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  • L’Omega-3 EPA riduce il rischio di Alzheimer

    L’acido eicospaentaenoico (EPA), Omega-3 di origine alimentare, può migliorare la memoria e i processi di apprendimento, riducendo il rischio di sviluppare la malattia di Alzheimer. Secondo un gruppo di ricercatori canadesi e tailandesi, l’etil-EPAuna forma particolare di questa molecola, rallenta la diminuzione dei livelli di acetilcolina. Quest'azione permette di contrastare l’insorgenza di questa patologia. Le ricerche hanno anche dimostrato che questo Omega-3 permette anche di ridurre l’espressione del fattore di crescita dei nervi (Nerve growth factor, NGF), un altro indicatore della presenza della malattia di Alzheimer. Secondo gli autori della ricerca, si tratta della prima prova dell’esistenza di una correlazione tra la diminuzione del rilascio di acetilcolina e i disturbi della memoria. Lo studio che ha portato a questa scoperta è stato pubblicato sul Journal of Neurochemistry. L’azione dell’EPA a livello cerebrale Per testare l’azione dell’EPA, i ricercatori hanno aggiunto all’alimentazione di ratti di laboratorio etil-EPA o olio di palma, un prodotto che non contiene Omega-3. Gli animali che avevano assunto olio di palma hanno sviluppato i sintomi tipici dei disturbi di memoria. Questi consistevano nella diminuzione del rilascio di acetilcolina, molecola importante per la trasmissione dell’impulso nervoso, e nella riduzione dell’espressione dell’NGF. Al contrario, i ratti che avevano assunto EPA hanno mostrato un miglioramento della memoria. Questo effetto era associato in un’attenuazione della riduzione del rilascio di acetilcolina e dell’espressione dell’NGF. Morbo di Alzheimer: quale Omega-3? I risultati di questa ricerca confermano il ruolo svolto dagli Omega-3 nella protezione della salute del sistema nervoso. Studi precedenti avevano dimostrato l’esistenza di un legame tra questi acidi grassi e le funzioni cognitive. I ricercatori avevano tuttavia evidenziato delle differenze nell’azione svolta dai 2 principali Omega-3 di origine alimentare, l’EPA e il DHA (acido docosaesaenoico). In particolare, chi soffre del declino cognitivo tipicamente associato all’avanzare dell’età può trarre beneficio dall’assunzione di DHA, che permette di migliorare la memoria. Questo declino cognitivo può precedere lo sviluppo di malattie neurodegenerative, Alzheimer incluso. Tuttavia, il DHA non può aiutare chi soffre già di Alzheimer conclamato. Secondo gli autori della ricerca, pubblicata dal Journal of Neurochemistry, i risultati ottenuti con la somministrazione di EPA confermano che anche questo Omega-3 può migliorare la memoria e che questa azione si svolge attraverso la modulazione delle attività svolte dall’acetilcolina e dall’NGF. In questo modo, gli Omega-3 possono ridurre il rischio di sviluppare la malattia di Alzheimer.       Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.       Fonte 1. Taepavarapruk P, Song C, “Reductions of acetylcholine release and nerve growth factor expression are correlated with memory impairment induced by interleukin-1beta administrations: effects of omega-3 fatty acid EPA treatment”,  J Neurochem. 2010 Feb;112(4):1054-64. Epub 2009 Dec 3


    Articolo pubblicato in Sistema nervoso, Morbo di Alzheimer ed è stato taggato con

