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  • L'Omega-3 DHA promuove la fertilità maschile

    La diminuzione della fertilità maschile causata da anomalie nello sperma potrebbe essere curata assumendo l'acido grasso Omega-3 DHA (acido docosaesaenoico). A suggerirlo è uno studio dell'Università dell'Illinois di Urbana (Stati Uniti), pubblicato dal Journal of Lipid Research. Secondo la ricerca, infatti, topi ingegnerizzati in modo da non possedere l'enzima che permette di convertire in DHA le fonti alimentari di Omega-3 producono meno sperma. Non solo, nel liquido seminale di questi animali è stata riscontrata una percentuale di anomalie superiore rispetto alla norma. Ma la situazione non è definitiva: per prevenire questi difetti dello sperma è sufficiente alimentare con DHA questi topi ingegnerizzati. Topi sterili I topi utilizzati dal gruppo di ricercatori guidato da Manabu Nakamura sono stati privati del gene codificante per un enzima, la delta-6-desaturasi. Questo enzima è necessario per convertire la fonte principale di Omega-3 ottenibile dalle piante – l'acido alfa linolenico – in DHA. Nakamura ha spiegato che senza il DHA prodotto a partire dall'acido alfa linolenico introdotto con l'alimentazione i topi maschi sono, fondamentalmente, sterili. Infatti il poco sperma che riescono a produrre ha una forma anomala che non gli permette di svolgere la sua funzione. Tuttavia, spiegano i ricercatori, il DHA non è l'unica molecola che viene a mancare in assenza di questo enzima. Anche altri acidi grassi – in particolare, l'acido arachidonico e l'acido n6-docosapentaenoico – sono assenti in questi topi. Per capire a quale molecola fossero dovuti gli effetti osservati sullo sperma, i ricercatori hanno alimentato i topi con una dieta arricchita allo 0,2% con acido arachidonico o DHA. Solo negli animali che avevano assunto quest'ultimo la fertilità tornava ad essere nella norma. Ciò, spiegano gli autori, significa che gli Omega-3 sono in grado di correggere i difetti nella fertilità maschile. Uomini e topi Ma lo stesso vale anche per gli uomini? In effetti uno studio precedente indica che questi risultati potrebbero essere applicati anche ai problemi di fertilità maschile nell'uomo. I ricercatori della Shahid Beheshti University di Tehran (Iran) hanno, infatti, dimostrato che gli uomini sterili sono caratterizzati da una riduzione dei livelli di Omega-3 nello sperma. Gli autori di questo secondo studio suggeriscono la necessità di testare i potenziali benefici dell'assunzione di Omega-3 negli uomini sterili. Infatti dal punto di vista biologico questi risultati avrebbero una spiegazione plausibile, essendo gli acidi grassi Omega-3 un costituente delle membrane degli spermatozoi. Nuove speranze L'aspetto dello sperma nei topi carenti di DHA, spiega Nakamura, offre degli indizi riguardo al tipo di patologia causata dalla carenza di questo Omega-3. Tuttavia i ricercatori ritengono che sia importante approfondire le ricerche per capire cosa succede a livello cellulare.       Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.         Fonte 1. Roqueta-Rivera M, Stroud CK, Haschek WM, Akare SJ, Segre M, Brush RS, Agbaga MP, Anderson RE, Hess RA, Nakamura MT, “Docosahexaenoic acid supplementation fully restores fertility and spermatogenesis in male delta-6 desaturase-null mice”, J Lipid Res. 2010 Feb;51(2):360-7. Epub 2009 Aug 18 2. Safarinejad MR, Hosseini SY, Dadkhah F, Asgari MA, “Relationship of omega-3 and omega-6 fatty acids with semen characteristics, and anti-oxidant status of seminal plasma: a comparison between fertile and infertile men”, Clin Nutr. 2010 Feb;29(1):100-5. Epub 2009 Aug 8


    Articolo pubblicato in Speciali Omega-3, Fertilità maschile ed è stato taggato con

