi hanno dimostrato l'efficacia degli Omega-3 nel contrastare i disturbi associati all'obesità, fino ad oggi nessuna ricerca ha chiarito i meccanismi attraverso cui questi acidi grassi migliorano la salute di chi soffre di fegato grasso. Per Masterton e il suo staff l'azione più importante svolta a livello epatico da questi nutrienti sarebbe la regolazione dell'espressione dei geni. Questo fenomeno permetterebbe infatti di far passare il metabolismo del fegato dalla produzione e dall'accumulo di grassi alla loro ossidazione e al loro consumo. Secondo i ricercatori l'effetto a livello dell'azione dell'insulina, la loro attività antinfiammatoria e la capacità di ridurre i livelli di TNF, una molecola associata all'infiammazione, potrebbero essere altri possibili meccanismi che contribuiscono all'efficacia degli Omega-3 nei confronti di questo disturbo.


    Articolo pubblicato in Speciali Omega-3, Steatosi del fegato ed è stato taggato con

  • Omega-3 e trombosi, effetto su piastrine dipende dal sesso di chi li assume

    L'azione esercitata dagli Omega-3 sull'aggregazione delle piastrine, importante per prevenire le trombosi, dipende dal sesso dell'individuo che li assume. Lo ha dimostrato una ricerca dell'University of Newcastle di Callaghan (Australia), pubblicata dalla rivista Nutrition, Metabolism and Cardiovascular Diseases. Secondo gli autori dello studio, i risultati ottenuti suggeriscono che l'aggregazione delle piastrine possa essere influenzata dalle diverse modalità in cui gli uomini e le donne processano l'acido eicosapentaenoico (EPA) e l'acido docosaesaenoico (DHA), i 2 Omega-3 di origine alimentare. In particolare, gli individui di genere maschile trarrebbero maggiori benefici dall'assunzione di EPA. Di contro, quelli di sesso femminile possono prevenire le trombosi utilizzando il DHA. Le differenze riscontrate sarebbero basate sull'interazione tra gli Omega-3 e gli ormoni sessuali. Dal punto di vista pratico ciò implica la necessità di formulazioni specifiche di questi nutrienti per l'uomo e per la donna. Omega-3 e trombosi Studi scientifici condotti in passato hanno svelato il ruolo protettivo degli Omega-3 nei confronti della trombosi, una problematica in cui l'aggregazione delle piastrine gioca un ruolo importante. Nessuna ricerca aveva stabilito quale fra questi acidi grassi fosse quello più efficace per ridurre la probabilità di eventi di questo tipo. La maggior parte dei dati riguarda infatti la somministrazione di olio di pesce contenente sia EPA sia DHA. Tuttavia, recenti ricerche hanno suggerito che i diversi Omega-3 svolgano azioni differenti negli uomini e nelle donne. Questi indizi, insieme alla crescente richiesta di agenti antiaggreganti alternativi ai farmaci, hanno spinto i ricercatori australiani ad approfondire l'effetto di EPA e DHA sui 2 sessi. EPA per gli uomini, DHA per le donne Lo studio dell'University of Newcastel ha coinvolto 15 uomini e 15 donne,  ai quali è stata somministrata una singola dose di olio di pesce ricco di EPA o DHA. Come controllo, alcuni partecipanti hanno assunto un placebo al posto dell'olio di pesce. L'aggregazione delle piastrine è stata misurata prima dell'inizio dell'esperimento e circa 2, 5 e 24 ore dopo la somministrazione. I dati raccolti ha dimostrato che entrambi gli acidi grassi sono efficaci nel ridurre l'aggregazione delle piastrine. Quando l'analisi ha tenuto conto del sesso dei partecipanti è emerso che l'EPA è più efficace negli uomini rispetto al DHA. Nelle donne è stata invece riscontrata una situazione totalmente opposta. In particolare, negli uomini l'EPA riduce l'aggregazione delle piastrine dell'11, del 10,6 e del 20,5%, rispettivamente 2, 5 e 24 ore dopo la somministrazione. Il DHA non si è mostrato più efficace del placebo. Nel caso delle donne, il DHA è risultato efficace dopo 24 ore, quando riduce l'aggregazione piastrinica del 13,7%. L'EPA non ha offerto nessun vantaggio rispetto al placebo. I motivi delle differenze Secondo i ricercatori le differenze osservate sono determinate dall'interazione tra gli Omega-3 e gli ormoni sessuali. Questi risultati indicano la necessità di porre attenzione al tipo di supplemento somministrato ai pazienti a seconda che si tratti di uomini o donne.       Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.       Fonte 1. Phang M, Lincz L, Seldon M, Garg ML, “Acute supplementation with eicosapentaenoic acid reduces platelet microparticle activity in healthy subjects”, J Nutr Biochem. 2011 Nov 30. [Epub ahead of print]


