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  • Occhio secco (ipolacrimia): gli Omega-3 dell'olivello selvatico riducono i sintomi dell'infiammazione

    Gli acidi grassi Omega-3 contenuti nell'olio di olivello spinoso – una pianta diffusa in Europa e Asia – aiutano a ridurre i sintomi della sindrome dell'occhio secco (ipolacrimia). A dimostrarlo è una ricerca pubblicata dal Journal of Nutrition, in cui un gruppo di ricercatori dell'Università di Turku (Finlandia) ha dimostrato che è sufficiente assumere 2 grammi di questo supplemento ogni giorno per tre mesi perché anche gli utilizzatori di lenti a contatto possano ridurre i sintomi del disturbo. Lenti a contatto, ma non solo La cheratocongiuntivite secca, più comunemente conosciuta come sindrome dell'occhio secco, è un disturbo caratterizzato da una scarsa produzione di lacrime o, in alternativa, da un'evaporazione rapida delle lacrime stesse. Questi due fenomeni aumentano la secchezza dell'occhio. Di conseguenza, anche il rischio di infiammazione diventa maggiore.     La patologia, che può danneggiare le strutture esterne dell'occhio, è più frequente in chi utilizza le lenti a contatto, in chi passa molto tempo di fronte allo schermo del computer e in chi è molto esposto al sole o al vento. Inoltre la sua incidenza nella popolazione può arrivare a includere il 30% degli individui di età superiore ai 50 anni. Il rimedio I ricercatori finlandesi hanno analizzato se i sintomi di questa patologia potessero essere alleviati tramite l'assunzione di olio di olivello. In effetti questo supplemento alimentare ha già dimostrato in passato di possedere diverse proprietà benefiche per la salute. È noto, ad esempio, che l'olio di olivello è utile nel trattamento dell'eczema atopico e di altre malattie della pelle associate a una rigenerazione insufficiente. Inoltre, questo rimedio allevia i sintomi della pelle stressata dalle radiazioni ultraviolette, la secchezza delle fauci, le ulcere alla bocca, allo stomaco e ai genitali, le infiammazioni delle vie urinarie, le cerviciti e le sinusiti. Occhi non più secchi Nello studio pubblicato dal Journal of Nutrition, Riikka Järvinen e colleghi hanno suddiviso 86 individui di età compresa tra i 20 e i 70 anni in due gruppi. Fra questi erano compresi sia soggetti che soffrivano di occhio secco perché producevano poche lacrime, sia persone che, invece, avevano lacrime che evaporavano troppo rapidamente. A una prima parte dei partecipanti è stato indicato di assumere 2 grammi al giorno di olio di olivello, mentre tutti gli altri individui hanno assunto un placebo. Lo studio ha avuto una durata complessiva di tre mesi, dall'autunno fino all'inverno. Al termine della ricerca è stato rilevato che anche se in tutti i partecipanti era possibile osservare un aumento dell'evaporazione dell'acqua dall'occhio, in chi aveva assunto l'olio di olivello questo aumento era significativamente ridotto. E l’effetto era ancora maggiore in quegli individui che avevano seguito meglio le istruzioni ricevute dagli autori della ricerca e avevano assunto almeno l’80% delle quantità totali del supplemento. Il meccanismo d’azione I ricercatori hanno concluso che la riduzione dell’infiammazione è stata, probabilmente, promossa dall’Omega-3 acido linolenico contenuto nell’olio di olivello spinoso. Questo acido grasso, infatti, è il precursore di molecole dall’attività antinfiammatoria. Inoltre, hanno aggiunto gli autori, l’olio di olivello è ricco di vitamina E. Questo antiossidante avrebbe protetto l’occhio dallo stress ossidativo che, danneggiando cellule e tessuti, attiva i processi di infiammazione. Un aiuto contro il freddo Secondo Järvinen e colleghi i risultati di questo studio suggeriscono che l'assunzione di olio di olivello spinoso potrebbe attenuare l'aumento della concentrazione delle lacrime tipico della stagione più fredda. Inoltre potrebbe influenzare l'intensità massima di sintomi come il rossore e il bruciore in chi soffre di sindrome dell'occhio secco.       Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.     Fonte 1. Larmo PS, Järvinen RL, Setälä NL, Yang B, Viitanen MH, Engblom JR, Tahvonen RL, Kallio HP, “Oral sea buckthorn oil attenuates tear film osmolarity and symptoms in individuals with dry eye”, J Nutr. 2010 Aug;140(8):1462-8. Epub 2010 Jun 16