  • Sovrappeso adolescenza: gli Omega-3 riducono la pressione sanguigna

    L'assunzione quotidiana di Omega-3 riduce i valori di pressione sanguigna nei ragazzi che, durante l'adolescenza, soffrono di lievi problemi di sovrappeso. A dimostrarlo è uno studio pubblicato dal Journal of Pediatrics, in cui i ricercatori dell'Università di Copenhagen e della Technical University of Denmark di Lyngby (Danimarca) hanno dimostrato che bastano 16 settimane di trattamento perché l'acido eicosapentaenoico (EPA) e l'acido docosaesaenoico (DHA) – gli Omega-3 contenuti nell'olio di pesce – riducano la pressione di 3 mmHg. Ciò, spiegano i ricercatori, corrisponde a una riduzione del 15% del rischio di ictus nella popolazione adulta. L'importanza della salute cardiovascolare negli adolescenti Sono gli stessi autori dello studio a sottolineare l'importanza del controllo della pressione sanguigna nei ragazzi. Infatti, sia i bambini, sia gli adolescenti che presentano valori di pressione troppo elevati sono più predisposti a soffrire di ipertensione da adulti. Per questo i ricercatori definiscono i ragazzi con una pressione troppo alta come “preipertesi”. Non è ancora noto se l'ipertensione di cui questi ragazzi soffriranno da adulti sia la conseguenza di cattive abitudini alimentari e scarsa attività fisica che si trascinano dall'adolescenza ad età più avanzate o se sia dovuta ad una vera e propria programmazione della pressione sanguigna che avviene al di sotto dei vent'anni. Tuttavia, preoccuparsi del problema già nell'adolescenza è importante per non compromettere la salute negli anni a venire. Omega-3 per aiutare il cuore Gli Omega-3 sono degli ottimi candidati al ruolo di rimedi per prevenire questo tipo di problematica. Infatti l'effetto benefico per la salute cardiovascolare dell'olio di pesce – una fonte molto ricca di questi acidi grassi – è noto già dagli anni '70. La sua azione migliora le concentrazioni dei lipidi nel sangue, la pressione sanguigna, la frequenza cardiaca e le funzioni vascolari, riducendo anche il rischio di trombosi. Per questo motivo gli studiosi danesi hanno voluto testare l'efficacia di EPA e DHA nell'adolescenza. In particolare, lo studio ha coinvolto 78 ragazzi di sesso maschile di età compresa tra i 13 e i 15 anni. E proprio per quanto già si sapeva riguardo agli effetti benefici degli Omega-3, gli autori hanno deciso di far partecipare alla ricerca solo adolescenti leggermente in sovrappeso. Poche settimane per proteggere il futuro I ragazzi hanno assunto quotidianamente del pane contenente olio di pesce in quantità tali da fornire 1,5 grammi di Omega-3 al giorno. Al termine dello studio la quantità di EPA e DHA riscontrabile nei globuli rossi di questi adolescenti era aumentata, rispettivamente dell'1,2 e del 6,7%. In un secondo gruppo di ragazzi, che, invece, non hanno assunto l'olio di pesce, l'aumento degli Omega-3 è stato solo dello 0,6% nel caso dell'EPA e del 4,1% nel caso del DHA. Inoltre i ricercatori hanno rilevato che al termine delle 16 settimane nei ragazzi che hanno introdotto nella propria dieta il pane arricchito di Omega-3 la pressione sistolica – la cosiddetta “massima” - era diminuita di 3,8 mmHg. Allo stesso tempo, anche il valore della pressione diastolica – corrispondente alla “minima” - è risultata ridotta di 2,6 mmHg. Non è stato, invece, riscontrato nessun effetto sul rapporto tra colesterolo “cattivo” (o LDL) e colesterolo “buono” (o HDL). L'ipotesi del meccanismo d'azione Sulla base delle conoscenze riguardo all'azione di EPA e DHA gli autori dello studio hanno ipotizzato che l'effetto osservato sulla pressione sanguigna durante l'adolescenza dipenda dalla competizione che si instaura tra gli Omega-3 e l'acido arachidonico. Quest'ultimo, infatti, è il precursore di molecole che, causando il restringimento dei vasi sanguigni, aumentano i valori della pressione. Viceversa, spiegano i ricercatori, EPA e DHA potrebbero inibire questo meccanismo.         Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.         Fonte 1. Pedersen MH, Mølgaard C, Hellgren LI, Lauritzen L, “Effects of fish oil supplementation on markers of the metabolic syndrome”, J Pediatr. 2010 Sep;157(3):395-400, 400.e1. Epub 2010 May 15


    Articolo pubblicato in Alimentazione, Problemi di peso ed è stato taggato con

  • Omega-3 DHA per la salute delle ossa

    Aumentare il consumo di acidi grassi Omega-3 potrebbe incrementare il contenuto minerale delle ossa e aiutare l'organismo a produrre uno scheletro più forte e più in salute. In particolare, l'acido docosaesaenoico (DHA) sarebbe quello con i maggiori benefici per la salute delle ossa. Il suggerimento arriva dalle pagine del British Journal of Nutrition, che ha pubblicato uno studio secondo cui il DHA sarebbe un costituente vitale del midollo. La ricerca è frutto di una collaborazione tra i ricercatori della Purdue University (West Lafayette, Usa), dell'Indiana University School of Medicine (Indianapolis, Usa), della Korea Maritime University (Yeongdo-gu, Corea del Sud) e del National Institutes of Health statunitense. Indizi dalle ossa dei ratti Gli scienziati, guidati da Bruce Watkins della Purdue University, sono giunti a questa conclusione grazie ad una serie di esperimenti condotti sui ratti. Gli animali coinvolti nello studio sono stati allevati in modo da essere carenti in Omega-3. A due giorni dalla nascita i piccoli sono stati separati dalle madri e alimentati artificialmente con latte contenente acido linoleico e diverse concentrazioni di acidi grassi. A un primo gruppo di ratti è stato somministrato DHA all'1%, mentre un secondo gruppo di animali ha ricevuto l'Omega-6 DPA (acido docosapentaenoico) e un terzo una miscela di DHA all'1% e DPA allo 0,4%. I piccoli restanti hanno ricevuto solo latte con acido linoleico. Infine, un gruppo di controllo è stato allevato dalle madri, ricevendo un'alimentazione contenente il 3,1% di acido alfa-linolenico, il precursore degli Omega-3. Al termine del periodo di allattamento, tutti gli animali sono stati svezzati con lo stesso cibo. Una volta che i ratti hanno raggiunto l'età adulta, gli autori hanno analizzato la densità minerale ossea di femore, tibia e vertebre lombari tramite una sofisticata tecnica basata sui raggi X. DHA, un elemento insostituibile I ricercatori hanno così rilevato che la concentrazione minerale dell'osso dipende sia dal DHA, sia dai livelli totali di acidi grassi Omega-3. Gli animali allattati con DPA sono risultati essere quelli con il minor contenuto minerale e la minore densità minerale nelle ossa lunghe come il femore e la tibia. Allo stesso tempo, spiegano i ricercatori, questi erano anche gli animali con il maggior contenuto di DPA nelle ossa. Gli autori hanno concluso che il DPA non è sufficiente a supplire alla carenza di DHA e a garantire un adeguato contenuto di minerali nelle ossa lunghe. Ciò suggerisce il ruolo fondamentale di questo acido grasso Omega-3 per la salute delle ossa. Il ruolo degli Omega-3 nelle ossa Il DHA, spiegano i ricercatori, si accumula nel femore a livello del periosteo, lo strato di rivestimento delle ossa. Viceversa, l'altro importante Omega-3, l'acido eicosapentaenoico (EPA), non sembrerebbe essere un costituente vitale del midollo e del periosteo delle ossa in via di sviluppo.       Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.       Fonte 1. Li Y, Seifert MF, Lim SY, Salem N Jr, Watkins BA, “Bone mineral content is positively correlated to n-3 fatty acids in the femur of growing rats”, Br J Nutr. 2010 Sep;104(5):674-85. Epub 2010 Apr 27