    Articolo pubblicato in Sistema cardiovascolare, Trombosi ed è stato taggato con

  • Migliorare la vista: per i bambini, un aiuto dall'Omega-3 DHA

    È possibile migliorare la vista dei bambini aggiungendo al latte artificiale l'Omega-3 acido docosaesaenoico (DHA). E' questo il risultato di uno studio clinico pubblicato dall'American Journal of Clinical Nutrition, secondo cui è sufficiente una percentuale di questo acido grasso variabile tra lo 0,32 e lo 0,96% dei componenti del latte per migliorare le capacità visive nei neonati. Secondo gli autori della ricerca, guidati da Eileen Birch della Retina Foundation of the Southwest di Dallas (Stati Uniti), l'aggiunta di DHA al latte artificiale non ha nessun effetto collaterale. DHA e neonati: il parere degli esperti l'Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA) ha incluso il DHA fra i nutrienti indispensabili durante la gravidanza e l'allattamento. È altresì consigliato come integratore per bambini di età compresa tra i 7 e i 24 mesi. Gli esperti raccomandano che donne incinte o che stanno allattando i propri figli assumano 200 milligrammi al giorno di questo Omega-3. Per i bambini, invece, il fabbisogno giornaliero raccomandato è di 100 milligrammi. Secondo l'EFSA, il DHA può contribuire al normale sviluppo dell'occhio nel feto,nei neonati, nei bambini. Nei piccoli questo acido grasso partecipa anche allo sviluppo delle capacità visive. Omega-3 fin dai primi giorni di vita La ricerca di Birch e colleghi rappresenta il primo studio completo sull'effetto del DHA sullo sviluppo delle capacità visive. In totale sono stati coinvolti 244 bambini di età compresa tra 1 e 9 giorni di vita senza particolari problemi di salute. I neonati, tutti alimentati con latte artificiale, sono stati assegnati casualmente a uno di 4 possibili gruppi, corrispondenti all'assunzione di latte non addizionato di DHA o con l'aggiunta di una quantità di questo Omega-3 pari allo 0,32%, allo 0,64% o allo 0,96%. In tutti i casi in cui il latte è stato addizionato di DHA, l'alimento conteneva anche acido arachidonico allo 0,64%. Al compimento dell'anno di vita i ricercatori hanno valutato le capacità visive dei bambini. Ne è emerso che l'assunzione di DHA migliora la nitidezza della vista rispetto ai piccoli che non ricevono l'Omega-3 con l'alimentazione. Non è stata tuttavia dimostrata nessuna differenza nell'efficacia delle 3 diverse dosi di DHA. DHA, Omega-3 senza effetti collaterali Un altro importante dato emerso da questo studio è che l'aggiunta di DHA al latte artificiale non aumenta l'incidenza di effetti collaterali rispetto all'assunzione delle formulazioni tradizionali. Gli autori della ricerca hanno commentato che la sicurezza e la tolleranza a dosi di DHA che possono arrivare allo 0,96% è spiegabile con il fatto che tali livelli possono essere ritrovati anche nel latte umano. Se le scorte di Omega-3 della donna sono ben fornite, il latte materno può diventare una fonte di DHA immediatamente disponibile. Non tutti i bambini possono però alimentarsi con il latte materno, a volte per ragioni legate alla salute della mamma, a volte per questioni di pura logistica. Per i ricercatori l'aggiunta di DHA al latte artificiale è un'alternativa sicura ed efficace, anche se saranno necessari nuovi studi per poter determinare l'effetto a lungo termine, oltre l'anno di vita, dell'assunzione di DHA.       Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.       Fonte 1. Birch EE, Carlson SE, Hoffman DR, Fitzgerald-Gustafson KM, Fu VL, Drover JR, Castañeda YS, Minns L, Wheaton DK, Mundy D, Marunycz J, Diersen-Schade DA, “The DIAMOND (DHA Intake And Measurement Of Neural Development) Study: a double-masked, randomized controlled clinical trial of the maturation of infant visual acuity as a function of the dietary level of docosahexaenoic acid”, Am J Clin Nutr. 2010 Apr;91(4):848-59. Epub 2010 Feb 3