  • Depressione post partum: 2,5 volte più frequente se c'è carenza di omega 3

    Uno squilibrio alimentare tra acidi grassi Omega-6 e Omega-3 superiore ad un rapporto 9:1 espone a un maggior rischio di depressione post partum. La notizia arriva dall'Universidade Federal do Rio de Janeiro, dove Camilla da Rocha e Gilberto Kac hanno studiato l'effetto di un apporto non bilanciato fra le diverse forme di acidi grassi sulla frequenza di questo disturbo. Lo studio che ha portato a questa conclusione, pubblicato dalla rivista Maternal and Child Nutrition, conferma l'importanza degli acidi grassi Omega-3 nella regolazione dei meccanismi responsabili della salute mentale. Depressione post partum: il ruolo degli Omega-3 Diverse ricerche condotte in passato hanno dimostrato l'importanza degli Omega-3 per la salute della donna. Fra i benefici riscontrati è incluso l'effetto esercitato da questi nutrienti sul buon esito della gravidanza e sulla salute della mamma dopo il parto. Infatti, studi osservazionali hanno suggerito l'esistenza di una correlazione tra livelli di Omega-3 bassi e un rischio maggiore di soffrire di depressione post partum.   L'alimentazione tipica delle società occidentali odierne è però sbilanciata verso un consumo maggiore di Omega-6. Ciò aumenta il rischio di carenze di Omega-3 che potrebbero mettere in pericolo il benessere psicologico delle donne subito dopo la nascita di un figlio. I ricercatori brasiliani hanno voluto approfondire questo fenomeno valutando se un rapporto sbilanciato tra Omega-6 e Omega-3 a favore dei primi fosse associato ad un aumento della probabilità di soffrire di depressione post partum. I risultati della ricerca Lo studio ha coinvolto 106 donne alla prima gravidanza ed è stato condotto a Rio de Janeiro tra il 2005 e il 2007. Le partecipanti sono state monitorate 4 volte durante la gestazione e 1 volta dopo il parto. Oltre a valutare attraverso una scala specifica la presenza di depressione post partum, durante il primo trimestre di gravidanza i ricercatori hanno fatto compilare alle donne un questionario sulle abitudini alimentari. Complessivamente sono stati raccolti dati sulle condizioni socio-demografiche, la situazione ostetrica, l'indice di massa corporea prima del concepimento e la composizione della dieta di tutte le partecipanti. Ne è emerso che la frequenza della depressione post partum era pari al 26,4% e che l'incidenza del disturbo era maggiore nelle donne in cui il rapporto tra Omega-6 e Omega-3 era superiore a 9 a 1. Un altro dato messo in evidenza dallo studio è che le partecipanti il cui indice di massa corporea prima della gravidanza era inferiore a 18,5 erano più soggette a soffrire della patologia. La carenza di Omega-3 aumenta il rischio di depressione post partum Gli autori dello studio hanno scelto di valutare l'effetto sull'incidenza della depressione post partum di un rapporto tra Omega-6 e Omega-3 superiore a 9 a 1 perché questo è il livello raccomandato dagli specialisti. I dati ottenuti indicano che oltrepassare questo livello aumenta di 2,5 volte la probabilità di soffrire di tale patologia. Confermano altresì l'importanza di un corretto introito di acidi grassi per garantire il benessere psicologico dopo il parto.       Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.       Fonte 1. da Rocha CM, Kac G, “High dietary ratio of omega-6 to omega-3 polyunsaturated acids during pregnancy and prevalence of post-partum depression”, Matern Child Nutr. 2012 Jan;8(1):36-48. doi:


    Articolo pubblicato in Donna in salute, Postgravidanza ed è stato taggato con

  • Omega-3 e malattie coronariche, il vantaggio è anche nella spesa sanitaria

    In termini di spesa sanitaria, gli Omega-3 sono un'alternativa economicamente vantaggiosa all'utilizzo esclusivo di farmaci nel trattamento delle malattie coronariche. A dimostrarlo è un'analisi condotta da Access Economics per conto del National Institute of Complementary Medicine dell'University of Western Sydney (Australia). I benefici economici degli Omega-3 Utilizzare l'olio di pesce ricco in Omega-3 come trattamento complementare all'uso dei farmaci nei pazienti con una storia di malattie coronariche permette un significativo risparmio economico. Questo effetto sulla spesa sanitaria sarebbe dovuto fondamentalmente a 2 fenomeni: riduzione dei decessi causati da disturbi coronarici; riduzione dell'incidenza di questo tipo di patologie. Gli autori dell'analisi hanno commentato che questi risultati sono in linea con quanto emerso in altri studi di impronta internazionale. Non solo Omega-3 La ricerca australiana colloca a pieno diritto gli Omega-3 fra i rimedi appartenenti alla medicina complementare che potrebbero giocare un ruolo fondamentale non solo per la salute del singolo individuo, ma anche per quella del sistema sanitario. Accanto ai benefici economici derivanti dall'uso di questi acidi grassi per il trattamento delle malattie cardiovascolari, lo studio ha evidenziato anche quelli di preparati di origine vegetale. Tra questi sono inclusi l'erba di san Giovanni, utile in caso di depressione, e il Phytodolor, erba usata contro l'osteoartrite. Queste medicine complementari potrebbero permettere al solo sistema sanitario australiano di risparmiare più di 220 milioni di dollari all'anno. Vantaggi nascosti Lynne Pezzullo, direttrice di Access Economics, ha sottolineato le difficoltà riscontrate nel tentare di valutare i vantaggi economici dell'uso delle medicine complementari. Secondo l'esperta, le stime dei benefici associati all'uso di questi rimedi sarebbero ancora maggiori se le analisi tenessero conto dei vantaggi associati al mantenere i cittadini in salute, in grado di lavorare e fuori da ospedali già sovraffollati. Alan Bensoussan, direttore del National Institute of Complementary Medicine, ha concluso che l'uso delle medicine complementari potrebbe rendere più sostenibili gli alti costi associati al mantenimento di un buono stato di salute al giorno d'oggi. L'esperto precisa che questo obiettivo potrebbe essere raggiunto grazie alla migliore prevenzione delle malattie e alla gestione più efficiente dei disturbi cronici reso possibile proprio dagli Omega-3 e da altri rimedi diversi dai farmaci tradizionali.       Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.         Fonte 1. Access Economics, “Cost effectiveness of complementary medicines”. http://www.nicm.edu.au/images/stories/research/docs/cost_effectiveness_cm_ae_2010.pdf