    Articolo pubblicato in Sistema muscolo-scheletrico, Ossa e colonna vertebrale ed è stato taggato con

  • Sindrome metabolica: gli Omega-3 riducono i fattori di rischio per diabete

    Gli acidi grassi Omega-3 possono migliorare i livelli dei lipidi nel sangue degli individui affetti da sindrome metabolica. Lo dimostra uno studio pubblicato dal Journal of Nutrition, secondo cui il rischio di sviluppare i seri problemi di salute associati a questo disturbo – come, ad esempio, il diabete - può essere ridotto abbinando a una dieta povera di grassi e ricca di carboidrati complessi l'assunzione di Omega-3. Secondo gli autori della ricerca gli integratori a base di olio di pesce, un supplemento ricco di questi acidi grassi, aiutano a correggere una serie di alterazioni metaboliche associate alla resistenza all'insulina. Queste includono la concentrazione di lipidi plasmatici dopo i pasti. Sindrome metabolica e fattori di rischio La sindrome metabolica è una condizione caratterizzata dalla presenza simultanea di diversi fattori che mettono a rischio la salute dell'organismo. Questi includono l'obesità, l'ipertensione, livelli elevati di lipidi nel sangue e alte concentrazioni di zuccheri nel sangue. Tutte queste condizioni aumentano la probabilità di sviluppare il diabete di tipo 2. Non solo, le condizioni tipiche della sindrome metabolica corrispondono a un incremento di disturbi come le malattie cardiache e l'ictus. Le cause dell'instaurarsi di questa pericolosa situazione non sono del tutto note. Tuttavia, gli esperti ritengono che la sindrome metabolica sia il risultato di una combinazione di fattori genetici e ambientali. Fra questi ultimi è inclusa una dieta scorretta. Per questo motivo uno degli approcci più utilizzati per contrastare tale condizione è stato seguire un'alimentazione povera di acidi grassi saturi – quelli dannosi per la salute – e ricca in carboidrati complessi – come quelli contenuti in pane, pasta, riso e patate. Tuttavia alcuni studi hanno suggerito che una dieta di questo tipo non è sufficiente a ridurre i livelli elevati di lipidi nel sangue. Anzi, le ricerche più recenti hanno dimostrato che questo tipo di alimentazione potrebbe addirittura far aumentare le concentrazioni di grassi ematici. L'aiuto degli Omega-3 In questo nuovo studio un gruppo di ricercatori coordinato da José Lopez-Miranda dell'Università di Cordoba (Spagna) ha confermato che una dieta povera di grassi e ricca di carboidrati complessi può produrre degli effetti dannosi. Questi includono l'aumento dei livelli di trigliceridi e del colesterolo. Viceversa, la stessa dieta, abbinata all'assunzione di Omega-3, non ha effetti sui livelli di lipidi nel sangue. Non solo, una dieta ricca di acidi grassi monoinsaturi o povera di grassi, ma ricca di carboidrati complessi e Omega-3 corrisponde a una quantità inferiore di grassi circolanti nel sangue rispetto a quella rilevabile nel caso di un'alimentazione ricca in acidi grassi saturi o povera di grassi e ricca di carboidrati complessi. Acidi grassi contro la sindrome metabolica I dati ottenuti dai ricercatori spagnoli si confermano i risultati di ricerche precedenti secondo cui gli acidi grassi monoinsaturi possono influenzare positivamente i livelli di lipidi ematici. Inoltre secondo gli autori questo studio suggerisce l'utilità dell'assunzione di livelli elevati di Omega-3 in chi soffre di sindrome metabolica.