    Articolo pubblicato in Vista, Occhio secco-Ipolacrimia

  • Perdita dell'udito: gli Omega-3 riducono il rischio del 14%

    Aumentare l'assunzione di acidi grassi Omega-3 può ridurre il rischio di sperimentare il calo dell'udito associato all'invecchiamento. In particolare, secondo i ricercatori dell'Università di Sydney (Australia) al di sopra dei 50 anni consumare pesce ricco in Omega-3 almeno due volte alla settimana riduce del 42% questo rischio rispetto a chi, invece, mangia meno di una porzione di pesce alla settimana. Un effetto simile è stato riscontrato nel caso dell'assunzione di acidi grassi Omega-3, che corrisponde a una riduzione del rischio di perdita dell'udito associata all'età del 14%. A riportare i risultati dei ricercatori australiani è l'American Journal of Clinical Nutrition. L'importanza dell'alimentazione per la salute dell'orecchio Studi precedenti avevano già sottolineato l'importanza di un'alimentazione corretta per ridurre il rischio di perdere parte dell'udito con il passare degli anni. Nel 2007, ad esempio, gli Annals of Internal Medicine hanno pubblicato una ricerca degli esperti dell'Università di Wageningen (Paesi Bassi) che ha coinvolto 728 uomini e donne di età compresa tra i 50 e i 70 anni. I risultati ottenuti hanno dimostrato che l'assunzione di supplementi a base di acido folico ritardano la comparsa di disturbi dell'udito associati alla percezione delle onde sonore a bassa frequenza. Un'altra ricerca, presentata nel febbraio del 2009 alla conferenza annuale dell'Association for Research in Otolaryngology di Baltimora (Stati Uniti), ha invece dimostrato che il beta carotene, la vitamina C, la vitamina E e il magnesio prevengono la perdita dell'udito - sia temporanea, sia permanente - nei topi e nei porcellini d'India. Pesce per un udito in salute Nella nuova ricerca gli scienziati dell'Università di Sydney, guidati da Paul Mitchell, hanno analizzato i dati riguardanti 2.956 individui coinvolti nel Blue Mountains Hearing Study. Quest'ultimo è uno studio condotto sulla popolazione australiana riguardante proprio la perdita dell'udito associata all'invecchiamento. Il consumo di pesce – e, di conseguenza, l'assunzione degli Omega-3 in esso contenuti – è stata determinata analizzando un questionario sulle abitudini alimentari compilato da ogni partecipante allo studio. I risultati dell'analisi hanno dimostrato l'esistenza di una correlazione tra la quantità totale di Omega-3 introdotti con la dieta e la perdita dell'udito. In particolare, all'aumento del consumo di pesce corrisponde a una diminuzione del rischio di essere colpiti da un calo delle capacità uditive. Secondo i ricercatori i risultati di questo studio dimostrano che l'assunzione di Omega-3 potrebbe prevenire o ritardare la perdita dell'udito associata all'invecchiamento. Ulteriori ricerche, incluse sperimentazioni cliniche, permetteranno di verificare questa ipotesi.       Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.       Fonte 1. Gopinath B, Flood VM, Rochtchina E, McMahon CM, Mitchell P, “Consumption of omega-3 fatty acids and fish and risk of age-related hearing loss”, Am J Clin Nutr. 2010 Aug;92(2):416-21. Epub 2010 Jun 9 2. Durga J, Verhoef P, Anteunis LJ, Schouten E, Kok FJ, “Effects of folic acid supplementation on hearing in older adults: a randomized, controlled trial”, Ann Intern Med. 2007 Jan 2;146(1):1-9