    Articolo pubblicato in Sistema cardiovascolare, Malattie coronariche ed è stato taggato con

  • Omega-3 riducono del 22,6% la probabilità di psicosi nei giovani ad alto rischio

    L'olio di pesce ricco di acidi grassi Omega-3 riduce la probabilità di sviluppare psicosi negli individui giovani ad alto rischio. La notizia arriva da uno studio clinico in cui un gruppo di ricercatori guidati da Paul Amminger della Medical University di Vienna (Austria) hanno dimostrato l'efficacia degli Omega-3 EPA (acido eicosapentaenoico) e DHA (acido docosaesaenoico) nel ridurre la progressione dei sintomi iniziali a una vera e propria psicosi. La ricerca, pubblicata da Archives of General Psychiatry, ha dimostrato che è sufficiente assumere olio di pesce per 12 settimane per ridurre il rischio del 22,6%. Secondo i ricercatori questo studio dimostra che gli Omega-3 rappresentano un'alternativa valida e priva di effetti collaterali all'assunzione di farmaci antipsicotici. Gli Omega-3 e i disturbi del comportamento Il legame tra questi acidi grassi e le funzioni cognitive e comportamentali è già stato dimostrato da diverse ricerche. I risultati più promettenti riguardano il DHA. Questo Omega-3 si è dimostrato particolarmente efficace nel miglioramento della memoria in individui anziani affetti da disturbi cognitivi preliminari all'insorgenza di patologie neurodegenerative come la malattia di Alzheimer. Lo studio di Amminger e colleghi si è, invece, concentrato per la prima volta su soggetti giovani ad alto rischio di psicosi, svelando una nuova potenzialità terapeutica di questi acidi grassi. Lo studio Amminger e colleghi hanno selezionato 76 pazienti ad alto rischio di psicosi sulla base dei sintomi preliminari del disturbo. Questi ultimi includono leggeri sintomi psicotici, psicosi transienti o una storia di malattie psicotiche in famiglia, in combinazione con una diminuzione nelle capacità funzionali. Tali sintomi sono associati a una probabilità di sviluppare una psicosi nei 12 mesi successivi che può arrivare ad essere pari al 40%. I partecipanti allo studio hanno assunto ogni giorno per 12 settimane un placebo, costituito da olio di cocco, o un integratore di olio di pesce contenente 1,2 grammi di Omega-3, corrispondenti a 700 milligrammi di EPA e 480 milligrammi di DHA. Al termine delle 12 settimane di trattamento solo il 4,9% dei pazienti che aveva assunto Omega-3 avevano sviluppato una psicosi. Fra i partecipanti cui era stato prescritto il placebo, invece, questa percentuale era ben del 27,5%. Secondo i ricercatori questi risultati suggeriscono che gli acidi grassi Omega-3 potrebbero costituire una valida opzione preventiva e terapeutica per i soggetti giovani a rischio di psicosi che merita di essere studiata più nel dettaglio. Il meccanismo d'azione degli Omega-3 Gli autori hanno ipotizzato che i benefici osservati potrebbero essere associati ai cambiamenti nelle membrane cellulari associati all'assunzione di Omega-3. Questi nutrienti potrebbero esercitare il loro effetto interagendo a livello cerebrale con il sistema di neurotrasmettitori, le molecole che consentono la trasmissione dell'impulso nervoso. I vantaggi degli Omega-3 Amminger e colleghi sottolineano l'importanza della scoperta che delle sostanze naturali siano in grado di prevenire o ritardare la comparsa di un disturbo che ad oggi viene trattato con farmaci cui sono associati diversi effetti collaterali. Molti pazienti, soprattutto se giovani, sono restii ad assumere antipsicotici proprio per le complicanze che possono portare con loro. Fra queste: cambiamenti del metabolismo, disfunzioni sessuali e aumento di peso. L'assunzione di Omega-3, al contrario, non è associata a particolari effetti collaterali. Questi acidi grassi sono infatti molto tollerabili, hanno diversi benefici per la salute nonché un costo relativamente contenuto.     Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.     Fonte 1. Amminger GP, Schafer MR, Papageorgiou K, Klier CM, Cotton SM, Harrigan SM, Mackinnon A, P.D. McGorry, Berger GE, “Long-Chain omega-3 Fatty Acids for Indicated Prevention of Psychotic Disorders: A Randomized, Placebo- Controlled Trial”, Arch Gen Psychiatry. 2010 Feb;67(2):146-54


    Articolo pubblicato in Sistema nervoso, Depressione e disturbi bipolari ed è stato taggato con

  • Omega-3 rallentano invecchiamento cellulare in chi soffre di malattie cardiovascolari