    Articolo pubblicato in Neonati e bambini, Vista, Età neonatale ed è stato taggato con

  • Gli Omega-3 riducono la rigidità delle arterie

    Una dieta ricca di Omega-3 può migliorare la salute delle arterie, riducendone la rigidità. Lo hanno dimostrato i ricercatori dell’Università di Reading (Regno Unito) in uno studio pubblicato sulla rivista Clinical Nutrition. I risultati ottenuti nel corso della ricerca dimostrano che un pasto grasso integrato con 4,7 grammi di Omega-3 EPA e DHA riduce la rigidità dei vasi sanguigni, fattore di rischio per la salute del sistema cardiocircolatorio. Rigidità delle arterie e rischio cardiovascolare Secondo gli autori, questa scoperta ha importanti implicazioni nell’uso di questi acidi grassi per ridurre il rischio cardiovascolare. Diversi studi hanno associato la rigidità delle arterie all’aterosclerosi, ossia il restringimento dello spazio all’interno dei vasi sanguigni. L'aterosclerosi è un importante fattore di rischio cardiovascolare e la stessa rigidità arteriosa è stata associata a una peggiore salute cardiovascolare. Questo parametro è indice di una minore distensibilità delle arterie ed è associato a variazioni strutturali e alterazioni epiteliali di vasi di dimensione maggiore, come l’aorta, le carotidi e le arterie renali. Tutte queste modificazioni possono avere importanti conseguenze sui tessuti del cuore, del cervello e dei reni. I dettagli dello studio I ricercatori di Reading hanno voluto valutare gli effetti immediati dell’assunzione di Omega-3 per via alimentare sulla rigidità delle arterie. Per questo hanno chiesto ai 25 partecipanti allo studio, 12 uomini e 13 donne, di consumare in due diverse occasioni un pasto di controllo e un pasto arricchito di questi acidi grassi. La rigidità delle arterie è stata misurata all’inizio dello studio e 30, 60, 90, 120, 180 e 240 minuti dopo aver consumato il pasto, quando sono stati misurati 2 diversi parametri: l’indice di aumento e l’indice di rigidità. Contemporaneamente sono stati prelevati anche dei campioni di sangue per valutare le concentrazione dei lipidi, degli zuccheri e dell’insulina. Ne è emerso che il pasto ricco di Omega-3 riduce sia l’indice di aumento sia quello di rigidità rispetto al controllo. I ricercatori hanno osservato anche una diminuzione significativa delle concentrazioni degli acidi grassi non esterificati presenti nel sangue. Questa è probabilmente causata da un aumento della produzione di ossido nitrico, una molecola dall’azione vasodilatatrice i cui livelli possono essere ridotti proprio da questi acidi grassi. Questi effetti, spiegano i ricercatori, sono maggiori negli uomini che nelle donne. Omega-3 e salute del cuore A partire dagli anni Settanta numerose ricerche hanno dimostrato che gli Omega-3 sono importanti per la salute del cuore e per ridurre l'incidenza della malattie cardiovascolari. I benefici del consumo di questi nutrienti includono il miglioramento dei livelli dei lipidi ematici, la riduzione del rischio di trombosi, valori di pressione sanguigna e di frequenza cardiaca migliori e un sistema vascolare più efficiente. Tuttavia, quello dei ricercatori britannici è il primo studio a valutare l’effetto di EPA e DHA sulla rigidità delle arterie, sia negli uomini sia nelle donne. Secondo gli autori, dato che ogni individuo passa la maggior parte della sua giornata in una condizione che potrebbe essere definita “dopo-pranzo”, la riduzione della rigidità arteriosa osservata nel corso di questa ricerca potrebbe avere effetti benefici a lungo termine sulla salute dei vasi e sul rischio cardiovascolare.       Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.     Fonte 1. Chong MF, Lockyer S, Saunders CJ, Lovegrove JA, “Long chain n-3 PUFA-rich meal reduced postprandial measures of arterial stiffness”, Clin Nutr. 2010 Oct;29(5):678-81. Epub 2010 Mar