    Articolo pubblicato in Sistema cardiovascolare, Diabete, Sindrome metabolica, Diabete di tipo 2

  • Gli Omega-3 proteggono dalle malattie cardiovascolari riducendo lo stress ossidativo

    L'azione benefica degli acidi grassi Omega-3 EPA (acido eicosapentaenoico) e DHA (acido docosaesaenoico) contro le malattie cardiovascolari potrebbe dipendere dalla loro capacità di ridurre lo stress ossidativo. A dimostrarlo è uno studio pubblicato da Free Radical Research, secondo cui l'assunzione quotidiana di 4 grammi di EPA o di DHA per 6 settimane permette di ridurre i livelli di stress ossidativo circa del 20%. Le molecole coinvolte nello stress ossidativo L'organismo produce naturalmente delle molecole ossidanti, chiamate specie reattive dell'ossigeno. Queste sostanze giocano un ruolo fondamentale in molti processi, ma un loro accumulo può diventare dannoso. Alcune circostanze, come l'abitudine al fumo, l'inquinamento, l'esposizione al sole, un'attività fisica molto intensa o, semplicemente, l'invecchiamento possono favorire una produzione eccessiva di specie reattive dell'ossigeno, causando una situazione nota come stress ossidativo. E lo stress ossidativo può avere conseguenze molto gravi, come l'aumento del rischio di sviluppare un cancro, o la malattia di Alzheimer o, ancora, varie malattie cardiache. Per verificare i benefici dell'assunzione di Omega-3 in termini di stress ossidativo i ricercatori dell'University of Western Australia di Perth (Australia) e dell'Università di Montpellier (Francia) hanno il loro effetto sull'accumulo di F2-isoprostani. Queste molecole derivano dalla perossidazione dell'acido arachidonico, un Omega-6 precursore di sostanze coinvolte nelle risposte infiammatoria. Questo processo è promosso dalla presenza di radicali liberi, molecole dall'elevato potere ossidante. Omega-3 per la salute di cuore e vasi Lo studio ha coinvolto uomini sovrappeso con livelli anomali di lipidi nel sangue e da individui affetti da diabete di tipo-2 che stavano seguendo una cura per diminuire la pressione sanguigna. Dopo aver fatto assumere a tutti i partecipanti 4 grammi al giorno di EPA, DHA o olio di oliva – che non è ricco di Omega-3 - per 6 settimane i ricercatori hanno misurato i livelli di F2-isoprostani nelle loro urine. L'analisi dei dati ottenuti ha svelato che rispetto all'olio di oliva l'EPA riduce i livelli di questi composti del 24% negli uomini in sovrappeso e del 19% nei diabetici. Il DHA, invece, riduce le concentrazioni di F2-isoprostani del 14% negli obesi e del 23% nei diabetici. Non solo, anche i livelli plasmatici di acido arachidonico vengono ridotti sia dall'EPA, sia dal DHA. Questo, spiegano gli autori, indica che l'effetto degli Omega-3 è dovuto a una vera riduzione dell'ossidazione. Gli Omega-3 contrastano lo stress ossidativo I risultati ottenuti in questo studio smentiscono quanto precedentemente ipotizzato. Infatti la caratteristica suscettibilità di questi acidi grassi ad ossidarsi aveva portato gli esperti a credere che gli Omega-3 potessero aumentare i livelli di stress ossidativo. Ma secondo gli autori della ricerca la riduzione degli F2-isoprostani osservata sia negli individui obesi, sia nei diabetici indica che questi grassi riducono lo stress ossidativo. Inoltre anche altri studi, condotti, però, su individui sani, hanno rilevato i benefici degli Omega-3 nei confronti dello stress ossidativo. Nell'insieme questi risultati dimostrano che i benefici degli Omega-3 valgono sia per chi è in salute, sia per chi soffre di alcune patologie. La nuova ipotesi formulata dai ricercatori è che questo effetto antiossidante sia dovuto, almeno in parte, all'azione antinfiammatoria. Inoltre, spiegano i ricercatori, è plausibile che entri in gioco anche una riduzione dell'attività di una particolare classe di globuli bianchi, i leucociti. Gli autori concludono che questi dati supportano ulteriormente i benefici di una dieta arricchita di acidi grassi Omega-3 per la salute cardiovascolare.       Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.     Fonte 1. Mas E, Woodman RJ, Burke V, Puddey IB, Beilin LJ, Durand T, Mori TA, “The omega-3 fatty acids EPA and DHA decrease plasma F(2)-isoprostanes: Results from two placebo-controlled interventions”, Free Radic Res. 2010 Sep;44(9):983-90


    Articolo pubblicato in Antinvecchiamento, Stress ossidativo e invecchiamento cellulare

  • Occhio secco (ipolacrimia): gli Omega-3 dell'olivello selvatico riducono i sintomi dell'infiammazione