    Articolo pubblicato in Udito

  • Omega-6 contro Omega-3: l'acido linoleico promuove lo sviluppo del cancro

    Una dieta ricca di acido linoleico, un noto acido grasso Omega-6, può promuovere la crescita delle masse tumorali. Lo ha dimostrato uno studio pubblicato sulle pagine del British Journal of Cancer, frutto delle ricerche degli esperti del Laboratory of Molecular Carcinogenesis del National Institutes of Health (Research Triangle Park, Stati Uniti) e dell'Osaka City University Graduate School of Medicine (Osaka, Giappone). Secondo i risultati ottenuti dagli autori della ricerca, l'acido linoleico favorirebbe la proliferazione del cancro promuovendo la formazione all'interno della massa neoplastica di nuovi vasi sanguigni, che garantiscono al tumore l'approvvigionamento delle sostanze necessarie per la sua crescita. Questi risultati dimostrano che gli Omega-6 svolgono un'azione opposta rispetto a quella degli acidi grassi Omega-3. Diversi studi hanno, infatti, evidenziato la capacità di questi ultimi di contrastare la crescita dei tumori. Una questione di bilancio L'assunzione di acidi grassi attraverso la dieta è strettamente associata al rischio di sviluppo di diverse forme tumorali. Già in passato gli scienziati hanno sottolineato l'importanza del bilancio tra acidi grassi Omega-6 e Omega-3 per contrastare l'insorgenza del cancro. In particolare, anni di ricerche hanno dimostrato che la probabilità di sviluppare un tumore è tanto inferiore quanto più il rapporto tra i due tipi di acidi grassi è sbilanciato a favore degli Omega-3. Tuttavia, l'alimentazione tipica dei paesi occidentali è sempre più ricca di Omega-6. Fra questi, il più abbondante è proprio l'acido linoleico (LA). Gli Omega-6 e i tumori allo stomaco Lo studio pubblicato dal British Journal of Cancer si è concentrato sul ruolo svolto dall'acido linoleico in diversi passaggi dello sviluppo del cancro allo stomaco. Gli autori della ricerca hanno scelto due diversi sistemi modello: da un lato cellule di carcinoma gastrico coltivate in laboratorio, dall'altro degli animali. Confrontando l'espressione dei geni tra cellule di carcinoma trattate con acido linoleico e cellule non trattate, i ricercatori hanno individuato i fattori potenzialmente attivati dalla presenza dell'Omega-6. La funzione di questi geni è stata studiata analizzando la loro capacità di promuovere diversi fenomeni associati allo sviluppo del cancro: l'angiogenesi – cioè il processo di formazione di nuovi vasi sanguigni, l'apoptosi – una forma di morte cellulare, l'invasione cellulare, la degradazione del materiale presente tra una cellula e l'altra e la sopravvivenza cellulare. Ne è emerso che l'acido linoleico è in grado di attivare l'espressione di una particolare proteina – il plasminogen activator inhibitor 1 (PAI-1) – che, a sua volta, stimola la capacità di invasione delle cellule tumorali. Non solo, i ricercatori hanno anche dimostrato che l'attivazione di PAI-1 promossa dall'acido linoleico sopprime l'attività dell'angiostatina, una proteina che blocca l'angiogenesi. Di conseguenza, in presenza di questo acido grasso Omega-6 la produzione di vasi sanguigni nel tumore viene aumentata. Infine, esperimenti condotti su modelli animali hanno dimostrato che un aumento dell'introduzione di acido linoleico attraverso l'alimentazione promuove la crescita del cancro. Omega-6 e Omega-3, due azioni contrapposte nei confronti del cancro In base a questi risultati gli autori dello studio hanno concluso che, contrariamente agli Omega-3, gli Omega-6 e, in particolare, l'acido linoleico possono promuovere diversi passaggi determinanti le capacità di invasione del cancro e la formazione dei vasi sanguigni nella massa tumorale. Per questo i ricercatori ipotizzano che ridurre la quantità di acido linoleico introdotto con l'alimentazione potrebbe aiutare a ridurre la progressione della malattia.   Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.       Fonte 1. Nishioka N, Matsuoka T, Yashiro M, Hirakawa K, Olden K, Roberts JD, “Linoleic acid enhances angiogenesis through suppression of angiostatin induced by plasminogen activator inhibitor 1”, Br J Cancer. 2011 Nov 22;105(11):1750-8 2. Anti M, Marra G, Armelao F, Bartoli GM, Ficarelli R, Percesepe A, De Vitis I, Maria G, Sofo L, Rapaccini GL, et al, “Effect of omega-3 fatty acids on rectal mucosal cell proliferation in subjects at risk for colon cancer”, Gastroenterology. 1992 Sep;103(3):883-91. 3. Huang YC, Jessup JM, Forse RA, Flickner S, Pleskow D, Anastopoulos HT, Ritter V, Blackburn GL, “n-3 fatty acids decrease colonic epithelial cell proliferation in high-risk bowel mucosa”, Lipids. 1996 Mar;31 Suppl:S313-7 4. Sasaki S, Horacsek M, Kesteloot H, “An ecological study of the relationship between dietary fat intake and breast cancer mortality”, Prev Med. 1993 Mar;22(2):187-202 5. Simonsen NR, Fernandez-Crehuet Navajas J, Martin-Moreno JM, Strain JJ, Huttunen JK, Martin BC, Thamm M, Kardinaal AF, van't Veer P, Kok FJ, Kohlmeier L, “Tissue stores of individual monounsaturated fatty acids and breast cancer: the EURAMIC study. European Community Multicenter Study on Antioxidants, Myocardial Infarction, and Breast Cancer”, Am J Clin Nutr. 1998 Jul;68(1):134-41.