    L'invecchiamento cellulare può essere rallentato da alti livelli di Omega-3 nel sangue dei pazienti che soffrono di malattie cardiovascolari. Lo hanno dimostrato i ricercatori dell'Università della California di San Francisco (Stati Uniti) in uno studio pubblicato dal Journal of the American Medical Association. Secondo gli autori della ricerca, quantità elevate di questi acidi grassi sono associate a una lunghezza maggiore dei telomeri, le sequenze di DNA poste alla fine dei cromosomi che si accorciano al passare dell'età. L'ipotesi formulata è che l'azione antiossidante degli Omega-3 protegga queste strutture dall'accorciamento, prevenendo l'invecchiamento cellulare. I telomeri, indicatori dell'età delle cellule I telomeri sono strutture particolari che proteggono le estremità dei cromosomi, impedendo a questi ultimi di interagire l'uno con l'altro per formare fusioni o altre mutazioni genetiche. Ad ogni divisione cellulare la lunghezza di queste porzioni di DNA diminuisce. Per questo motivo i telomeri sono considerati degli indicatori dell'età biologica della cellula. Alcuni studi precedenti hanno dimostrato che fra i fattori che influenzano le dimensioni dei telomeri vi è anche lo stress ossidativo. Alcune ricerche hanno anche svelato che molecole dalle proprietà antiossidanti possono proteggere queste strutture dal danneggiamento. E' questo il caso dei multivitaminici. Secondo uno studio del National Institute of Environmental Health Sciences (Research Triangle Park, Stati Uniti), il consumo regolare di questi nutrienti è associato a una lunghezza maggiore dei telomeri. Risultati analoghi sono stati ottenuti da Ruth Chan e colleghi alla Chinese University di Hong Kong (Cina), che hanno dimostrato che le estremità dei cromosomi sono significativamente più lunghe in chi beve una media di tre tazze di tè al giorno, rispetto a chi ne consuma solo un quarto. Secondo Chan questa differenza nella lunghezza dei telomeri corrisponde all'incirca a 5 anni di vita in più. Omega-3 e telomeri Le ricerche degli esperti dell'Università della California si sono concentrate su pazienti affetti da disturbi cardiovascolari. Diversi studi hanno dimostrato che in questi individui un'elevata assunzione di Omega-3 attraverso l'alimentazione è associata a un miglior tasso di sopravvivenza. Tuttavia, il meccanismo alla base di questo fenomeno non è ancora stato del tutto scoperto. Studiando la lunghezza dei telomeri nelle cellule del sangue di 608 pazienti sofferenti di malattie coronariche, gli autori dello studio hanno dimostrato che ne gli individui con i livelli minori degli Omega-3 acido eicosapentaenoico (EPA) e acido docosaesaenoico (DHA) le estremità dei cromosomi si accorciano più rapidamente. Viceversa, a 5 anni dall'inizio dello studio l'accorciamento dei telomeri è risultato molto più lento nei pazienti con i livelli ematici di EPA e DHA più elevati. Invecchiamento cellulare: una protezione efficace I ricercatori hanno concluso che gli Omega-3 potrebbero proteggere chi soffre di disturbi cardiaci dall'invecchiamento cellulare. Come nel caso dei multivitaminici e del tè, i meccanismi d'azione potrebbero basarsi sulla diminuzione dello stress ossidativo, un parametro influenzato da questi acidi grassi. Tuttavia, gli autori non escludono che possa essere coinvolta un'azione diretta l'attività della telomerasi, enzima che garantisce il mantenimento della struttura terminale dei cromosomi. Insieme ai risultati ottenuti in studi precedenti, questi dati supportano l'ipotesi che l'assunzione di antiossidanti protegga le cellule dall'invecchiamento.       Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.         Fonte   1. Farzaneh-Far R, Lin J, Epel ES, Harris WS, Blackburn EH, Whooley MA, “Association of marine omega-3 fatty acid levels with telomeric aging in patients with coronary heart disease”, JAMA. 2010 Jan 20;303(3):250-7 2. Xu Q, Parks CG, DeRoo LA, Cawthon RM, Sandler DP, Chen H, “Multivitamin use and telomere length in women”, Am J Clin Nutr. 2009 Jun;89(6):1857-63. Epub 2009 Mar 11 3. Chan R, Woo J, Suen E, Leung J, Tang N, “Chinese tea consumption is associated with longer telomere length in elderly Chinese men”, Br J Nutr. 2010 Jan;103(1):107-13. Epub 2009 Aug 12


    Articolo pubblicato in Antinvecchiamento, Stress ossidativo e invecchiamento cellulare ed è stato taggato con