    Gli acidi grassi Omega-3 contenuti nell'olio di olivello spinoso – una pianta diffusa in Europa e Asia – aiutano a ridurre i sintomi della sindrome dell'occhio secco (ipolacrimia). A dimostrarlo è una ricerca pubblicata dal Journal of Nutrition, in cui un gruppo di ricercatori dell'Università di Turku (Finlandia) ha dimostrato che è sufficiente assumere 2 grammi di questo supplemento ogni giorno per tre mesi perché anche gli utilizzatori di lenti a contatto possano ridurre i sintomi del disturbo. Lenti a contatto, ma non solo La cheratocongiuntivite secca, più comunemente conosciuta come sindrome dell'occhio secco, è un disturbo caratterizzato da una scarsa produzione di lacrime o, in alternativa, da un'evaporazione rapida delle lacrime stesse. Questi due fenomeni aumentano la secchezza dell'occhio. Di conseguenza, anche il rischio di infiammazione diventa maggiore.     La patologia, che può danneggiare le strutture esterne dell'occhio, è più frequente in chi utilizza le lenti a contatto, in chi passa molto tempo di fronte allo schermo del computer e in chi è molto esposto al sole o al vento. Inoltre la sua incidenza nella popolazione può arrivare a includere il 30% degli individui di età superiore ai 50 anni. Il rimedio I ricercatori finlandesi hanno analizzato se i sintomi di questa patologia potessero essere alleviati tramite l'assunzione di olio di olivello. In effetti questo supplemento alimentare ha già dimostrato in passato di possedere diverse proprietà benefiche per la salute. È noto, ad esempio, che l'olio di olivello è utile nel trattamento dell'eczema atopico e di altre malattie della pelle associate a una rigenerazione insufficiente. Inoltre, questo rimedio allevia i sintomi della pelle stressata dalle radiazioni ultraviolette, la secchezza delle fauci, le ulcere alla bocca, allo stomaco e ai genitali, le infiammazioni delle vie urinarie, le cerviciti e le sinusiti. Occhi non più secchi Nello studio pubblicato dal Journal of Nutrition, Riikka Järvinen e colleghi hanno suddiviso 86 individui di età compresa tra i 20 e i 70 anni in due gruppi. Fra questi erano compresi sia soggetti che soffrivano di occhio secco perché producevano poche lacrime, sia persone che, invece, avevano lacrime che evaporavano troppo rapidamente. A una prima parte dei partecipanti è stato indicato di assumere 2 grammi al giorno di olio di olivello, mentre tutti gli altri individui hanno assunto un placebo. Lo studio ha avuto una durata complessiva di tre mesi, dall'autunno fino all'inverno. Al termine della ricerca è stato rilevato che anche se in tutti i partecipanti era possibile osservare un aumento dell'evaporazione dell'acqua dall'occhio, in chi aveva assunto l'olio di olivello questo aumento era significativamente ridotto. E l’effetto era ancora maggiore in quegli individui che avevano seguito meglio le istruzioni ricevute dagli autori della ricerca e avevano assunto almeno l’80% delle quantità totali del supplemento. Il meccanismo d’azione I ricercatori hanno concluso che la riduzione dell’infiammazione è stata, probabilmente, promossa dall’Omega-3 acido linolenico contenuto nell’olio di olivello spinoso. Questo acido grasso, infatti, è il precursore di molecole dall’attività antinfiammatoria. Inoltre, hanno aggiunto gli autori, l’olio di olivello è ricco di vitamina E. Questo antiossidante avrebbe protetto l’occhio dallo stress ossidativo che, danneggiando cellule e tessuti, attiva i processi di infiammazione. Un aiuto contro il freddo Secondo Järvinen e colleghi i risultati di questo studio suggeriscono che l'assunzione di olio di olivello spinoso potrebbe attenuare l'aumento della concentrazione delle lacrime tipico della stagione più fredda. Inoltre potrebbe influenzare l'intensità massima di sintomi come il rossore e il bruciore in chi soffre di sindrome dell'occhio secco.       Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.     Fonte 1. Larmo PS, Järvinen RL, Setälä NL, Yang B, Viitanen MH, Engblom JR, Tahvonen RL, Kallio HP, “Oral sea buckthorn oil attenuates tear film osmolarity and symptoms in individuals with dry eye”, J Nutr. 2010 Aug;140(8):1462-8. Epub 2010 Jun 16


    Articolo pubblicato in Vista, Occhio secco-Ipolacrimia

  • Perdita dell'udito: gli Omega-3 riducono il rischio del 14%

    Aumentare l'assunzione di acidi grassi Omega-3 può ridurre il rischio di sperimentare il calo dell'udito associato all'invecchiamento. In particolare, secondo i ricercatori dell'Università di Sydney (Australia) al di sopra dei 50 anni consumare pesce ricco in Omega-3 almeno due volte alla settimana riduce del 42% questo rischio rispetto a chi, invece, mangia meno di una porzione di pesce alla settimana. Un effetto simile è stato riscontrato nel caso dell'assunzione di acidi grassi Omega-3, che corrisponde a una riduzione del rischio di perdita dell'udito associata all'età del 14%. A riportare i risultati dei ricercatori australiani è l'American Journal of Clinical Nutrition. L'importanza dell'alimentazione per la salute dell'orecchio Studi precedenti avevano già sottolineato l'importanza di un'alimentazione corretta per ridurre il rischio di perdere parte dell'udito con il passare degli anni. Nel 2007, ad esempio, gli Annals of Internal Medicine hanno pubblicato una ricerca degli esperti dell'Università di Wageningen (Paesi Bassi) che ha coinvolto 728 uomini e donne di età compresa tra i 50 e i 70 anni. I risultati ottenuti hanno dimostrato che l'assunzione di supplementi a base di acido folico ritardano la comparsa di disturbi dell'udito associati alla percezione delle onde sonore a bassa frequenza. Un'altra ricerca, presentata nel febbraio del 2009 alla conferenza annuale dell'Association for Research in Otolaryngology di Baltimora (Stati Uniti), ha invece dimostrato che il beta carotene, la vitamina C, la vitamina E e il magnesio prevengono la perdita dell'udito - sia temporanea, sia permanente - nei topi e nei porcellini d'India. Pesce per un udito in salute Nella nuova ricerca gli scienziati dell'Università di Sydney, guidati da Paul Mitchell, hanno analizzato i dati riguardanti 2.956 individui coinvolti nel Blue Mountains Hearing Study. Quest'ultimo è uno studio condotto sulla popolazione australiana riguardante proprio la perdita dell'udito associata all'invecchiamento. Il consumo di pesce – e, di conseguenza, l'assunzione degli Omega-3 in esso contenuti – è stata determinata analizzando un questionario sulle abitudini alimentari compilato da ogni partecipante allo studio. I risultati dell'analisi hanno dimostrato l'esistenza di una correlazione tra la quantità totale di Omega-3 introdotti con la dieta e la perdita dell'udito. In particolare, all'aumento del consumo di pesce corrisponde a una diminuzione del rischio di essere colpiti da un calo delle capacità uditive. Secondo i ricercatori i risultati di questo studio dimostrano che l'assunzione di Omega-3 potrebbe prevenire o ritardare la perdita dell'udito associata all'invecchiamento. Ulteriori ricerche, incluse sperimentazioni cliniche, permetteranno di verificare questa ipotesi.       Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.       Fonte 1. Gopinath B, Flood VM, Rochtchina E, McMahon CM, Mitchell P, “Consumption of omega-3 fatty acids and fish and risk of age-related hearing loss”, Am J Clin Nutr. 2010 Aug;92(2):416-21. Epub 2010 Jun 9 2. Durga J, Verhoef P, Anteunis LJ, Schouten E, Kok FJ, “Effects of folic acid supplementation on hearing in older adults: a randomized, controlled trial”, Ann Intern Med. 2007 Jan 2;146(1):1-9