    Articolo pubblicato in Tumori, Approfondimenti tumori

  • Diabete di tipo 1: gli Omega-3 migliorano la salute dei reni

    L'aumento del consumo di acidi grassi Omega-3 potrebbe aiutare a ridurre i danni al rene associati al diabete di tipo 1. Ad ipotizzarlo sono i ricercatori dell'Institute of Metabolic Science di Cambridge (Regno Unito), che in uno studio pubblicato dalla rivista Diabetes Care hanno dimostrato che un elevato consumo di questi acidi grassi riduce l'eliminazione di albumina attraverso le urine, indicatore del buon funzionamento dei reni. Tuttavia, precisano gli autori dello studio, gli Omega-3 non riducono l'incidenza dei danni al rene. Una malattia autoimmune Il diabete di tipo 1, detto anche diabete giovanile, è una malattia diversa rispetto al diabete di tipo 2. Quest'ultimo, infatti, compare in età più avanzata, quando l'organismo non produce o non utilizza più in modo corretto l'insulina, l'ormone che controlla i livelli di zucchero nel sangue. Il diabete di tipo 1, invece, è associato a un danneggiamento delle cellule del pancreas normalmente responsabili della produzione di insulina. Questo fenomeno probabilmente è associato a una reazione immunitaria anomala nei confronti delle cellule dello stesso organismo – detta reazione autoimmune. La forma di tipo 1 è più diffusa fra gli individui di origine europea. In totale ne sono affetti circa 2 milioni di Europei e Nordamericani. La sua incidenza aumenta circa del 3% all'anno. Un dato ancor più preoccupante se si pensa che al diabete sono associate diverse complicazioni, incluso un aumento del rischio di sviluppare danni ai reni. Lo studio La ricerca pubblicata da Diabetes Care ha previsto l'analisi dei dati riguardanti i 1.436 partecipanti al Diabetes Control and Complications Trial, uno studio finanziato dal National Institute of Diabetes and Digestive and Kidney Diseases (Bethesda, Stati Uniti) che ha coinvolto individui di età compresa tra i 13 e i 39 anni. Il gruppo di ricercatori guidato da Amanda Adler ha misurato i livelli di albumina presenti nelle urine. Questa molecola è la proteina più abbondante del siero umano. I pazienti che soffrono di problemi renali ne possono perdere quantità elevate proprio attraverso le urine. La sua misurazione avviene monitorando le quantità presenti nelle urine in un totale di 24 ore. Analizzando i dati a disposizione gli autori della ricerca hanno rilevato che i soggetti che soffrono di diabete di tipo 1 che consumano le quantità maggiori di Omega-3 – sia acido eicospaentaenoico (EPA) che acido docosaesaenoico (DHA) – nell'arco di 24 ore eliminano 22,7 mg di albumina in meno rispetto a quelli che assumono le quantità di Omega-3 inferiori. Omega-3, nemici del diabete, amici del rene Secondo Adler e colleghi questi risultati dimostrano che EPA e DHA possono migliorare le funzioni renali nei pazienti affetti da diabete di tipo 1 che consumano elevate quantità di Omega-3. Questa scoperta è in accordo con quanto evidenziato da uno studio precedente, in cui i ricercatori dell'University of Colorado at Denver and Health Sciences Center (Denver, Stati Uniti) avevano dimostrato che l'assunzione di alte dosi di Omega-3 sotto forma di olio di pesce può ridurre il rischio di diabete di tipo 1 del 55%. Inoltre, i dati ottenuti si aggiungono a quelli relativi ai benefici dell'assunzione di Omega-3 per i reni di soggetti affetti da diabete di tipo 2 ottenuti dagli scienziati dell'Università di Hong Kong (Cina) e pubblicati da Diabetic Medicine.     Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.     Fonte 1. Lee CC, Sharp SJ, Wexler DJ, Adler AI, “Dietary intake of eicosapentaenoic and docosahexaenoic acid and diabetic nephropathy: cohort analysis of the diabetes control and complications trial”, Diabetes Care. 2010 Jul;33(7):1454-6. Epub 2010 Mar 31 2. Norris JM, Yin X, Lamb MM, Barriga K, Seifert J, Hoffman M, Orton HD, Barón AE, Clare-Salzler, M, Chase HP, Szabo NJ, Erlich H, Eisenbarth GS, Rewers M, “Omega-3 polyunsaturated fatty acid intake and islet autoimmunity in children at increased risk for type 1 diabetes”, JAMA. 2007 Sep 26;298(12):1420-8 3. Wong CY, Yiu KH, Li SW, Lee S, Tam S, Lau CP, Tse HF, “Fish-oil supplement has neutral effects on vascular and metabolic function but improves renal function in patients with Type 2 diabetes mellitus”, Diabet Med. 2010 Jan;27(1):54-60