  • Omega-3 da olio di pesce riducono infiammazione a

    Un basso dosaggio di olio di pesce contenente Omega-3 riduce i livelli di infiammazione e migliora lo stato nutrizionale in chi soffre di cancro al colon. Lo hanno dimostrato i ricercatori dell'Universidade Federal de Santa Catarina (Florianópolis, Brasile) in uno studio pubblicato su Nutrition and Cancer. La scoperta aggiunge nuovi dettagli al quadro dei benefici degli Omega-3 per la salute dei malati di cancro. Cancro e infiammazione Spesso i tumori sono associati alla presenza di un'infiammazione. Negli stati premaligni il cancro, percepito dall'organismo come una ferita, attiva dei processi infiammatori. In fasi più avanzate di sviluppo l'attività delle molecole proinfiammatorie viene controllata proprio dalla massa tumorale: ciò stimola la formazione di nuovi vasi sanguigni e promuove la generazione di metastasi. Le conseguenze per la salute di questo stato di infiammazione cronica includono un progressivo peggioramento dello stato nutrizionale dei pazienti. Omega-3 contro il cancro e l'infiammazione Gli studi condotti fino ad oggi hanno dimostrato che gli Omega-3 sono in grado di contrastare l'infiammazione. A giocare un ruolo fondamentale in questo fenomeno è il bilancio fra questi nutrienti e altri acidi grassi, come gli Omega-6, che promuovono i processi infiammatori. Altri importanti benefici associati all'assunzione di Omega-3 riguardano la prevenzione e la cura dei tumori. Infatti diverse ricerche hanno dimostrato l'esistenza di una relazione tra l'aumento della presenza di questi nutrienti e una ridotta insorgenza di alcune forme di cancro. Non solo, utilizzati in combinazione con le terapie tradizionali, questi acidi grassi aiutano a trattare efficacemente il tumore. Le forme di cancro contro cui gli Omega-3 si sono dimostrati efficaci sono principalmente quelle al seno, alla prostata e, non da ultime, quelle al colon. Combattere l'infiammazione per contrastare la malnutrizione I ricercatori brasiliani hanno testato se l'assunzione di olio di pesce durante la chemioterapia altera l'espressione di marcatori dell'infiammazione o lo stato nutrizionale di individui affetti da cancro al colon retto. Il loro studio ha coinvolto 23 pazienti che sono stati assegnati casualmente a uno di due possibili gruppi, uno dei quali, oltre ad essere sottoposto a chemioterapia, ha assunto 2 grammi al giorno di olio di pesce per 9 settimane. Il trattamento, spiegano gli autori, corrisponde all'assunzione quotidiana di 600 milligrammi di acido eicosapentaenoico (EPA) e di acido docosaesaenoico (DHA), i 2 Omega-3 di cui è ricco il pesce grasso. L'analisi statistica dei dati raccolti ha evidenziato che prima dell'inizio della somministrazione degli Omega-3 tutti i partecipanti erano caratterizzati dagli stessi livelli di infiammazione e da uno stato nutrizionale simile. Al termine delle 9 settimane di trattamento, invece, solo chi aveva assunto EPA e DHA  mostrava una riduzione delle quantità di proteina C-reattiva, una molecola i cui livelli aumentano in presenza di infiammazione. Gli indicatori dello stato nutrizionale come il peso e l'indice di massa corporea erano variati solo nei pazienti che non avevano assunto Omega-3. Omega-3 per migliorare la salute dei pazienti oncologici In base a questi risultati i ricercatori hanno concluso che sono sufficienti basse dosi di Omega-3 per influenzare positivamente lo stato nutrizionale dei pazienti affetti da cancro al colon. Tale effetto è associato alla riduzione dei processi infiammatori promossa da EPA e DHA.     Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.     Fonte 1. Silva JD,  Trindade EB,  Fabre ME,  Menegotto VM,  Gevaerd S,  Buss ZD,  Frode TS, “Fish Oil  Supplement Alters Markers of Inflammatory and Nutritional Status in Colorectal Cancer Patients”, Nutr Cancer.  2012 Feb 1. [Epub ahead of print]