    Articolo pubblicato in Udito

  • Omega-6 contro Omega-3: l'acido linoleico promuove lo sviluppo del cancro

    Una dieta ricca di acido linoleico, un noto acido grasso Omega-6, può promuovere la crescita delle masse tumorali. Lo ha dimostrato uno studio pubblicato sulle pagine del British Journal of Cancer, frutto delle ricerche degli esperti del Laboratory of Molecular Carcinogenesis del National Institutes of Health (Research Triangle Park, Stati Uniti) e dell'Osaka City University Graduate School of Medicine (Osaka, Giappone). Secondo i risultati ottenuti dagli autori della ricerca, l'acido linoleico favorirebbe la proliferazione del cancro promuovendo la formazione all'interno della massa neoplastica di nuovi vasi sanguigni, che garantiscono al tumore l'approvvigionamento delle sostanze necessarie per la sua crescita. Questi risultati dimostrano che gli Omega-6 svolgono un'azione opposta rispetto a quella degli acidi grassi Omega-3. Diversi studi hanno, infatti, evidenziato la capacità di questi ultimi di contrastare la crescita dei tumori. Una questione di bilancio L'assunzione di acidi grassi attraverso la dieta è strettamente associata al rischio di sviluppo di diverse forme tumorali. Già in passato gli scienziati hanno sottolineato l'importanza del bilancio tra acidi grassi Omega-6 e Omega-3 per contrastare l'insorgenza del cancro. In particolare, anni di ricerche hanno dimostrato che la probabilità di sviluppare un tumore è tanto inferiore quanto più il rapporto tra i due tipi di acidi grassi è sbilanciato a favore degli Omega-3. Tuttavia, l'alimentazione tipica dei paesi occidentali è sempre più ricca di Omega-6. Fra questi, il più abbondante è proprio l'acido linoleico (LA). Gli Omega-6 e i tumori allo stomaco Lo studio pubblicato dal British Journal of Cancer si è concentrato sul ruolo svolto dall'acido linoleico in diversi passaggi dello sviluppo del cancro allo stomaco. Gli autori della ricerca hanno scelto due diversi sistemi modello: da un lato cellule di carcinoma gastrico coltivate in laboratorio, dall'altro degli animali. Confrontando l'espressione dei geni tra cellule di carcinoma trattate con acido linoleico e cellule non trattate, i ricercatori hanno individuato i fattori potenzialmente attivati dalla presenza dell'Omega-6. La funzione di questi geni è stata studiata analizzando la loro capacità di promuovere diversi fenomeni associati allo sviluppo del cancro: l'angiogenesi – cioè il processo di formazione di nuovi vasi sanguigni, l'apoptosi – una forma di morte cellulare, l'invasione cellulare, la degradazione del materiale presente tra una cellula e l'altra e la sopravvivenza cellulare. Ne è emerso che l'acido linoleico è in grado di attivare l'espressione di una particolare proteina – il plasminogen activator inhibitor 1 (PAI-1) – che, a sua volta, stimola la capacità di invasione delle cellule tumorali. Non solo, i ricercatori hanno anche dimostrato che l'attivazione di PAI-1 promossa dall'acido linoleico sopprime l'attività dell'angiostatina, una proteina che blocca l'angiogenesi. Di conseguenza, in presenza di questo acido grasso Omega-6 la produzione di vasi sanguigni nel tumore viene aumentata. Infine, esperimenti condotti su modelli animali hanno dimostrato che un aumento dell'introduzione di acido linoleico attraverso l'alimentazione promuove la crescita del cancro. Omega-6 e Omega-3, due azioni contrapposte nei confronti del cancro In base a questi risultati gli autori dello studio hanno concluso che, contrariamente agli Omega-3, gli Omega-6 e, in particolare, l'acido linoleico possono promuovere diversi passaggi determinanti le capacità di invasione del cancro e la formazione dei vasi sanguigni nella massa tumorale. Per questo i ricercatori ipotizzano che ridurre la quantità di acido linoleico introdotto con l'alimentazione potrebbe aiutare a ridurre la progressione della malattia.   Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.       Fonte 1. Nishioka N, Matsuoka T, Yashiro M, Hirakawa K, Olden K, Roberts JD, “Linoleic acid enhances angiogenesis through suppression of angiostatin induced by plasminogen activator inhibitor 1”, Br J Cancer. 2011 Nov 22;105(11):1750-8 2. Anti M, Marra G, Armelao F, Bartoli GM, Ficarelli R, Percesepe A, De Vitis I, Maria G, Sofo L, Rapaccini GL, et al, “Effect of omega-3 fatty acids on rectal mucosal cell proliferation in subjects at risk for colon cancer”, Gastroenterology. 1992 Sep;103(3):883-91. 3. Huang YC, Jessup JM, Forse RA, Flickner S, Pleskow D, Anastopoulos HT, Ritter V, Blackburn GL, “n-3 fatty acids decrease colonic epithelial cell proliferation in high-risk bowel mucosa”, Lipids. 1996 Mar;31 Suppl:S313-7 4. Sasaki S, Horacsek M, Kesteloot H, “An ecological study of the relationship between dietary fat intake and breast cancer mortality”, Prev Med. 1993 Mar;22(2):187-202 5. Simonsen NR, Fernandez-Crehuet Navajas J, Martin-Moreno JM, Strain JJ, Huttunen JK, Martin BC, Thamm M, Kardinaal AF, van't Veer P, Kok FJ, Kohlmeier L, “Tissue stores of individual monounsaturated fatty acids and breast cancer: the EURAMIC study. European Community Multicenter Study on Antioxidants, Myocardial Infarction, and Breast Cancer”, Am J Clin Nutr. 1998 Jul;68(1):134-41.


