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  • Omega-3 uccidono le staminali della leucemia mieloide cronica

    Un derivato dell'acido eicosapentaenoico (EPA), Omega-3 contenuto nell'olio di pesce, uccide le cellule staminali che causano la leucemia mieloide cronica. Lo ha dimostrato un gruppo di ricercatori coordinati da Sandeep Prabhu della Pennsylvania State University (University Park, Usa) in uno studio pubblicato sulla rivista Blood. Alla base di questa tossicità vi è la conversione dell'EPA in un composto che, nei topi, uccide le cellule staminali cancerose presenti nella milza e nel midollo osseo. La scoperta apre una nuova strada nella ricerca di una cura contro questa forma di cancro. Gli Omega-3 e il cancro La letteratura scientifica è ricca di pubblicazioni che suggeriscono l'efficacia degli Omega-3 nella terapia dei tumori, soprattutto se questi nutrienti vengono utilizzati in combinazione con le cure tradizionali. La loro azione si basa principalmente sulla competizione con gli Omega-6, acidi grassi che costituiscono un nutrimento fondamentale per le cellule neoplastiche e che possono promuovere lo sviluppo dei tumori. Gli Omega-3 rendono le cellule tumorali più sensibili all'azione dei radicali liberi e ne favoriscono l'autodistruzione, limitando l'espansione del cancro. Le forme tumorali contro cui questi nutrienti si sono dimostrati utili fino ad oggi sono principalmente quelle al colon, alla prostata e al seno, ma lo studio pubblicato su Blood estende il campo d'efficacia degli Omega-3 anche alla leucemia mieloide cronica. Iniezioni di olio di pesce contro la leucemia Gli autori della nuova ricerca hanno condotto degli esperimenti su due modelli murini di leucemia. Il primo consisteva in topi infettati con il virus di Friend, un microbo che causa la cosiddetta eritroleucemia, mentre l'altro era formato da topi che esprimono nelle cellule staminali del sangue una proteina associata alla leucemia mieloide cronica. I ricercatori hanno iniettato a ciascun topo 600 nanogrammi al giorno del derivato dell'EPA per una settimana. Questo trattamento ha riportato nella norma i parametri ematologici alterati in caso di leucemia mieloide cronica. Non solo, in seguito alla somministrazione di questo derivato degli Omega-3 anche l'aspetto della milza – organo che si ingrossa in caso di leucemia - è tornato nella norma. Di conseguenza, i topi di sono guariti dalla leucemia senza sviluppare delle recidive. Un'azione mirata contro le cellule staminali Gli esperimenti condotti da Prabhu e colleghi hanno dimostrato che la molecola somministrata ai topi colpisce in modo selettivo le cellule staminali della leucemia. In particolare, queste cellule vanno incontro ad una sorta di “suicidio” proprio perché il derivato degli Omega-3  attiva un gene – detto p53 – coinvolto nei fenomeni di morte cellulare programmata. Il fatto che le cellule prelevate dai topi trattati con questa molecola, trapiantate in altri animali, non siano in grado di far sviluppare un nuovo cancro dimostra che questa cura elimina completamente le cellule staminali tumorali. Speranze per il futuro Robert Paulson, coautore della ricerca, ha precisato che le attuali terapie contro la leucemia mieloide cronica sono in grado di prolungare l'aspettativa di vita dei pazienti, ma non li guarisce. Il derivato degli Omega-3 invece agisce direttamente sulle cellule che sono alla base del tumore e potrebbe curare definitivamente la malattia. Per questo la scoperta potrebbe aprire la strada alla messa a punto di una chemioterapia che sconfigga la leucemia mieloide cronica aggredendola alle radici.       Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.       Fonte 1. Hegde S, Kaushal N, Ravindra KC, Chiaro C, Hafer KT, Gandhi UH, Thompson JT, van den Heuvel JP, Kennett MJ, Hankey P, Paulson RF, Prabhu KS, “{Delta}12-prostaglandin J3, an omega-3 fatty acid-derived metabolite, selectively ablates leukemia stem cells in mice”, Blood. 2011 Dec 22;118(26):6909-19. Epub 2011 Oct 3


    Articolo pubblicato in Tumori, Leucemie, linfomi e mielomi ed è stato taggato con