    Articolo pubblicato in Diabete, Diabete di tipo 1

  • Omega-3 dell'olio di krill riducono del 47% i sintomi dell'artrite reumatoide

    L'assunzione quotidiana di olio di krill, un supplemento ricco di acidi grassi Omega-3, può ridurre i sintomi dell'artrite reumatoide. A riportare la notizia è la rivista BMC Musculoskeletal Disorders, che ha pubblicato i risultati di una ricerca frutto della collaborazione tra i ricercatori di MD Biosciences (Zurigo, Svizzera), Aker BioMarine (Oslo, Norvegia) e Clanet (Espoo, Finlandia). Secondo gli autori, i benefici dell'olio di krill dipendono dalla presenza, al suo interno, sia degli Omega-3, sia di altre molecole dalle proprietà antiossidanti. Olio di krill, un prezioso aiuto Il krill è formato da piccoli crostacei, noti per il loro elevato contenuto di Omega-3 e di altri importanti nutrienti. Il suo habitat sono le acque marine profonde, dove vivono circa 85 specie di questi animaletti che, nell'insieme, costituiscono la biomassa animale più abbondante del pianeta. Una volta pescato, dal krill è possibile ottenere un olio che contiene concentrazioni di antiossidanti 48 volte superiori rispetto al tradizionale olio di pesce. Inoltre, rispetto a quest'ultimo l'olio di krill contiene anche una quantità maggiore di fosfolipidi ricchi in Omega-3 e l'astaxantina, un antiossidante che potrebbe contribuire alla riduzione dei fenomeni infiammatori. Olio di krill e artrite, un'efficacia dimostrata Gli autori della ricerca hanno studiato le potenzialità dell'olio di krill nel trattamento dell'artrite in topi predisposti allo sviluppo di questa malattia. Gli animali sono stati suddivisi in tre gruppi. Mentre al primo non è stato somministrato nessun supplemento, il secondo gruppo di topi è stato alimentato con una dieta arricchita di una quantità di olio di krill tale da fornire 0,44 grammi di Omega-3 – acido eicosapentaenoico (EPA) e acido docosaesaenoico (DHA) – ogni 100 grammi di cibo. I restanti topi hanno ricevuto EPA e DHA sotto forma di olio di pesce, per un totale di 0,47 grammi di Omega-3 ogni 100 grammi di cibo. L'artrite è stata valutata in ogni gruppo di animali analizzando i tessuti delle articolazioni. Inoltre al termine dello studio sono stati prelevati campioni di siero in cui determinare i livelli di molecole che partecipano ai processi di infiammazione – diverse interleuchine e il cosiddetto Transforming Growth Factor-beta (TGF-beta) – che sono associati alla malattia. I dati così raccolti hanno dimostrato che, anche se non è stata osservata una diminuzione dei marcatori dell'infiammazione, sia l'assunzione di olio di krill, sia la supplementazione con olio di pesce riducono significativamente i sintomi dell'artrite e i gonfiori alle zampe posteriori. Tuttavia, spiegano i ricercatori, gli effetti ottenuti con l'olio di krill sono stati maggiori. Infatti, mentre l'olio di pesce ha ridotto il grado della malattia del 26%, quello di krill ha permesso di ridurre i sintomi del 47%. Secondo i ricercatori, l'effetto maggiore ottenuto con l'olio di krill potrebbe essere dovuto a una più elevata bioefficacia dell'EPA e del DHA in esso contenuti rispetto a quelli presenti nell'olio di pesce. Una speranza per diverse patologie Sebbene questo studio si sia concentrato sull'artrite reumatoide, gli autori ritengono che la stessa efficacia potrebbe essere riscontrata anche nei confronti dell'osteoatrite e di altre malattie infiammatorie.     Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.       1. Ierna M, Kerr A, Scales H, Berge K, Griinari M, “Supplementation of diet with krill oil protects against experimental rheumatoid arthritis”, BMC Musculoskelet Disord. 2010 Jun 29;11:136