    Articolo pubblicato in Tumori, Cancro al colon ed è stato taggato con

  • Omega-3 per guarire ferite all'intestino postintervento chirurgico

    Gli acidi grassi Omega-3 facilitano la guarigione e contrastano l'infiammazione delle ferite all'intestino dopo un intervento chirurgico. Lo ha dimostrato uno studio pubblicato sugli Annali Italiani di Chirurgia da un gruppo di ricercatori della Medical School della Yeditepe University di Istanbul (Turchia). Secondo i risultati ottenuti in questa ricerca l'effetto di questi nutrienti è ancora maggiore se vengono assunti in combinazione con l'acido ascorbico. Interventi pericolosi all'intestino Le anastomosi gastrointestinali, interventi chirurgici che prevedono l'unione di due tratti del tubo digerente, possono andare incontro alla riapertura spontanea delle ferite. Questo fenomeno, che può essere causato da diversi fattori locali e sistemici, rappresenta una complicazione postoperatoria molto seria che può addirittura portare al decesso del paziente. Perché l'intervento chirurgico abbia un esito positivo è importante prevenire o ridurre la carenza di ossigeno tipica della zona centrale delle ferite e dell'infiammazione che si può scatenare a livello dell'anastomosi. A questi obiettivi si aggiunge quello di aumentare il tessuto connettivo ricco di collagene nella ferita. Alcune ricerche hanno dimostrato che sia gli Omega-3 sia l'acido ascorbico giocano un ruolo nella guarigione dei tessuti danneggiati. Quest'ultimo è stato coinvolto nel processo di formazione delle fibre di collagene, cui conferisce la resistenza alla tensione necessaria per far sì che il tessuto cicatriziale possa stirarsi senza strapparsi. L'acido eicosapentaenoico (EPA) e l'acido docosaesaenoico (DHA), Omega-3 di origine alimentare, partecipano alla guarigione delle ferite influenzando i livelli di infiammazione del tessuto danneggiato. Per questi motivi i ricercatori della Yeditepe University hanno valutato l'efficacia di questi due tipi di molecole nel favorire la guarigione delle ferite associate alle anastomosi intestinali. Omega-3 contro l'infiammazione per guarire meglio Lo studio ha coinvolto 40 ratti, che sono stati suddivisi in 4 gruppi. Il primo è stato sottoposto ad anastomosi, ma non ha ricevuto nessun trattamento. Il secondo e il terzo gruppo sono stati sottoposti all'intervento chirurgico e hanno ricevuto acido ascorbico o Omega-3. Infine, un quarto gruppo di animali è stato operato e ha ricevuto sia acido ascorbico, sia Omega-3. Cinque giorni dopo l'intervento tutti gli animali sono stati sacrificati per analizzare i risultati dell'operazione. La guarigione è stata valutata misurando la pressione di scoppio, cioè la pressione necessaria per far cedere l'anastomosi, e i livelli di idrossiprolina, un aminoacido presente nel collagene. È emerso che la pressione di scoppio e le concentrazioni di idrossiprolina erano significativamente maggiori sia negli animali che avevano ricevuto acido ascorbico sia in quelli che avevano assunto Omega-3. Non solo, l'effetto positivo dell'assunzione combinata dei due tipi di nutrienti era maggiore rispetto a quello ottenuto utilizzando solo acido ascorbico o solo Omega-3. Combinazione vincente contro le ferite Assunti singolarmente o in combinazione, Omega-3 e acido ascorbico favoriscono la guarigione delle anastomosi praticate all'intestino. Secondo i ricercatori l'azione dei due tipi di molecole si sommerebbe, facilitando il processo di recupero delle ferite.     Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.       Fonte 1. Ekçi B, Karabicak I, Atukeren P, Altinlio E, Tomaoglu K, Tasci I, “The effect of omega-3 fatty acid and ascorbic acid on healing of ischemic colon anastomoses”, Ann Ital Chir. 2011 Nov-Dec;82(6):475-9


    Articolo pubblicato in Speciali Omega-3, Operazioni chirurgiche ed è stato taggato con