  • Omega-3 favoriscono la sete durante l'invecchiamento

    La perdita dei meccanismi che controllano la sete che può verificarsi durante l'invecchiamento può essere bilanciata con l'assunzione di Omega-3. Lo hanno dimostrato i ricercatori della Deakin University di Burwood (Australia) in uno studio pubblicato sulla rivista Neurobiology of Aging. I dati raccolti dagli autori della ricerca hanno permesso di identificare i meccanismi molecolari alla base di questo effetto, che sarebbe controllato da un gene espresso nell'ipotalamo, l'area del cervello in cui sono contenuti i centri nervosi per il controllo della sete. Il legame tra invecchiamento e sete Durante l'invecchiamento i meccanismi che controllano la sete possono diventare meno efficienti. Ciò fa sì che nonostante la presenza di stimoli che inducono la sete, l'individuo non avverta una necessità di bere proporzionale alla necessità dell'organismo di assumere acqua. Il fenomeno, ben documentato sia negli uomini sia nei roditori, è una delle motivazioni biologiche alla base dei problemi di salute delle persone anziane dovuti alla disidratazione causata dal caldo intenso. Il ruolo degli Omega-3 L'invecchiamento può portare anche a una diminuzione dei livelli di Omega-3 presenti nell'organismo. La carenza di questi nutrienti causa delle variazioni nella presenza di liquidi e nel bilancio del sodio. Per questo motivo i ricercatori australiani hanno deciso di valutare se l'integrazione alimentare con Omega-3 avesse qualche effetto sulla risposta alla sete. Acidi grassi per avere più sete Lo studio, effettuato sui ratti, ha dimostrato che l'assunzione di Omega-3 bilancia la mancanza dei meccanismi che inducono a bere in caso di disidratazione. L'analisi delle basi molecolari di questo effetto ha dimostrato che, pur essendo uno dei meccanismi che regolano la sensazione di sete, la capacità dell'ormone angiotensina II di stimolare la sete non varia durante l'invecchiamento. Viceversa, l'attività di altri ormoni che consentono il bilancio della quantità di acqua presente nell'organismo, come il peptide natriuretico atriale (ANP) e la vasopressina (AVP), viene alterata col procedere dell'invecchiamento. L'assunzione di Omega-3 non influenza in nessun modo l'azione di queste molecole. I ricercatori hanno, invece, scoperto che negli animali anziani carenti di Omega-3 l'espressione di alcuni geni dell'ipotalamo è superiore rispetto a quanto osservato nei ratti cui vengono somministrati questi acidi grassi. In particolare, in questi animali sono risultati più elevati i livelli della fosfolipasi A(2) citosolica (cPLA(2), della cicloossigenasi-2 (COX-2) e dell'enzima responsabile della produzione della prostaglandina E(2) (PGE(2), molecola coinvolta nel controllo del bilancio idrico. In accordo con questi dati, gli scienziati hanno anche osservato che gli animali anziani cui è stata somministrata una bassa dose di Omega-3 sono caratterizzati da livelli ipotalamici di PGE(2) più elevati rispetto a tutti gli altri ratti. Non solo, tanta più acqua viene introdotta in seguito alla disidratazione, tanto più bassi dono i livelli di PGE(2) nell'ipotalamo. Gli Omega-3 promuovono la sete attraverso le prostaglandine In base a questi risultati i ricercatori hanno concluso che gli Omega-3 possono essere utili nel ripristinare i corretti meccanismi di percezione della sete che possono essere persi durante l'invecchiamento. Inoltre i dati raccolti hanno permesso di ipotizzare che i meccanismi alla base della riduzione della sensazione di sete potrebbero essere basati sull'attività di PGE(2).       Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.     Fonte 1. Begg DP, Sinclair AJ, Weisinger RS, “Thirst deficits in aged rats are reversed by dietary omega-3 fatty acid supplementation”, Neurobiol Aging. 2012 Jan 5. [Epub ahead of print]


    Articolo pubblicato in Alimentazione, Antinvecchiamento, Approfondimenti invecchiamento