    Articolo pubblicato in Sistema immunitario, Osteoartrite, Artrite reumatoide

  • Pesce ricco di Omega-3 riduce rischio diabete e patologie cardiovascolari

    Gli Omega-3 contenuti nel pesce riducono il rischio di sviluppare i disturbi cronici associati all'obesità, come il diabete e le patologie cardiovascolari. A confermarlo sono gli studi condotti dai ricercatori del Fred Hutchinson Cancer Research Center di Seattle e dell'University of Alaska di Fairbanks (Stati Uniti), i cui risultati sono stati pubblicati sulle pagine dell'European Journal of Clinical Nutrition. Conferme dal freddo Nord Le ricerche hanno coinvolto gli Eschimesi Yup'ik, una popolazione indigena dei territori dell'Alaska che consuma una quantità di pesce grasso, ricco in Omega-3, 20 volte superiore rispetto a quella tipica della dieta degli altri paesi degli Stati Uniti. Pur essendo caratterizzata da tassi di obesità simili a quelli del resto della popolazione statunitense, questa popolazione ha un numero di casi di diabete di tipo 2 molto più bassa. Se, infatti, l'incidenza media di questa patologia nella popolazione è pari al 7,7%, solo il 3,3% degli Yup'ik è affetto da diabete di tipo 2. Questi dati ricordano quanto osservato in un'altra popolazione del nord del mondo, gli Inuit della Groenlandia. Già 40 anni fa, Jørn Dyerberg e colleghi avevano osservato che questa popolazione eschimese, nonostante seguisse una dieta ricca di grassi – in particolare, di pesce ricco di Omega-3 -, era caratterizzata una percentuale di morte per disturbi cardiovascolari fra le più basse al mondo. Da allora, diversi studi hanno chiarito il ruolo svolto dagli Omega-3 acido eicosapentaenoico (EPA) e docosaesaenoico (DHA). Anni di ricerche hanno confermato che queste molecole migliorano i livelli di lipidi nel sangue, riducono il rischio di trombosi, favoriscono un buon funzionamento del sistema vascolare e migliorano i valori di pressione sanguigna e la frequenza cardiaca. Omega-3 per trigliceridi e infiammazioni La nuova ricerca ha coinvolto 330 Yup'ik di età media pari a 45 anni. All'inizio dello studio il 70% dei partecipanti soffriva di sovrappeso o di obesità. Basandosi sull'ipotesi che la bassa incidenza del diabete di tipo 2 potesse essere almeno in parte attribuita all'elevato consumo di pesce ricco di Omega-3, gli autori hanno condotto analisi del sangue mirate alla quantificazione dei livelli di trigliceridi, EPA e DHA nel sangue degli Yup'ik. Ne è emerso che mentre i partecipanti in cui sono stati rilevate basse quantità di Omega-3 avevano alti livelli di trigliceridi, concentrazioni ematiche di EPA e DHA più elevate non corrispondevano a un aumento dei trigliceridi. Anzi, anche se obese, le persone caratterizzate da alte concentrazioni di Omega-3 plasmatici avevano valori di trigliceridi simili a quelli di individui normopeso. La stessa correlazione è stata riscontrata anche nel caso della proteina C-reattiva, un importante marcatore dei processi di infiammazione. E dato che sia i trigliceridi, sia la proteina C-reattiva sono due indicatori indipendenti del rischio di sviluppare disturbi cardiovascolari e, probabilmente, il diabete, l'esistenza di questa correlazione spiegherebbe almeno in parte la bassa incidenza di questa patologia nella popolazione Yup'ik. Questi risultati potrebbero avere importanti risvolti nell'ottica della prevenzione delle malattie associate all'obesità. Infatti, spiegano gli autori, l'assunzione cronica di livelli levati di EPA e DHA, simili a quelli tipici dell'alimentazione degli Yup'ik, potrebbe aiutare a migliorare il rischio di malattie associate all'obesità.     Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.     Fonte 1. Makhoul Z, Kristal AR, Gulati R, Luick B, Bersamin A, O'Brien D, Hopkins SE, Stephensen CB, Stanhope KL, Havel PJ, Boyer B, “Associations of obesity with triglycerides and C-reactive protein are attenuated in adults with high red blood cell eicosapentaenoic and docosahexaenoic acids”, Eur J Clin Nutr. 2011 Jul;65(7):808-17 2. Bang HO, Dyerberg J, Nielsen AB, “Plasma lipid and lipoprotein pattern in Greenlandic West-coast Eskimos”, Lancet. 1971 Jun 5;1(7710):1143-5 3. Dyerberg J, Bang HO, Hjorne N, “Fatty acid composition of the plasma lipids in Greenland Eskimos”, Am J Clin Nutr. 1975 Sep;28(9):958-66 4. Ackman RG, Eaton CA, Dyerberg J, “Marine docosenoic acid isomer distribution in the plasma of Greenland Eskimos”, Am J Clin Nutr. 1980 Aug;33(8):l814-7 5. Bang HO, Dyerberg J, Sinclair HM, “The composition of the Eskimo food in north western Greenland”, Am J Clin Nutr. 1980 Dec;33(12):2657-61