    Articolo pubblicato in Tumori, Approfondimenti tumori

  • Diabete di tipo 1: gli Omega-3 migliorano la salute dei reni

    L'aumento del consumo di acidi grassi Omega-3 potrebbe aiutare a ridurre i danni al rene associati al diabete di tipo 1. Ad ipotizzarlo sono i ricercatori dell'Institute of Metabolic Science di Cambridge (Regno Unito), che in uno studio pubblicato dalla rivista Diabetes Care hanno dimostrato che un elevato consumo di questi acidi grassi riduce l'eliminazione di albumina attraverso le urine, indicatore del buon funzionamento dei reni. Tuttavia, precisano gli autori dello studio, gli Omega-3 non riducono l'incidenza dei danni al rene. Una malattia autoimmune Il diabete di tipo 1, detto anche diabete giovanile, è una malattia diversa rispetto al diabete di tipo 2. Quest'ultimo, infatti, compare in età più avanzata, quando l'organismo non produce o non utilizza più in modo corretto l'insulina, l'ormone che controlla i livelli di zucchero nel sangue. Il diabete di tipo 1, invece, è associato a un danneggiamento delle cellule del pancreas normalmente responsabili della produzione di insulina. Questo fenomeno probabilmente è associato a una reazione immunitaria anomala nei confronti delle cellule dello stesso organismo – detta reazione autoimmune. La forma di tipo 1 è più diffusa fra gli individui di origine europea. In totale ne sono affetti circa 2 milioni di Europei e Nordamericani. La sua incidenza aumenta circa del 3% all'anno. Un dato ancor più preoccupante se si pensa che al diabete sono associate diverse complicazioni, incluso un aumento del rischio di sviluppare danni ai reni. Lo studio La ricerca pubblicata da Diabetes Care ha previsto l'analisi dei dati riguardanti i 1.436 partecipanti al Diabetes Control and Complications Trial, uno studio finanziato dal National Institute of Diabetes and Digestive and Kidney Diseases (Bethesda, Stati Uniti) che ha coinvolto individui di età compresa tra i 13 e i 39 anni. Il gruppo di ricercatori guidato da Amanda Adler ha misurato i livelli di albumina presenti nelle urine. Questa molecola è la proteina più abbondante del siero umano. I pazienti che soffrono di problemi renali ne possono perdere quantità elevate proprio attraverso le urine. La sua misurazione avviene monitorando le quantità presenti nelle urine in un totale di 24 ore. Analizzando i dati a disposizione gli autori della ricerca hanno rilevato che i soggetti che soffrono di diabete di tipo 1 che consumano le quantità maggiori di Omega-3 – sia acido eicospaentaenoico (EPA) che acido docosaesaenoico (DHA) – nell'arco di 24 ore eliminano 22,7 mg di albumina in meno rispetto a quelli che assumono le quantità di Omega-3 inferiori. Omega-3, nemici del diabete, amici del rene Secondo Adler e colleghi questi risultati dimostrano che EPA e DHA possono migliorare le funzioni renali nei pazienti affetti da diabete di tipo 1 che consumano elevate quantità di Omega-3. Questa scoperta è in accordo con quanto evidenziato da uno studio precedente, in cui i ricercatori dell'University of Colorado at Denver and Health Sciences Center (Denver, Stati Uniti) avevano dimostrato che l'assunzione di alte dosi di Omega-3 sotto forma di olio di pesce può ridurre il rischio di diabete di tipo 1 del 55%. Inoltre, i dati ottenuti si aggiungono a quelli relativi ai benefici dell'assunzione di Omega-3 per i reni di soggetti affetti da diabete di tipo 2 ottenuti dagli scienziati dell'Università di Hong Kong (Cina) e pubblicati da Diabetic Medicine.     Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.     Fonte 1. Lee CC, Sharp SJ, Wexler DJ, Adler AI, “Dietary intake of eicosapentaenoic and docosahexaenoic acid and diabetic nephropathy: cohort analysis of the diabetes control and complications trial”, Diabetes Care. 2010 Jul;33(7):1454-6. Epub 2010 Mar 31 2. Norris JM, Yin X, Lamb MM, Barriga K, Seifert J, Hoffman M, Orton HD, Barón AE, Clare-Salzler, M, Chase HP, Szabo NJ, Erlich H, Eisenbarth GS, Rewers M, “Omega-3 polyunsaturated fatty acid intake and islet autoimmunity in children at increased risk for type 1 diabetes”, JAMA. 2007 Sep 26;298(12):1420-8 3. Wong CY, Yiu KH, Li SW, Lee S, Tam S, Lau CP, Tse HF, “Fish-oil supplement has neutral effects on vascular and metabolic function but improves renal function in patients with Type 2 diabetes mellitus”, Diabet Med. 2010 Jan;27(1):54-60