  • Retinite pigmentosa, Omega-3 rallentano del 40% perdita della vista

    La combinazione tra una dieta ricca di acidi grassi Omega-3 e l'assunzione di supplementi a base di vitamina A può rallentare fortemente la perdita della vista in chi soffre di retinite pigmentosa. Ad effettuare la scoperta sono stati i ricercatori dell'Università di Harvard (Boston, Stati Uniti), grazie ai dati raccolti nel corso di uno studio pubblicato sugli Archives of Ophthalmology. La ricerca ha infatti rilevato che il consumo di almeno 0,2 grammi al giorno di Omega-3 riduce ogni anno del 40% la rapidità della perdita della capacità di vedere a distanza. Secondo il gruppo di scienziati statunitensi, guidato da Eliot Berson, questo effetto potrebbe garantire ai pazienti di mantenere la vista per 18 anni in più. Retinite pigmentosa e perdita della vista La retinite pigmentosa è una malattia genetica che colpisce gli occhi. A soffrirne è una persona ogni 4.000 abitanti, per un totale di 2 milioni di individui affetti dalla patologia in tutto il mondo. Questa malattia provoca fenomeni di cecità notturna già durante l'adolescenza. Nei giovani adulti la situazione si aggrava, trasformandosi della perdita della visione laterale. L'ulteriore peggioramento dei sintomi si manifesta con la restrizione delle capacità dell'occhio ad una visione a tunnel, che permette di vedere solo ciò che si trova nella parte centrale del campo visivo. Attualmente non esiste una cura efficace contro questa malattia e, in genere, la cecità si manifesta entro i 60 anni. Lo studio clinico La scoperta dei ricercatori di Harvard è stata resa possibile da 3 sperimentazioni cliniche che hanno coinvolto, in totale, 357 pazienti affetti da retinite pigmentosa. Tutti i partecipanti assumevano quotidianamente un supplemento a base di vitamina A sotto forma di palmitato. Berson e colleghi hanno dimostrato che negli individui che, oltre alla vitamina A, assumono anche almeno 0,2 grammi al giorno di Omega-3 la diminuzione dell'acuità visiva a distanza avviene a una velocità inferiore del 40% rispetto a quanto osservato in coloro che introducono basse quantità di questi nutrienti. L'assunzione di Omega-3 permette di ridurre circa del 50% la rapidità della perdita di sensibilità nella parte centrale del campo visivo. I benefici degli Omega-3 per la vista In base a questi risultati i ricercatori hanno concluso che la combinazione tra un'alimentazione ricca di Omega-3 e l'assunzione di vitamina A potrebbe consentire a molti individui affetti di retinite pigmentosa di mantenere per la maggior parte della loro vita sia l'acutezza visiva, sia un buon campo visivo centrale. Infatti, l'azione di Omega-3 e vitamina A permetterebbe di conservare le funzioni centrali della retina. In particolare, Berson ipotizza che l'azione della vitamina A sia resa possibile dall'acido docosaesanoico (DHA), un Omega-3 presente nell'olio di pesce. In caso di retinite pigmentosa la degenerazione dei bastoncelli – elementi dell'occhio indispensabili per la visione – porterebbe a una carenza sia di vitamina A che di DHA. L'assunzione dei due nutrienti contrasterebbe i danni alla vista derivanti da questa situazione.     Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.     Fonte 1. Berson EL, Rosner B, Sandberg MA, Weigel-DiFranco C, Willet WC, “Omega-3 Intake and Visual Acuity in Patients With Retinitis Pigmentosa Receiving Vitamin A”, Arch Ophthalmol., Published online ahead of print, doi:10.1001/archopthalmol.2011.2580  


    Articolo pubblicato in Vista, Retinopatie ed è stato taggato con

  • Omega-3 da olio di pesce e attività fisica migliorano livelli lipidi nella sindrome metabolica

    Esercizi fisici e assunzione di olio di pesce ricco di Omega-3 aiutano il metabolismo dei lipidi negli individui obesi affetti da sindrome metabolica. A giungere a questa conclusione è stato un gruppo di ricercatori della Curtin University di Perth (Australia). I risultati dei loro studi, pubblicati sulla rivista Nutrition and Metabolism, dimostrano l'efficacia di una terapia basata su attività fisica regolare e olio di pesce per contrastare le alterazioni del metabolismo dei grassi in chi soffre di sindrome metabolica. Sindrome metabolica, un problema (anche) di grassi La sindrome metabolica è caratterizzata da disturbi associati alla resistenza all'insulina, l'ormone che controlla l'utilizzo degli zuccheri nell'organismo, e ad un aumento del rischio di infiammazione, di trombosi e della presenza di lipidi associati all'aterosclerosi. In particolare negli individui obesi, dopo i pasti i livelli di grassi sono alterati rispetto alla norma. Allo stesso tempo in questi soggetti è possibile riscontrare un aumento della presenza, a digiuno, dei chilomicroni, molecole che raccolgono trigliceridi e colesterolo introdotti con l'alimentazione a livello dell'intestino e che, in genere, sono presenti solo dopo i pasti. L'accumulo di queste molecole, associato a un aumento del rischio di aterosclerosi, è difficile da curare con le terapie tradizionali. Infatti né l'aumento dell'attività dell'insulina, né la perdita di peso o l'uso di farmaci contro il colesterolo sono sufficienti a ridurre le concentrazioni di apoB48, molecola che indica la presenza dei chilomicroni. Tuttavia alcuni studi hanno dimostrato che l'assunzione di olio di pesce aumenta l'efficacia dei farmaci contro il colesterolo e che gli acidi grassi Omega-3 riducono i livelli di chilomicroni. D'altra parte, negli individui sani l'attività fisica migliora il metabolismo dei grassi dopo i pasti. Lo studio Sulla base di queste premesse i ricercatori australiani hanno valutato l'effetto di esercizio fisico e assunzione di Omega-3 sui i livelli di chilomicroni negli individui obesi affetti da sindrome metabolica. I partecipanti allo studio hanno assunto per 16 settimane capsule di olio di pesce - per un totale di 1,7 grammi di Omega-3 al giorno - o tavolette contenenti un placebo. Dopo le prime 4 settimane a tutti i soggetti è stato assegnato un programma di allenamento. Prima dell'inizio dell'esperimento e a 4 e 16 settimane dalla sua partenza i ricercatori hanno raccolto campioni di sangue di ciascun partecipante sia a digiuno, sia dopo un pasto standard. Le analisi condotte su questi campioni hanno dimostrato che, da solo, l'olio di pesce riduce quasi del 20% i livelli di trigliceridi dopo i pasti e che l'abbinamento con l'esercizio aumenta questo effetto. Inoltre la combinazione tra assunzione di olio di pesce e attività fisica riduce sia le concentrazioni a digiuno dei trigliceridi, sia quelle di apoB48. Omega-3 ed esercizi fisici, ecco la combinazione vincente Sulla base di questi risultati i ricercatori hanno concluso l'olio di pesce migliora i livelli di trigliceridi, mentre per riportare i valori dei chilomicroni nella norma è necessario abbinare all'assunzione di Omega-3 l'attività fisica. Secondo gli autori questo effetto potrebbe essere basato sull'azione indipendente degli Omega-3 e dell'esercizio fisico sul fegato, che consentirebbe un miglioramento dei processi di assorbimento dei chilomicroni da parte di quest'organo.       Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.       Fonte 1. Slivkoff-Clark KM,  Mamo JC,  James AP, “The chronic effects of  fish oil  with exercise on postprandial lipaemia and chylomicron homeostasis in insulin resistant viscerally obese men”, Nutr Metab (Lond).  2012 Feb 7;9(1):9. [Epub ahead of print]