    Articolo pubblicato in Omega-3 in pesce e crostacei, Malattie cardiovascolari

  • Obesità ereditaria: la carenza Omega-3 accentua il rischio di insorgenza

    Una carenza di Omega-3 nella dieta, associata a un eccesso cronico di Omega-6, può condurre ad una forma di obesità ereditaria. A dimostrarlo è uno studio pubblicato dal Journal of Lipid Research, in cui i ricercatori dell'Université de Nice Sophia-Antipolis (Nizza, Francia) hanno scoperto che topi alimentati con una dieta simile a quella del mondo occidentale moderno tendono ad ingrassare sempre di più. Questa tendenza all'obesità, spiegano gli autori, si aggrava di generazione in generazione. Non solo, i ricercatori hanno dimostrato che questi topi sviluppano una serie di disturbi metabolici, come la resistenza all'insulina che espone a rischio di diabete. E anche l'espressione dei geni coinvolti nei processi di infiammazione associati all'obesità aumenta al passare delle generazioni. Secondo i ricercatori questi risultati dimostrano che un'alimentazione ricca di grassi, associata ad un elevato rapporto tra acidi grassi Omega-6 e acidi grassi Omega-3, promuove un graduale aumento degli stimoli infiammatori e della massa adiposa. Una questione di bilancio Un rapporto non bilanciato tra acidi grassi Omega-6 e Omega-3 può portare ad un aumento di peso cui sono associati gravi effetti a lungo termine sulla salute umana. Purtroppo i cambiamenti che hanno caratterizzato l'alimentazione delle società occidentali negli ultimi quarant'anni hanno causato una variazione significativa di questo rapporto. Infatti i nuovi regimi alimentari hanno portato ad un aumento dell'introduzione di Omega-6 pari al 250%. Viceversa, il consumo di Omega-3 è diminuito del 40%. Ciò ha fatto sì che il bilancio tra Omega-6 e Omega-3, che dovrebbe assestarsi intorno a un rapporto di 5 a 1, sia passato al 15 a 1 tipico di un cittadino europeo e, addirittura, al 40 a 1 cui si può arrivare negli Stati Uniti. Di pari passo a questo fenomeno, il cambiamento dell'alimentazione ha portato anche a un graduale aumento dei livelli di obesità. Pochi Omega-3 favoriscono l'obesità I ricercatori francesi, guidati da Gérard Ailhaud, hanno dimostrato l'esistenza di uno stretto legame tra il regime alimentare occidentale e l'aumento dell'obesità utilizzando come modelli dei topi. Agli animali è stato consentito di alimentarsi a volontà di cibi scelti in modo tale da mimare la tipica dieta occidentale, ricca di Omega-6 e povera di Omega-3. L'esperimento è proseguito fino a coinvolgere quattro generazioni genitori-figli. In questo lasso di tempo gli scienziati hanno osservato un graduale aumento della massa grassa. Inoltre anche l'espressione di alcuni importanti geni coinvolti nel controllo della crescita e nelle funzioni immunitarie, come il colony stimulating factor-3 (CSF-3) e Nocturnin, è gradualmente cresciuta. L'ipotesi di un meccanismo In base ai dati ottenuti i ricercatori hanno ipotizzato che il gene CSF-3 stimoli la crescita delle cellule progenitrici delle cellule adipose. L'ereditarietà dell'obesità sarebbe, quindi, dovuta ad un aumento graduale dell'espressione di CSF-3 di generazione in generazione. Questo incremento promuoverebbe la proliferazione dei progenitori degli adipociti. Secondo gli autori ulteriori ricerche permetteranno di verificare la correttezza di questo ipotetico meccanismo.   Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.     Fonte 1. Massiera F, Barbry P, Guesnet P, Joly A, Luquet S, Moreilhon-Brest C, Mohsen-Kanson T, Amri EZ, Ailhaud G, “A Western-like fat diet is sufficient to induce a gradual enhancement in fat mass over generations”, J Lipid Res. 2010 Aug;51(8):2352-61. Epub 2010 Apr 20


    Articolo pubblicato in Alimentazione, Problemi di peso ed è stato taggato con

  • Trombosi, l'efficacia degli Omega-3 dipende dal sesso del paziente

    L'efficacia degli acidi grassi Omega-3 contro le trombosi è diversa tra uomini e donne. A dimostrarlo è uno studio condotto dai ricercatori dell'University of Newscastle di Callaghan e del john Hunter Hospital di New Lambton (Australia), coordinati da Monohar Garg, pubblicato dalla rivista Nutrition, Metabolism and Cardiovascular Diseases. Leggi tutto l'articolo


    Articolo pubblicato in Sistema cardiovascolare, Trombosi

  • Omega-3, DHA più efficace di EPA contro depressione e demenza

    L'assunzione dell'Omega-3 DHA (acido docosaesaenoico) potrebbe essere una scelta migliore nella prevenzione della demenza rispetto all'utilizzo del l'EPA (acido eicosapentaenoico). Se, infatti, diversi studi hanno già dimostrato i benefici dell'EPA per la salute mentale, una ricerca pubblicata dal British Journal of Nutrition svela oggi che supplementi a base di olio di pesce contenenti una quantità superiore di DHA che di EPA sono più efficaci nel ridurre sia i sintomi della depressione, sia il rischio di demenza. L'efficacia di diverse combinazioni di Omega-3 Molti studi hanno già evidenziato in passato i benefici degli Omega-3 per l'umore, il comportamento e la funzionalità del cervello. La nuova ricerca, frutto del lavoro dei ricercatori dell'University of South Australia di Adelaide e della Queensland University of Technology di Brisbane (Australia), si è concentrata sulla depressione e sull'aumento del rischio che questo disturbo psicologico acceleri il peggioramento di lievi disturbi cognitivi verso vere e proprie forme di demenza. Lo studio ha avuto una durata di 6 mesi e ha coinvolto 50 individui di età superiore ai 65 anni con lievi disturbi cognitivi. I partecipanti hanno assunto ogni giorno degli integratori a base di olio di pesce, ricchi di Omega-3, o, come controllo, 2,2 grammi di acido linoleico (LA), un acido grasso Omega-6. In particolare, un primo gruppo di individui ha ricevuto una dose quotidiana di Omega-3 pari a 1,67 grammi di EPA e 0,16 grammi di DHA, mentre altri soggetti hanno assunto una miscela più ricca in DHA (1,55 grammi) che in EPA (0,40 grammi). I benefici dei diversi trattamenti sono stati valutati sulla base della fluidità verbale e della Scala di Depressione Geriatrica (GDS), un questionario utilizzato per rilevare i sintomi della depressione nei pazienti anziani. I maggiori effetti del DHA Il confronto tra i dati raccolti all'inizio e alla fine della sperimentazione ha dimostrato che entrambe le combinazioni di Omega-3 migliorano i sintomi della depressione. Tuttavia, i risultati migliori sono stati ottenuti con le dosi maggiori di DHA. Inoltre, chi aveva assunto le quantità più elevate di DHA ha mostrato anche un miglioramento della fluidità nella lettura e ha dichiarato di sentirsi meglio anche dal punto di vista fisico. Quale Omega-3 scegliere? Secondo i ricercatori questo studio dimostra l'efficacia dell'olio di pesce ricco in DHA o in EPA contro i sintomi della depressione. Gli Omega-3 eserciterebbero effetti variabili sia sulle capacità cognitive, sia sullo stato fisico del paziente. Ma, proseguono gli autori della ricerca, questi nuovi risultati suggeriscono anche che gli integratori a base di EPA puro utilizzati negli studi precedenti potrebbero non essere la scelta più adatta nel caso di pazienti affetti da lievi disturbi cognitivi che soffrono di depressione. Il DHA, infatti, potrebbe essere un'alternativa migliore.     Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.       Fonte 1. Sinn N, Milte CM, Street SJ, Buckley JD, Coates AM, Petkov J, Howe PR, “Effects of n-3 fatty acids, EPA v. DHA, on depressive symptoms, quality of life, memory and executive function in older adults with mild cognitive impairment: a 6-month randomised controlled trial”, Br J Nutr. 2011 Sep 20:1-12. [Epub ahead of print]