    Articolo pubblicato in Sistema cardiovascolare, Arterie e vasi sanguigni ed è stato taggato con

  • Omega-3 aumentano la funzione dei polmoni durante lo sport

    L’assunzione di Omega-3 durante un periodo di allenamento intensivo può migliorare la funzionalità dei polmoni degli atleti. L’azione di questi acidi grassi, dimostrata da una ricerca pubblicata sul Journal of Science and Medicine in Sport, è efficace durante e dopo l’esercizio fisico. Per questo motivo gli Omega-3 di origine marina trovano uno spazio nel mercato dell’alimentazione e degli integratori per lo sport.     La ricerca pubblicata dal Journal of Science and Medicine in Sport è stata condotta da un gruppo internazionale di ricercatori provenienti dall’Università di Urmia (Iran) e dall’Università di Tubinga (Germania). Omega-3 e allenamento, combinazione vincente per i polmoni Lo studio ha previsto il coinvolgimento di 40 atleti non professionisti e non fumatori di età media pari a 18,6 anni, tutti praticanti lotta libera. I partecipanti sono stati assegnati casualmente a uno di 4 possibili gruppi sperimentali. Ai primi 10 è stato assegnato un allenamento di 3 sedute a settimana, per un totale di 12 settimane. Contemporaneamente, i ricercatori hanno chiesto loro di assumere per lo stesso periodo 1 grammo al giorno di un supplemento di Omega-3 contenente 180 milligrammi di acido eicosapentaenoico (EPA) e 120 milligrammi di acido docosaesaenoico (DHA). Altri 10 atleti, che hanno formato il cosiddetto “controllo attivo”, hanno seguito lo stesso programma di allenamento, ma al posto del supplemento di Omega-3 hanno assunto un placebo. I 10 individui del “controllo inattivo” non hanno invece eseguito nessun tipo di allenamento, ma hanno ricevuto la stessa dose di Omega-3 assunta dal primo gruppo di atleti. Infine, i restanti partecipanti si sono allenati 3 volte alla settimana per 12 settimane senza assumere né gli Omega-3 né il placebo. I ricercatori hanno valutato la capacità polmonare di ciascun partecipante all’inizio della sperimentazione e al termine delle 12 settimane di allenamento. Fra i parametri misurati sono stati inclusi la capacità vitale forzata (FVC), ovvero il volume d'aria espirata forzatamente dopo aver inspirato la quantità maggiore possibile di aria, e il volume espiratorio forzato in 1 secondo (FEV1), ossia il volume di aria espirata nel primo secondo di un'espirazione forzata. Questi 2 parametri hanno permesso di: determinare il volume dei polmoni e il flusso d’aria al loro interno; dimostrare che la combinazione tra esercizio intensivo e Omega-3 migliora entrambi questi fattori. In particolare, è stato possibile osservare un aumento del 53% della FVC rispetto a quella degli altri atleti, mentre nel caso del FEV1 l’incremento è stato pari al 41%. I vantaggi per gli sportivi Gli autori della ricerca hanno sottolineato che i risultati ottenuti nel corso di questo studio costituiscono la prima prova dei benefici degli Omega-3 per la funzionalità dei polmoni degli atleti durante i programmi di allenamento. Nonostante siano necessari ulteriori studi per chiarire i meccanismi alla base di questa efficacia, i ricercatori evidenziano le implicazioni che questa scoperta potrebbe già avere sul lavoro di allenatori, personal trainer e fisiologi che mettono a punto programmi di allenamento sia per i lottatori professionisti, sia per chi pratica lo sport a livello amatoriale.