    Articolo pubblicato in Sistema cardiovascolare, Sindrome metabolica ed è stato taggato con

  • Degenerazione maculare senile: un aiuto dagli Omega-3 del pesce

    L'incidenza della degenerazione maculare senile (DMLE-AMD) può essere ridotta di circa il 60% arricchendo la propria dieta settimanale con almeno una porzione di pesce ad alto contenuto di Omega-3. Lo affermano i ricercatori del Wilmer Eye Institute della Johns Hopkins University di Baltimora (Stati Uniti), che hanno dimostrato come il pesce ricco di Omega-3 contrasti l'insorgere di questa malattia. I dati raccolti nel corso dei loro studi, pubblicati sulla rivista Ophthalmology, hanno, infatti, dimostrato che scegliere di mangiare pesce grasso almeno una volta alla settimana riduce del 60% il rischio di presentare una forma grave della malattia. Questo effetto protettivo offre nuove speranze a chi soffre di questa patologia, che è tra le principali cause di cecità al di sopra dei 55 anni e per cui è stimato un aumento dell'incidenza del 50% nei prossimi 10 anni. Degenerazione maculare senile: una patologia che porta alla cecità La degenerazione maculare senile è una malattia legata all'invecchiamento che colpisce la retina, la membrana più interna dell'occhio. In particolare, la patologia causa alterazioni a livello della macula, la porzione centrale della retina che permette di vedere in modo nitido. Alla sua base vi sono modificazioni delle strutture collocate sotto alla retina che rendono difficoltoso il passaggio di nutrienti e ossigeno nella retina. Queste alterazioni impediscono anche l'eliminazione dei detriti delle sostanze necessarie per poter vedere che, invece, si accumulano al di sotto dell'epitelio. Studi precedenti hanno dimostrato che all'interno della retina sono presenti quantità elevate di Omega-3. Per questo motivo i ricercatori della Johns Hopkins University, guidati da Sheila West, hanno deciso di verificare se un'alimentazione ricca di pesce potesse contrastare la patologia. Lo studio West e il suo staff hanno analizzato i dati relativi a 2.520 individui coinvolti nel Salisbury Eye Evaluation (SEE) Study, una ricerca che ha coinvolto uomini e donne di età compresa tra i 65 e gli 84 anni, tutti risiedenti nel Maryland (USA). Tutti i partecipanti hanno compilato questionari sulle loro abitudini alimentari, attraverso i quali è stato possibile determinare il tipo e la quantità di pesce incluso nella loro dieta. Il livello di degenerazione della macula all'inizio dello studio è stato, invece, determinato attraverso l'analisi di fotografie della superficie interna dell'occhio. Ciò ha permesso di stabilire che il 227 partecipanti presentavano la malattia in fasi precoci di sviluppo, 153 in fase intermedia e 68 in stadio avanzato. Quest'ultimo corrispondeva a un'anomala proliferazione dei vasi sanguigni, sanguinamento o perdita di un numero elevato di cellule. Consumo di Omega-3: risultati a favore della salute L'analisi statistica dei dati raccolti ha svelato che gli individui che mangiano pesce ricco di Omega-3 almeno una volta alla settimana hanno una probabilità di presentare la malattia in fasi avanzate di sviluppo ridotta del 60%. Questi risultati sono in linea con l'ipotesi che la presenza di adeguati livelli di Omega-3 sia importante per la salute degli occhi. Secondo gli autori, ulteriori studi permetteranno di chiarire l'esatta associazione tra il consumo di pesce, crostacei, zinco e Omega-3 e il rischio di degenerazione maculare senile.       Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.       Fonte 1. Swenor BK, Bressler S, Caulfield L, West SK, “The impact of fish and shellfish consumption on age-related macular degeneration”, Ophthalmology. 2010 Dec;117(12):2395-401. Epub 2010 Jul 13