  • Omega-3 uccidono le staminali della leucemia mieloide cronica

    Un derivato dell'acido eicosapentaenoico (EPA), Omega-3 contenuto nell'olio di pesce, uccide le cellule staminali che causano la leucemia mieloide cronica. Lo ha dimostrato un gruppo di ricercatori coordinati da Sandeep Prabhu della Pennsylvania State University (University Park, Usa) in uno studio pubblicato sulla rivista Blood. Alla base di questa tossicità vi è la conversione dell'EPA in un composto che, nei topi, uccide le cellule staminali cancerose presenti nella milza e nel midollo osseo. La scoperta apre una nuova strada nella ricerca di una cura contro questa forma di cancro. Gli Omega-3 e il cancro La letteratura scientifica è ricca di pubblicazioni che suggeriscono l'efficacia degli Omega-3 nella terapia dei tumori, soprattutto se questi nutrienti vengono utilizzati in combinazione con le cure tradizionali. La loro azione si basa principalmente sulla competizione con gli Omega-6, acidi grassi che costituiscono un nutrimento fondamentale per le cellule neoplastiche e che possono promuovere lo sviluppo dei tumori. Gli Omega-3 rendono le cellule tumorali più sensibili all'azione dei radicali liberi e ne favoriscono l'autodistruzione, limitando l'espansione del cancro. Le forme tumorali contro cui questi nutrienti si sono dimostrati utili fino ad oggi sono principalmente quelle al colon, alla prostata e al seno, ma lo studio pubblicato su Blood estende il campo d'efficacia degli Omega-3 anche alla leucemia mieloide cronica. Iniezioni di olio di pesce contro la leucemia Gli autori della nuova ricerca hanno condotto degli esperimenti su due modelli murini di leucemia. Il primo consisteva in topi infettati con il virus di Friend, un microbo che causa la cosiddetta eritroleucemia, mentre l'altro era formato da topi che esprimono nelle cellule staminali del sangue una proteina associata alla leucemia mieloide cronica. I ricercatori hanno iniettato a ciascun topo 600 nanogrammi al giorno del derivato dell'EPA per una settimana. Questo trattamento ha riportato nella norma i parametri ematologici alterati in caso di leucemia mieloide cronica. Non solo, in seguito alla somministrazione di questo derivato degli Omega-3 anche l'aspetto della milza – organo che si ingrossa in caso di leucemia - è tornato nella norma. Di conseguenza, i topi di sono guariti dalla leucemia senza sviluppare delle recidive. Un'azione mirata contro le cellule staminali Gli esperimenti condotti da Prabhu e colleghi hanno dimostrato che la molecola somministrata ai topi colpisce in modo selettivo le cellule staminali della leucemia. In particolare, queste cellule vanno incontro ad una sorta di “suicidio” proprio perché il derivato degli Omega-3  attiva un gene – detto p53 – coinvolto nei fenomeni di morte cellulare programmata. Il fatto che le cellule prelevate dai topi trattati con questa molecola, trapiantate in altri animali, non siano in grado di far sviluppare un nuovo cancro dimostra che questa cura elimina completamente le cellule staminali tumorali. Speranze per il futuro Robert Paulson, coautore della ricerca, ha precisato che le attuali terapie contro la leucemia mieloide cronica sono in grado di prolungare l'aspettativa di vita dei pazienti, ma non li guarisce. Il derivato degli Omega-3 invece agisce direttamente sulle cellule che sono alla base del tumore e potrebbe curare definitivamente la malattia. Per questo la scoperta potrebbe aprire la strada alla messa a punto di una chemioterapia che sconfigga la leucemia mieloide cronica aggredendola alle radici.       Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.       Fonte 1. Hegde S, Kaushal N, Ravindra KC, Chiaro C, Hafer KT, Gandhi UH, Thompson JT, van den Heuvel JP, Kennett MJ, Hankey P, Paulson RF, Prabhu KS, “{Delta}12-prostaglandin J3, an omega-3 fatty acid-derived metabolite, selectively ablates leukemia stem cells in mice”, Blood. 2011 Dec 22;118(26):6909-19. Epub 2011 Oct 3


    Articolo pubblicato in Tumori, Leucemie, linfomi e mielomi ed è stato taggato con

  • Omega-3 favoriscono la sete durante l'invecchiamento

    La perdita dei meccanismi che controllano la sete che può verificarsi durante l'invecchiamento può essere bilanciata con l'assunzione di Omega-3. Lo hanno dimostrato i ricercatori della Deakin University di Burwood (Australia) in uno studio pubblicato sulla rivista Neurobiology of Aging. I dati raccolti dagli autori della ricerca hanno permesso di identificare i meccanismi molecolari alla base di questo effetto, che sarebbe controllato da un gene espresso nell'ipotalamo, l'area del cervello in cui sono contenuti i centri nervosi per il controllo della sete. Il legame tra invecchiamento e sete Durante l'invecchiamento i meccanismi che controllano la sete possono diventare meno efficienti. Ciò fa sì che nonostante la presenza di stimoli che inducono la sete, l'individuo non avverta una necessità di bere proporzionale alla necessità dell'organismo di assumere acqua. Il fenomeno, ben documentato sia negli uomini sia nei roditori, è una delle motivazioni biologiche alla base dei problemi di salute delle persone anziane dovuti alla disidratazione causata dal caldo intenso. Il ruolo degli Omega-3 L'invecchiamento può portare anche a una diminuzione dei livelli di Omega-3 presenti nell'organismo. La carenza di questi nutrienti causa delle variazioni nella presenza di liquidi e nel bilancio del sodio. Per questo motivo i ricercatori australiani hanno deciso di valutare se l'integrazione alimentare con Omega-3 avesse qualche effetto sulla risposta alla sete. Acidi grassi per avere più sete Lo studio, effettuato sui ratti, ha dimostrato che l'assunzione di Omega-3 bilancia la mancanza dei meccanismi che inducono a bere in caso di disidratazione. L'analisi delle basi molecolari di questo effetto ha dimostrato che, pur essendo uno dei meccanismi che regolano la sensazione di sete, la capacità dell'ormone angiotensina II di stimolare la sete non varia durante l'invecchiamento. Viceversa, l'attività di altri ormoni che consentono il bilancio della quantità di acqua presente nell'organismo, come il peptide natriuretico atriale (ANP) e la vasopressina (AVP), viene alterata col procedere dell'invecchiamento. L'assunzione di Omega-3 non influenza in nessun modo l'azione di queste molecole. I ricercatori hanno, invece, scoperto che negli animali anziani carenti di Omega-3 l'espressione di alcuni geni dell'ipotalamo è superiore rispetto a quanto osservato nei ratti cui vengono somministrati questi acidi grassi. In particolare, in questi animali sono risultati più elevati i livelli della fosfolipasi A(2) citosolica (cPLA(2), della cicloossigenasi-2 (COX-2) e dell'enzima responsabile della produzione della prostaglandina E(2) (PGE(2), molecola coinvolta nel controllo del bilancio idrico. In accordo con questi dati, gli scienziati hanno anche osservato che gli animali anziani cui è stata somministrata una bassa dose di Omega-3 sono caratterizzati da livelli ipotalamici di PGE(2) più elevati rispetto a tutti gli altri ratti. Non solo, tanta più acqua viene introdotta in seguito alla disidratazione, tanto più bassi dono i livelli di PGE(2) nell'ipotalamo. Gli Omega-3 promuovono la sete attraverso le prostaglandine In base a questi risultati i ricercatori hanno concluso che gli Omega-3 possono essere utili nel ripristinare i corretti meccanismi di percezione della sete che possono essere persi durante l'invecchiamento. Inoltre i dati raccolti hanno permesso di ipotizzare che i meccanismi alla base della riduzione della sensazione di sete potrebbero essere basati sull'attività di PGE(2).       Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.     Fonte 1. Begg DP, Sinclair AJ, Weisinger RS, “Thirst deficits in aged rats are reversed by dietary omega-3 fatty acid supplementation”, Neurobiol Aging. 2012 Jan 5. [Epub ahead of print]