    Articolo pubblicato in Vie respiratorie, Polmoni ed è stato taggato con

  • L’Omega-3 EPA riduce il rischio di Alzheimer

    L’acido eicospaentaenoico (EPA), Omega-3 di origine alimentare, può migliorare la memoria e i processi di apprendimento, riducendo il rischio di sviluppare la malattia di Alzheimer. Secondo un gruppo di ricercatori canadesi e tailandesi, l’etil-EPAuna forma particolare di questa molecola, rallenta la diminuzione dei livelli di acetilcolina. Quest'azione permette di contrastare l’insorgenza di questa patologia. Le ricerche hanno anche dimostrato che questo Omega-3 permette anche di ridurre l’espressione del fattore di crescita dei nervi (Nerve growth factor, NGF), un altro indicatore della presenza della malattia di Alzheimer. Secondo gli autori della ricerca, si tratta della prima prova dell’esistenza di una correlazione tra la diminuzione del rilascio di acetilcolina e i disturbi della memoria. Lo studio che ha portato a questa scoperta è stato pubblicato sul Journal of Neurochemistry. L’azione dell’EPA a livello cerebrale Per testare l’azione dell’EPA, i ricercatori hanno aggiunto all’alimentazione di ratti di laboratorio etil-EPA o olio di palma, un prodotto che non contiene Omega-3. Gli animali che avevano assunto olio di palma hanno sviluppato i sintomi tipici dei disturbi di memoria. Questi consistevano nella diminuzione del rilascio di acetilcolina, molecola importante per la trasmissione dell’impulso nervoso, e nella riduzione dell’espressione dell’NGF. Al contrario, i ratti che avevano assunto EPA hanno mostrato un miglioramento della memoria. Questo effetto era associato in un’attenuazione della riduzione del rilascio di acetilcolina e dell’espressione dell’NGF. Morbo di Alzheimer: quale Omega-3? I risultati di questa ricerca confermano il ruolo svolto dagli Omega-3 nella protezione della salute del sistema nervoso. Studi precedenti avevano dimostrato l’esistenza di un legame tra questi acidi grassi e le funzioni cognitive. I ricercatori avevano tuttavia evidenziato delle differenze nell’azione svolta dai 2 principali Omega-3 di origine alimentare, l’EPA e il DHA (acido docosaesaenoico). In particolare, chi soffre del declino cognitivo tipicamente associato all’avanzare dell’età può trarre beneficio dall’assunzione di DHA, che permette di migliorare la memoria. Questo declino cognitivo può precedere lo sviluppo di malattie neurodegenerative, Alzheimer incluso. Tuttavia, il DHA non può aiutare chi soffre già di Alzheimer conclamato. Secondo gli autori della ricerca, pubblicata dal Journal of Neurochemistry, i risultati ottenuti con la somministrazione di EPA confermano che anche questo Omega-3 può migliorare la memoria e che questa azione si svolge attraverso la modulazione delle attività svolte dall’acetilcolina e dall’NGF. In questo modo, gli Omega-3 possono ridurre il rischio di sviluppare la malattia di Alzheimer.       Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.       Fonte 1. Taepavarapruk P, Song C, “Reductions of acetylcholine release and nerve growth factor expression are correlated with memory impairment induced by interleukin-1beta administrations: effects of omega-3 fatty acid EPA treatment”,  J Neurochem. 2010 Feb;112(4):1054-64. Epub 2009 Dec 3