    Articolo pubblicato in Degenerazione maculare, Vista ed è stato taggato con

  • Formaggio di capra arricchito con Omega-3

    Arriva dagli Stati Uniti ed è diverso dai classici cibi ed alimenti che contengono Omega-3: è il formaggio di capra che fa bene alla salute. Un gruppo di ricercatori dell'Università del Maine (Orono, Stati Uniti) ha ottenuto un formaggio di capra in grado di fornire alti livelli di Omega-3 EPA e DHA. La notizia arriva dalle pagine del Journal of Food Science, sulle quali sono stati pubblicati i risultati dello studio che ha dimostrato l'efficacia dei metodi per produrre questo formaggio fortificato. La salute attraverso gli Omega-3 Garantire all'organismo un buon apporto di Omega-3 è fondamentale per mantenerlo in salute. Anni di ricerche hanno dimostrato che questi acidi grassi promuovono il benessere di cuore, cervello e articolazioni, riducono l'infiammazione e contrastano patologie come asma, allergie e tumori. Benché questi nutrienti si trovino anche in alcuni alimenti di origine vegetale, come le noci e i semi di lino, le migliori fonti di Omega-3 sono i pesci grassi, come sgombro, sardine, aringhe, salmone e tonno. 100 grammi di salmone contengono, ad esempio, 2,3 grammi di questi preziosi nutrienti, mentre nella stessa quantità di sardine, sgombro o tonno fresco se ne trovano, rispettivamente, 2,2, 2,0 e 1,6 grammi. Per questo motivo mangiare almeno una porzione di pesce alla settimana potrebbe essere sufficiente a garantire le quantità di Omega-3 richieste dall'organismo. I cibi arricchiti di Omega-3 Accanto al pesce, l'industria alimentare offre cibi come latte, creme, uova e pane arricchiti di Omega-3. Tuttavia, secondo l'International Cod Liver Omega-3 Foundation – un'organizzazione formata da esperti della nutrizione – molti di questi prodotti contengono solo piccole quantità di questi nutrienti. I dati raccolti dai ricercatori dell'Università del Maine hanno, invece, dimostrato che il loro formaggio di capra contiene quantità di Omega-3 sufficienti ad esercitare un effetto benefico sulla salute. La validità del formaggio di capra Il formaggio in questione è stato ottenuto aggiungendo prima della cagliata 60, 80 o 100 grammi di olio di pesce ogni 3600 grammi di latte di capra. Il formaggio che ne è stato ottenuto è stato analizzato per verificarne la composizione, il contenuto di Omega-3, la stabilità all'ossidazione, il colore, il pH e l'accettabilità da parte dei consumatori. In questo modo, i ricercatori hanno rilevato che tutti questi formaggi contenevano livelli di grassi di simili fra loro, ma superiori rispetto a quelli del formaggio ottenuto senza aggiungere olio di pesce. Anche il contenuto di Omega-3, pari, in media, a 127 milligrammi di EPA e DHA in una pozione da 28 grammi, è risultato simile in tutti e 3 i formaggi. L'aggiunta di olio di pesce non ha alterato le altre caratteristiche analizzate e la deperibilità del prodotto finale è risultata del tutto paragonabile a quella del formaggio di capra tradizionale. Da parte loro, i 105 consumatori che hanno testato il prodotto lo hanno apprezzato. Un nuovo prodotto per assicurarsi il fabbisogno di Omega-3 L'insieme dei dati raccolti dimostra che l'aggiunta di olio di pesce non influisce negativamente né sulla deperibilità del prodotto, né sul suo utilizzo da parte del consumatore. Il formaggio ottenuto dai ricercatori statunitensi potrebbe pertanto rappresentare una valida fonte di acidi grassi Omega-3.     Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.       Fonte 1. Hughes BH, Brian Perkins L, Calder BL, Skonberg DI, “Fish Oil Fortification of Soft Goat Cheese”, J Food Sci. 2012 Feb 6. doi: 10.1111/j.1750-3841.2011.02560.x. [Epub ahead of print]


    Articolo pubblicato in Alimentazione, Omega-3 in altri cibi ed è stato taggato con

  • Alimentazione bambini: Omega-3 da pesce dimezzano il rischio di affanno respiratorio