    Articolo pubblicato in Diabete, Diabete di tipo 1

  • Omega-3 dell'olio di krill riducono del 47% i sintomi dell'artrite reumatoide

    L'assunzione quotidiana di olio di krill, un supplemento ricco di acidi grassi Omega-3, può ridurre i sintomi dell'artrite reumatoide. A riportare la notizia è la rivista BMC Musculoskeletal Disorders, che ha pubblicato i risultati di una ricerca frutto della collaborazione tra i ricercatori di MD Biosciences (Zurigo, Svizzera), Aker BioMarine (Oslo, Norvegia) e Clanet (Espoo, Finlandia). Secondo gli autori, i benefici dell'olio di krill dipendono dalla presenza, al suo interno, sia degli Omega-3, sia di altre molecole dalle proprietà antiossidanti. Olio di krill, un prezioso aiuto Il krill è formato da piccoli crostacei, noti per il loro elevato contenuto di Omega-3 e di altri importanti nutrienti. Il suo habitat sono le acque marine profonde, dove vivono circa 85 specie di questi animaletti che, nell'insieme, costituiscono la biomassa animale più abbondante del pianeta. Una volta pescato, dal krill è possibile ottenere un olio che contiene concentrazioni di antiossidanti 48 volte superiori rispetto al tradizionale olio di pesce. Inoltre, rispetto a quest'ultimo l'olio di krill contiene anche una quantità maggiore di fosfolipidi ricchi in Omega-3 e l'astaxantina, un antiossidante che potrebbe contribuire alla riduzione dei fenomeni infiammatori. Olio di krill e artrite, un'efficacia dimostrata Gli autori della ricerca hanno studiato le potenzialità dell'olio di krill nel trattamento dell'artrite in topi predisposti allo sviluppo di questa malattia. Gli animali sono stati suddivisi in tre gruppi. Mentre al primo non è stato somministrato nessun supplemento, il secondo gruppo di topi è stato alimentato con una dieta arricchita di una quantità di olio di krill tale da fornire 0,44 grammi di Omega-3 – acido eicosapentaenoico (EPA) e acido docosaesaenoico (DHA) – ogni 100 grammi di cibo. I restanti topi hanno ricevuto EPA e DHA sotto forma di olio di pesce, per un totale di 0,47 grammi di Omega-3 ogni 100 grammi di cibo. L'artrite è stata valutata in ogni gruppo di animali analizzando i tessuti delle articolazioni. Inoltre al termine dello studio sono stati prelevati campioni di siero in cui determinare i livelli di molecole che partecipano ai processi di infiammazione – diverse interleuchine e il cosiddetto Transforming Growth Factor-beta (TGF-beta) – che sono associati alla malattia. I dati così raccolti hanno dimostrato che, anche se non è stata osservata una diminuzione dei marcatori dell'infiammazione, sia l'assunzione di olio di krill, sia la supplementazione con olio di pesce riducono significativamente i sintomi dell'artrite e i gonfiori alle zampe posteriori. Tuttavia, spiegano i ricercatori, gli effetti ottenuti con l'olio di krill sono stati maggiori. Infatti, mentre l'olio di pesce ha ridotto il grado della malattia del 26%, quello di krill ha permesso di ridurre i sintomi del 47%. Secondo i ricercatori, l'effetto maggiore ottenuto con l'olio di krill potrebbe essere dovuto a una più elevata bioefficacia dell'EPA e del DHA in esso contenuti rispetto a quelli presenti nell'olio di pesce. Una speranza per diverse patologie Sebbene questo studio si sia concentrato sull'artrite reumatoide, gli autori ritengono che la stessa efficacia potrebbe essere riscontrata anche nei confronti dell'osteoatrite e di altre malattie infiammatorie.     Per rimanere sempre aggiornato sulle ultime notizie dalla ricerca scientifica sugli omega-3 iscriviti alla nostra newsletter.       1. Ierna M, Kerr A, Scales H, Berge K, Griinari M, “Supplementation of diet with krill oil protects against experimental rheumatoid arthritis”, BMC Musculoskelet Disord. 2010 Jun 29;11:136


    Articolo pubblicato in Sistema immunitario, Osteoartrite, Artrite reumatoide

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