    Articolo pubblicato in Sistema nervoso, Morbo di Alzheimer ed è stato taggato con

  • Depressione post partum: 2,5 volte più frequente se c'è carenza di omega 3

    Uno squilibrio alimentare tra acidi grassi Omega-6 e Omega-3 superiore ad un rapporto 9:1 espone a un maggior rischio di depressione post partum. La notizia arriva dall'Universidade Federal do Rio de Janeiro, dove Camilla da Rocha e Gilberto Kac hanno studiato l'effetto di un apporto non bilanciato fra le diverse forme di acidi grassi sulla frequenza di questo disturbo. Lo studio che ha portato a questa conclusione, pubblicato dalla rivista Maternal and Child Nutrition, conferma l'importanza degli acidi grassi Omega-3 nella regolazione dei meccanismi responsabili della salute mentale. Depressione post partum: il ruolo degli Omega-3 Diverse ricerche condotte in passato hanno dimostrato l'importanza degli Omega-3 per la salute della donna. Fra i benefici riscontrati è incluso l'effetto esercitato da questi nutrienti sul buon esito della gravidanza e sulla salute della mamma dopo il parto. Infatti, studi osservazionali hanno suggerito l'esistenza di una correlazione tra livelli di Omega-3 bassi e un rischio maggiore di soffrire di depressione post partum.   L'alimentazione tipica delle società occidentali odierne è però sbilanciata verso un consumo maggiore di Omega-6. Ciò aumenta il rischio di carenze di Omega-3 che potrebbero mettere in pericolo il benessere psicologico delle donne subito dopo la nascita di un figlio. I ricercatori brasiliani hanno voluto approfondire questo fenomeno valutando se un rapporto sbilanciato tra Omega-6 e Omega-3 a favore dei primi fosse associato ad un aumento della probabilità di soffrire di depressione post partum. I risultati della ricerca Lo studio ha coinvolto 106 donne alla prima gravidanza ed è stato condotto a Rio de Janeiro tra il 2005 e il 2007. Le partecipanti sono state monitorate 4 volte durante la gestazione e 1 volta dopo il parto. Oltre a valutare attraverso una scala specifica la presenza di depressione post partum, durante il primo trimestre di gravidanza i ricercatori hanno fatto compilare alle donne un questionario sulle abitudini alimentari. Complessivamente sono stati raccolti dati sulle condizioni socio-demografiche, la situazione ostetrica, l'indice di massa corporea prima del concepimento e la composizione della dieta di tutte le partecipanti. Ne è emerso che la frequenza della depressione post partum era pari al 26,4% e che l'incidenza del disturbo era maggiore nelle donne in cui il rapporto tra Omega-6 e Omega-3 era superiore a 9 a 1. Un altro dato messo in evidenza dallo studio è che le partecipanti il cui indice di massa corporea prima della gravidanza era inferiore a 18,5 erano più soggette a soffrire della patologia. La carenza di Omega-3 aumenta il rischio di depressione post partum Gli autori dello studio hanno scelto di valutare l'effetto sull'incidenza della depressione post partum di un rapporto tra Omega-6 e Omega-3 superiore a 9 a 1 perché questo è il livello raccomandato dagli specialisti. I dati ottenuti indicano che oltrepassare questo livello aumenta di 2,5 volte la probabilità di soffrire di tale patologia. Confermano altresì l'importanza di un corretto introito di acidi grassi per garantire il benessere psicologico dopo il parto.       Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.       Fonte 1. da Rocha CM, Kac G, “High dietary ratio of omega-6 to omega-3 polyunsaturated acids during pregnancy and prevalence of post-partum depression”, Matern Child Nutr. 2012 Jan;8(1):36-48. doi:


    Articolo pubblicato in Donna in salute, Postgravidanza ed è stato taggato con

  • Omega-3 e malattie coronariche, il vantaggio è anche nella spesa sanitaria

    In termini di spesa sanitaria, gli Omega-3 sono un'alternativa economicamente vantaggiosa all'utilizzo esclusivo di farmaci nel trattamento delle malattie coronariche. A dimostrarlo è un'analisi condotta da Access Economics per conto del National Institute of Complementary Medicine dell'University of Western Sydney (Australia). I benefici economici degli Omega-3 Utilizzare l'olio di pesce ricco in Omega-3 come trattamento complementare all'uso dei farmaci nei pazienti con una storia di malattie coronariche permette un significativo risparmio economico. Questo effetto sulla spesa sanitaria sarebbe dovuto fondamentalmente a 2 fenomeni: riduzione dei decessi causati da disturbi coronarici; riduzione dell'incidenza di questo tipo di patologie. Gli autori dell'analisi hanno commentato che questi risultati sono in linea con quanto emerso in altri studi di impronta internazionale. Non solo Omega-3 La ricerca australiana colloca a pieno diritto gli Omega-3 fra i rimedi appartenenti alla medicina complementare che potrebbero giocare un ruolo fondamentale non solo per la salute del singolo individuo, ma anche per quella del sistema sanitario. Accanto ai benefici economici derivanti dall'uso di questi acidi grassi per il trattamento delle malattie cardiovascolari, lo studio ha evidenziato anche quelli di preparati di origine vegetale. Tra questi sono inclusi l'erba di san Giovanni, utile in caso di depressione, e il Phytodolor, erba usata contro l'osteoartrite. Queste medicine complementari potrebbero permettere al solo sistema sanitario australiano di risparmiare più di 220 milioni di dollari all'anno. Vantaggi nascosti Lynne Pezzullo, direttrice di Access Economics, ha sottolineato le difficoltà riscontrate nel tentare di valutare i vantaggi economici dell'uso delle medicine complementari. Secondo l'esperta, le stime dei benefici associati all'uso di questi rimedi sarebbero ancora maggiori se le analisi tenessero conto dei vantaggi associati al mantenere i cittadini in salute, in grado di lavorare e fuori da ospedali già sovraffollati. Alan Bensoussan, direttore del National Institute of Complementary Medicine, ha concluso che l'uso delle medicine complementari potrebbe rendere più sostenibili gli alti costi associati al mantenimento di un buono stato di salute al giorno d'oggi. L'esperto precisa che questo obiettivo potrebbe essere raggiunto grazie alla migliore prevenzione delle malattie e alla gestione più efficiente dei disturbi cronici reso possibile proprio dagli Omega-3 e da altri rimedi diversi dai farmaci tradizionali.       Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.         Fonte 1. Access Economics, “Cost effectiveness of complementary medicines”. http://www.nicm.edu.au/images/stories/research/docs/cost_effectiveness_cm_ae_2010.pdf


    Articolo pubblicato in Sistema cardiovascolare, Malattie coronariche ed è stato taggato con

  • Omega-3 riducono del 22,6% la probabilità di psicosi nei giovani ad alto rischio