    Il salmone è uno dei pesci più ricchi di Omega-3. Iniziare a consumarlo prima dei 9 mesi di vita riduce il rischio di soffrire di affanno respiratorio nei bambini in età prescolare. Lo ha dimostrato uno studio pubblicato sulla rivista Acta Pediatrica, in cui i ricercatori dell'Università di  Gothenburg e della Paediatric Outpatient Clinic di Mölndal (Svezia) hanno analizzato i benefici dell'introduzione precoce del pesce nell'alimentazione dei piccoli. Secondo gli autori, l'effetto di una dieta arricchita dal pesce è contrario a quello dell'esposizione a paracetamolo durante la gravidanza o all'assunzione di antibiotici nella prima settimana di vita che, invece, aumentano la probabilità di andare incontro a questo disturbo anche più volte in un anno. Omega-3 e disturbi della respirazione nell'infanzia I benefici degli Omega-3 sulla salute dell'apparato respiratorio dei bambini è stato dimostrato da diverse ricerche. Il consumo di elevate quantità di pesce, alimento ricco di Omega-3, da parte delle donne incinte riduce il rischio che i bambini sviluppino disturbi di tipo allergico, come la rinite, sia l'asma. Secondo gli esperti quest'ultimo effetto è dovuto all'influenza esercitata da questi nutrienti sui meccanismi dell'infiammazione e sulle risposte immunitarie. La ricerca svedese aggiunge nuovi dettagli al ruolo protettivo svolto dagli Omega-3 nei confronti dell'apparato respiratorio dei bambini, estendendolo all'affanno che può colpire i piccoli in età prescolare. Omega-3 contro l'affanno respiratorio Lo studio ha coinvolto 4.171 famiglie, cui sono state chieste informazioni sull'alimentazione e lo stato di salute dei piccoli all'età di 6 mesi, 1 anno e 4 anni e mezzo. L'analisi dei dati raccolti ha svelato che 1 bambino su 5 soffre di almeno un episodio di affanno respiratorio all'anno e che 1 piccolo su 20 ha a che fare con questo disturbo 3 o più volte in 12 mesi. Approfondendo lo studio i ricercatori hanno scoperto che l'assunzione di antibiotici nella prima settimana di vita raddoppia il rischio di soffrire di affanno respiratorio ricorrente all'età di 4 anni e mezzo. Risultati simili riguardano i bambini le cui madri hanno assunto paracetamolo durante la gravidanza. In questi piccoli, infatti, il rischio di soffrire di affanno respiratorio in età prescolare aumenta del 60%. Al contrario, quei bambini che iniziano a mangiare pesce prima dei 9 mesi di vita hanno una probabilità quasi dimezzata di soffrire di affanno respiratorio a 4 anni e mezzo. Lo studio ha anche rilevato che fra i pesci introdotti più spesso nell'alimentazione di questi piccoli è incluso il salmone, una delle specie più ricche in Omega-3. Più Omega-3 per polmoni in salute Sulla base di questi dati gli autori della ricerca hanno concluso che mentre i bambini esposti a paracetamolo o agli antibiotici hanno un rischio maggiore di soffrire di affanno respiratorio ricorrente, il pesce ha un ruolo protettivo contro lo sviluppo di questo disturbo. Fra i pesci che mostrano questi benefici è incluso il salmone, una specie ricca in acidi grassi Omega-3. Secondo Emma Goksör, autrice principale della ricerca, le analisi demografiche condotte nel corso dello studio indicano che i risultati ottenuti possono essere estesi all'intera popolazione.       Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.       Fonte 1. Goksör E, Alm B, Thengilsdottir H, Pettersson R, Aberg N, Wennergren G, “Preschool wheeze - impact of early fish introduction and neonatal antibiotics”, Acta Paediatr. 2011 Dec;100(12):1561-6


    Articolo pubblicato in Alimentazione, Neonati e bambini, Omega-3 in pesce e crostacei, Età neonatale, Età pediatrica

  • Omega-3 nella terapia del lupus eritematoso: prevenzione dei sintomi neuropsichiatrici

    Gli Omega-3 contrastano l'infiammazione dei tessuti nervosi e i disturbi cerebrali associati al lupus eritematoso. E' questa la conclusione cui è giunto un gruppo di ricercatori della Medical School della City University di New York (Stati Uniti) in uno studio pubblicato sulla rivista Preventive Medicine. Secondo gli scienziati questa scoperta dimostra che l'aumento dell'assunzione di questi acidi grassi potrebbe essere una valida opzione terapeutica per prevenire i sintomi neuropsichiatrici associati alle malattie di origine autoimmune. Gli Omega-3 nella terapia del lupus eritematoso Il lupus eritematoso è causato da una reazione anomala del sistema immunitario, che si trova ad aggredire le cellule del suo stesso organismo. I sintomi del lupus eritematoso sono vari: febbre affaticamento comparsa di macchie sulla pelle dolore o gonfiore alle giunture problemi renali e cardiovascolari Molti di questi disturbi sono contrastati dall'assunzione di Omega-3, nutrienti in grado di migliorare significativamente la salute e la qualità della vita di chi soffre di questa malattia. L'olio di pesce, supplemento alimentare ricco di questi acidi grassi, riduce lo stress ossidativo associato ai disturbi cardiaci e migliora le funzioni dei vasi sanguigni e il flusso del sangue dei pazienti affetti da lupus. Inoltre l'acido eicosapentaenoico (EPA), uno degli Omega-3 presenti nell'olio di pesce, è in grado di diminuire il senso di affaticamento tipico di questa patologia. Nuovi dati a favore dell'uso degli Omega-3 La ricerca statunitense ha approfondito lo studio dell'efficacia degli Omega-3 nel trattamento del lupus eritematoso, estendendo le analisi anche a un'altra malattia autoimmune, la sindrome di Sjögren. Gli scienziati hanno utilizzato come modello sperimentale dei topi transgenici che sviluppano i sintomi tipici di queste patologie: neuroinfiammazione, ansia e difetti nella produzione di neuroni e di alcuni meccanismi di trasmissione dell'impulso nervoso nell'ippocampo. Gli animali sono stati alimentati per 12 settimane con una dieta standard o con cibo arricchito con Omega-3. Al termine del trattamento i ricercatori hanno valutato i livelli di infiammazione nell'ippocampo, la proliferazione delle cellule progenitrici dei neuroni e i meccanismi di trasmissione dell'impulso nervoso. Ne è emerso che la somministrazione di Omega-3 riduce significativamente i fenomeni associati all'infiammazione. Non solo, nei topi che hanno assunto questi nutrienti è stato anche rilevato un aumento della concentrazione di cellule nervose di nuova formazione nell'ippocampo. Infine, i ricercatori hanno dimostrato che in questi animali anche i meccanismi di trasmissione dell'impulso nervoso sono attivati normalmente. Conferme per gli Omega-3 e speranze per chi soffre di lupus In base a questi risultati gli autori della ricerca hanno concluso che gli acidi grassi Omega-3 prevengono l'infiammazione del sistema nervoso e i difetti del funzionamento dell'ippocampo in topi che presentano gli stessi sintomi dei pazienti affetti da lupus eritematoso o da sindrome di Sjögren. Questi dati, confermando l'importanza di questi acidi grassi nella regolazione dell'attività dell'ippocampo e della risposta infiammatoria, indicano una possibile nuova strada nella prevenzione dei sintomi neuropsichiatrici delle malattie autoimmuni.