    Articolo pubblicato in Alimentazione, Antinvecchiamento, Approfondimenti invecchiamento

  • Retinite pigmentosa, Omega-3 rallentano del 40% perdita della vista

    La combinazione tra una dieta ricca di acidi grassi Omega-3 e l'assunzione di supplementi a base di vitamina A può rallentare fortemente la perdita della vista in chi soffre di retinite pigmentosa. Ad effettuare la scoperta sono stati i ricercatori dell'Università di Harvard (Boston, Stati Uniti), grazie ai dati raccolti nel corso di uno studio pubblicato sugli Archives of Ophthalmology. La ricerca ha infatti rilevato che il consumo di almeno 0,2 grammi al giorno di Omega-3 riduce ogni anno del 40% la rapidità della perdita della capacità di vedere a distanza. Secondo il gruppo di scienziati statunitensi, guidato da Eliot Berson, questo effetto potrebbe garantire ai pazienti di mantenere la vista per 18 anni in più. Retinite pigmentosa e perdita della vista La retinite pigmentosa è una malattia genetica che colpisce gli occhi. A soffrirne è una persona ogni 4.000 abitanti, per un totale di 2 milioni di individui affetti dalla patologia in tutto il mondo. Questa malattia provoca fenomeni di cecità notturna già durante l'adolescenza. Nei giovani adulti la situazione si aggrava, trasformandosi della perdita della visione laterale. L'ulteriore peggioramento dei sintomi si manifesta con la restrizione delle capacità dell'occhio ad una visione a tunnel, che permette di vedere solo ciò che si trova nella parte centrale del campo visivo. Attualmente non esiste una cura efficace contro questa malattia e, in genere, la cecità si manifesta entro i 60 anni. Lo studio clinico La scoperta dei ricercatori di Harvard è stata resa possibile da 3 sperimentazioni cliniche che hanno coinvolto, in totale, 357 pazienti affetti da retinite pigmentosa. Tutti i partecipanti assumevano quotidianamente un supplemento a base di vitamina A sotto forma di palmitato. Berson e colleghi hanno dimostrato che negli individui che, oltre alla vitamina A, assumono anche almeno 0,2 grammi al giorno di Omega-3 la diminuzione dell'acuità visiva a distanza avviene a una velocità inferiore del 40% rispetto a quanto osservato in coloro che introducono basse quantità di questi nutrienti. L'assunzione di Omega-3 permette di ridurre circa del 50% la rapidità della perdita di sensibilità nella parte centrale del campo visivo. I benefici degli Omega-3 per la vista In base a questi risultati i ricercatori hanno concluso che la combinazione tra un'alimentazione ricca di Omega-3 e l'assunzione di vitamina A potrebbe consentire a molti individui affetti di retinite pigmentosa di mantenere per la maggior parte della loro vita sia l'acutezza visiva, sia un buon campo visivo centrale. Infatti, l'azione di Omega-3 e vitamina A permetterebbe di conservare le funzioni centrali della retina. In particolare, Berson ipotizza che l'azione della vitamina A sia resa possibile dall'acido docosaesanoico (DHA), un Omega-3 presente nell'olio di pesce. In caso di retinite pigmentosa la degenerazione dei bastoncelli – elementi dell'occhio indispensabili per la visione – porterebbe a una carenza sia di vitamina A che di DHA. L'assunzione dei due nutrienti contrasterebbe i danni alla vista derivanti da questa situazione.     Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.     Fonte 1. Berson EL, Rosner B, Sandberg MA, Weigel-DiFranco C, Willet WC, “Omega-3 Intake and Visual Acuity in Patients With Retinitis Pigmentosa Receiving Vitamin A”, Arch Ophthalmol., Published online ahead of print, doi:10.1001/archopthalmol.2011.2580  


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