    Articolo pubblicato in Sistema nervoso, Depressione e disturbi bipolari

  • DHA, l’acido grasso Omega-3 che riduce il rischio di suicidio

    La carenza di acido docosaesaenoico (DHA) aumenta il rischio di suicidio. Lo dimostra uno studio pubblicato dal Journal of Clinical Psychiatry, grazie al quale i ricercatori dell’Uniformed Services University of the Health Sciences (USU) e del National Institute on Alcohol Abuse and Alcoholism (NIAAA) di Bethesda (Stati Uniti) sono riusciti ad aggiungere un nuovo tassello al già complesso mosaico di informazioni riguardanti i benefici per la salute mentale derivati dal consumo di DHA e di altri acidi grassi Omega-3. Questo dato si aggiunge, infatti, a quelli ottenuti in studi precedenti: secondo una ricerca svolta dagli stessi ricercatori, basse concentrazioni ematiche di DHA sono associate a un'iperattività cerebrale con caratteristiche simili a quelle riscontrate in caso di depressione e di individui a rischio di suicidio. E non è tutto: alcuni studi clinici hanno rivelato che l'assunzione di DHA può ridurre l'ansia, la depressione e il rischio di psicosi. Dati dall’esercito statunitense Oggi gli autori della ricerca pubblicata dal Journal of Psychiatry sono riusciti a stabilire una nuova connessione tra Omega-3 e benessere mentale analizzando i dati riguardanti 800 casi di suicidio registrati fra militari statunitensi tra il 2002 e il 2008. Al termine dell’analisi gli stessi ricercatori si sono dichiarati sorpresi delle conclusioni derivanti dallo studio. Infatti i livelli di acidi grassi Omega-3 sono risultati inaspettatamente bassi nell’intero campione preso in considerazione, costituito da soggetti di un'età media di 27,3 anni. In particolare, il confronto con i dati riguardanti altri 800 individui di controllo ha rivelato che una diminuzione di un punto percentuale dei livelli di DHA corrisponde a un aumento del rischio di suicidio del 14%. La situazione è risultata particolarmente significativa nel caso degli uomini, in cui i livelli più bassi di DHA registrati sono risultati associati a un aumento di rischio del suicidio pari al 62%. Una concomitanza di fattori Naturalmente i ricercatori hanno sottolineato che la decisione di porre fine alla propria vita è legata ad una serie di cause che include non solo i livelli di DHA, ma anche fattori sociali, psicologici e ambientali. I dati ottenuti in questo studio confermano questa correlazione. Infatti il rischio di suicidio è risultato il 52% più elevato nel personale in servizio che aveva dichiarato di aver visto morti o feriti. Speranze per il futuro Ora i ricercatori intendono approfondire i risultati ottenuti pianificando un adeguato studio clinico che permetta di valutare l’effetto della somministrazione di Omega-3 ai pazienti. Tuttavia, spiegano gli stessi autori, questo studio suggerisce già le potenzialità di un intervento nutrizionale basato sull’assunzione di questi acidi grassi. Se il trattamento dovesse risultare efficace, aggiungerebbe una nuova indicazione per la somministrazione degli Omega-3 nel trattamento dei disturbi mentali. Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.     Fonte 1. Lewis MD, Hibbeln JR, Johnson JE, Hong Lin Y, Hyun DY, Loewke JD, “Suicide Deaths of Active-Duty US Military and Omega-3 Fatty-Acid Status: A Case-Control Comparison”, J Clin Psychiatry, August 23, 2011 [Online ahead of print]


    Articolo pubblicato in Sistema nervoso, Depressione e disturbi bipolari

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