    Articolo pubblicato in Sistema immunitario, Lupus Eritematoso Sistemico ed è stato taggato con

  • Trapianti di fegato: ecco come gli Omega-3 proteggono dall'infiammazione

    Svelati i meccanismi molecolari attivati dagli Omega-3 per proteggere il fegato dall'infiammazione causata dagli interventi chirurgici, trapianti inclusi. A scoprirli è stato un gruppo di ricercatori dell'Università del Cile di Santiago in uno studio pubblicato dalla rivista PloS One. La scoperta apre nuove prospettive nella prevenzione dei danni da ischemia-riperfusione, fenomeni spesso associati ad alcune operazioni. Il ruolo protettivo degli Omega-3 nei trapianti di fegato L'ischemia è una situazione in cui il flusso di sangue verso un organo diminuisce o, addirittura, si annulla. Questo fenomeno, associato a eventi come l'infarto o alcuni interventi chirurgici, provoca una carenza di ossigeno dannosa per i tessuti. D'altra parte anche la riperfusione, cioè il ripristino della circolazione sanguigna, può danneggiare gli organi, soprattutto a causa della forte infiammazione scatenata dall'attivazione del sistema immunitario. In particolare, i danni da ischemia-riperfusione mettono in serio pericolo la salute dei tessuti dopo alcuni interventi chirurgici in cui si verificano questi due fenomeni. Un caso molto studiato è quello dei trapianti di fegato, in cui è stato dimostrato che questo tipo di danno può essere limitato attraverso opportuni trattamenti dell'organo da trapiantare. Alcuni esperimenti hanno, ad esempio, dimostrato che nei ratti l'assunzione degli Omega-3 EPA (acido eicosapentaenoico) e DHA (acido docosaesaenoico) protegge il fegato del donatore dal danneggiamento. L'efficacia di questi acidi grassi si basa sulla riduzione dell'attivazione di NF-kB, una proteina associata all'infiammazione e che viene attivata da questo tipo di danno. Nuovi dettagli sui meccanismi d'azione I ricercatori sudamericani hanno scoperto ulteriori particolari di questo processo analizzando l'attività di NF-kB e di altre molecole ad essa correlate in ratti ai quali, prima di indurre un danno da ischemia-riperfusione al fegato, è stato somministrato per 7 giorni un supplemento a base di olio di pesce. Dopo questa prima settimana il danno epatico è stato indotto con 1 ora di ischemia seguita da 20 ore di riperfusione. Per quanto riguarda lo stato di salute generale del fegato, l'assunzione di Omega-3 è stata associata a una normalizzazione dei livelli di transaminasi e della morfologia del fegato, parametri alterati in caso di danni epatici. Le analisi molecolari hanno, inoltre, svelato che oltre a ridurre l'attivazione di NF-kB questi acidi grassi promuovono l'associazione tra NF-kB e una molecola dall'azione antinfiammatoria, PPAR-α. Allo stesso tempo, i ricercatori hanno rilevato che il trattamento con Omega-3 aumenta la stabilità di IκB-α, molecola che contrasta l'attivazione di NF-kB. Il risultato di questi fenomeni è un aumento dell'espressione dei geni regolati da  PPAR-α e una normalizzazione dei livelli di  IL-lβ e TNF-α, due molecole pro-infiammatorie la cui produzione è controllata da NF-kB. Omega-3, un'efficacia senza più segreti Nell'insieme questi dati indicano che PPAR-α e NF-κB competono per il controllo della produzione di mediatori dell'infiammazione. Gli acidi grassi Omega-3, quindi, proteggerebbero il fegato dal danno da ischemia-riperfusione promuovendo la formazione dei complessi tra PPAR-α e NF-κB e aumentando la stabilità di IκB-α.     Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.       Fonte 1. Zúñiga J, Cancino M, Medina F, Varela P, Vargas R, Tapia G, Videla LA, Fernández V, “N-3 PUFA supplementation triggers PPAR-α activation and PPAR-α/NF-κB interaction: anti-inflammatory implications in liver ischemia-reperfusion injury”, PLoS One. 2011;6(12):e28502. Epub 2011 Dec 8