    L'olio di pesce ricco di acidi grassi Omega-3 riduce la probabilità di sviluppare psicosi negli individui giovani ad alto rischio. La notizia arriva da uno studio clinico in cui un gruppo di ricercatori guidati da Paul Amminger della Medical University di Vienna (Austria) hanno dimostrato l'efficacia degli Omega-3 EPA (acido eicosapentaenoico) e DHA (acido docosaesaenoico) nel ridurre la progressione dei sintomi iniziali a una vera e propria psicosi. La ricerca, pubblicata da Archives of General Psychiatry, ha dimostrato che è sufficiente assumere olio di pesce per 12 settimane per ridurre il rischio del 22,6%. Secondo i ricercatori questo studio dimostra che gli Omega-3 rappresentano un'alternativa valida e priva di effetti collaterali all'assunzione di farmaci antipsicotici. Gli Omega-3 e i disturbi del comportamento Il legame tra questi acidi grassi e le funzioni cognitive e comportamentali è già stato dimostrato da diverse ricerche. I risultati più promettenti riguardano il DHA. Questo Omega-3 si è dimostrato particolarmente efficace nel miglioramento della memoria in individui anziani affetti da disturbi cognitivi preliminari all'insorgenza di patologie neurodegenerative come la malattia di Alzheimer. Lo studio di Amminger e colleghi si è, invece, concentrato per la prima volta su soggetti giovani ad alto rischio di psicosi, svelando una nuova potenzialità terapeutica di questi acidi grassi. Lo studio Amminger e colleghi hanno selezionato 76 pazienti ad alto rischio di psicosi sulla base dei sintomi preliminari del disturbo. Questi ultimi includono leggeri sintomi psicotici, psicosi transienti o una storia di malattie psicotiche in famiglia, in combinazione con una diminuzione nelle capacità funzionali. Tali sintomi sono associati a una probabilità di sviluppare una psicosi nei 12 mesi successivi che può arrivare ad essere pari al 40%. I partecipanti allo studio hanno assunto ogni giorno per 12 settimane un placebo, costituito da olio di cocco, o un integratore di olio di pesce contenente 1,2 grammi di Omega-3, corrispondenti a 700 milligrammi di EPA e 480 milligrammi di DHA. Al termine delle 12 settimane di trattamento solo il 4,9% dei pazienti che aveva assunto Omega-3 avevano sviluppato una psicosi. Fra i partecipanti cui era stato prescritto il placebo, invece, questa percentuale era ben del 27,5%. Secondo i ricercatori questi risultati suggeriscono che gli acidi grassi Omega-3 potrebbero costituire una valida opzione preventiva e terapeutica per i soggetti giovani a rischio di psicosi che merita di essere studiata più nel dettaglio. Il meccanismo d'azione degli Omega-3 Gli autori hanno ipotizzato che i benefici osservati potrebbero essere associati ai cambiamenti nelle membrane cellulari associati all'assunzione di Omega-3. Questi nutrienti potrebbero esercitare il loro effetto interagendo a livello cerebrale con il sistema di neurotrasmettitori, le molecole che consentono la trasmissione dell'impulso nervoso. I vantaggi degli Omega-3 Amminger e colleghi sottolineano l'importanza della scoperta che delle sostanze naturali siano in grado di prevenire o ritardare la comparsa di un disturbo che ad oggi viene trattato con farmaci cui sono associati diversi effetti collaterali. Molti pazienti, soprattutto se giovani, sono restii ad assumere antipsicotici proprio per le complicanze che possono portare con loro. Fra queste: cambiamenti del metabolismo, disfunzioni sessuali e aumento di peso. L'assunzione di Omega-3, al contrario, non è associata a particolari effetti collaterali. Questi acidi grassi sono infatti molto tollerabili, hanno diversi benefici per la salute nonché un costo relativamente contenuto.     Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.     Fonte 1. Amminger GP, Schafer MR, Papageorgiou K, Klier CM, Cotton SM, Harrigan SM, Mackinnon A, P.D. McGorry, Berger GE, “Long-Chain omega-3 Fatty Acids for Indicated Prevention of Psychotic Disorders: A Randomized, Placebo- Controlled Trial”, Arch Gen Psychiatry. 2010 Feb;67(2):146-54


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