    Articolo pubblicato in Speciali Omega-3, Operazioni chirurgiche ed è stato taggato con

  • Bambini nati sottopeso: Omega-3 proteggono cuore e arterie

    Scoperti i benefici degli Omega-3 per la salute del cuore e delle arterie dei bambini nati sottopeso. Secondo uno studio del Boden Institute of Obesity, Nutrition, Exercise and Eating Disorders di Camperdown (Australia), pubblicato sulla rivista Pediatrics, l'assunzione di questi acidi grassi nei primi 5 anni di vita può, infatti, prevenire l'ispessimento dei vasi tipico di chi nasce troppo piccolo. Gli autori della ricerca, guidati da Michael Skilton, hanno concluso che i bambini nati sottopeso possono trarre beneficio da una supplementazione quotidiana di Omega-3, che li protegge dal rischio di essere vittima di un attacco di cuore o di un ictus da adulti. Bambini nati sottopeso: problemi di salute precoci? I bambini che nascono sottopeso hanno maggiori probabilità di dover avere a che fare con problemi di salute già da neonati. Oltre ai disturbi che possono manifestarsi sin dalle prime settimane di vita, ci sono anche fenomeni che possono compromettere la salute dei bimbi troppo piccoli quando saranno adulti. E' questo il caso dell'ispessimento delle pareti delle arterie, un processo che, in questi soggetti, inizia già durante l'infanzia e che aumenta il rischio di sviluppare malattie a cuore e vasi sanguigni. Infatti l'aumento dello spessore della parete dei vasi è un indice di aterosclerosi, ossia della presenza di accumuli di materiale che possono ostacolare il passaggio del sangue e causare, così, ictus, infarti e altre gravi problematiche all'apparato cardiocircolatorio. Attualmente non è nota nessuna strategia in grado di prevenire questo fenomeno in chi nasce sottopeso. Skilton e colleghi hanno, però, scoperto che una speranza potrebbe essere riposta negli acidi grassi Omega-3, nutrienti già noti per i benefici esercitati sull'apparato cardiovascolare degli individui adulti. Gli Omega-3 proteggono il cuore dei bambini Per giungere a questa conclusione gli scienziati hanno condotto uno studio su 616 bambini nati a Sydney, in cui lo stato di salute delle arterie è stato monitorato fino ai 5 anni di vita. Metà dei piccoli coinvolti nella ricerca hanno assunto fino a questa età 500 mg al giorno di olio di pesce, un supplemento ricco di questi nutrienti. Agli altri bambini è stata, invece, somministrata un'uguale quantità di un supplemento a base di olio di girasole. Quando tutti i piccoli partecipanti hanno compiuto 8 anni i medici hanno analizzato lo spessore delle pareti delle loro arterie. E' stato, così, scoperto che, fra tutti i bambini, in quelli nati sottopeso che avevano ricevuto come supplemento l'olio di girasole le pareti dei vasi erano più spesse. Al contrario, i piccoli con un peso alla nascita ridotto, ma cui era stato somministrato olio di pesce ricco di Omega-3, non mostravano nessun segno di ispessimento delle pareti arteriose. In particolare, secondo i dati raccolti dagli scienziati australiani, nei bambini nati sottopeso che non assumono Omega-3 le pareti delle arterie sono 0,041 millimetri più spesse per ogni kg di peso alla nascita. Continue conferme per cuore e bambini più sani I risultati ottenuti da Skilton e colleghi aggiungono nuovi dettagli ai benefici degli Omega-3 per il sistema cardiovascolare. Questa scoperta conferma, inoltre, che questi acidi grassi sono nutrienti preziosi non solo per gli adulti, ma anche durante l'infanzia.       Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.       Fonte 1. Skilton  MR,  Ayer JG,  Harmer JA,  Webb K,  Leeder SR,  Marks GB,  Celermajer DS, “Impaired Fetal Growth and Arterial Wall Thickening: A Randomized Trial of  Omega-3  Supplementation”, Pediatrics.  2012 Feb 20. [Epub ahead of print]


    Articolo pubblicato in Neonati e bambini, Sistema cardiovascolare, Arterie e vasi sanguigni, Età neonatale ed è stato taggato con

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