Gli Omega-3 riducono il rischio cardiaco di oltre il 50%

Oltre il 50% in meno di problemi al cuore con gli Omega-3

Gli acidi grassi Omega 3 hanno effetto protettivo sul cuore e i vasi sanguigni, e riducono la probabilità di eventi cardiovascolari in modo significativo: alte concentrazioni di EPA (acido eicosapentaenoico) e DHA (acido docoaesaenoico), nel plasma, sono associati ad una riduzione del rischio cardiaco di circa il 51 %. Lo afferma uno studio pubblicato sul Journal of American Heart Association condotto dai ricercatori del Dipartimento di Epidemiologia dell’ Harvard School of Public Health di Boston (USA).

PUFA e rischio cardiovascolare

Gli attuali orientamenti dietetici consigliano l’aumento del consumo di Omega–3 e Omega-6 e la riduzione di quello dei grassi saturi. Queste raccomandazioni si basano sugli effetti benefici degli acidi grassi polinsaturi a catena lunga (PUFA) sul colesterolo e la pressione sanguigna. Studi epidemiologici e clinici, inoltre, dimostrano gli effetti positivi del consumo di PUFA sul rischio di eventi cardiovascolari come infarto del miocardio, morte per malattie cardiache e ictus. Nonostante ciò, alcune ricerche cliniche non confermano i benefici aggiuntivi sul rischio di mortalità cardiovascolare o morbilità dovuti al consumo di Omega-3. Questi studi sono stati principalmente condotti in pazienti già ad alto rischio cardiovascolare, che assumevano statine, i farmaci utilizzati per la riduzione del colesterolo, o altre terapie, rendendo difficile dimostrare i benefici di piccole quantità di EPA e DHA. Per questi motivi, le informazioni ottenute dai grandi studi su popolazioni eterogenee circa il rapporto tra i PUFA e il rischio cardiovascolare è utile, soprattutto quando tali studi esaminano le concentrazioni degli acidi grassi nel sangue, piuttosto che le stime dei consumi alimentari inclini a errori di misurazione.

Uno studio multietnico 

La ricerca realizzata dai ricercatori dell’Università di Boston ha coinvolto 2.837 adulti americani di diversa origine etnica (caucasici, afro-americani, ispanici e cinesi americani), il cui stato di salute è stato monitorato per 10 anni. I partecipanti allo studio, la cui età media era di 62 anni, non erano affetti da disturbi cardiovascolari all’inizio della ricerca. I ricercatori hanno analizzato la concentrazione nel plasma degli acidi grassi in ogni soggetto, e hanno valutato la dieta seguita mediante un questionario di frequenza. I risultati hanno dimostrato che la popolazione in esame mostrava uno scarso consumo pesce, una delle principali fonti di Omega-3, e che i livelli circolanti di EPA e DHA erano inversamente correlati al rischio di disturbi cardiovascolari. In particolare, i valori più elevati di EPA e DHA sono risultati associati ad una riduzione del rischio di oltre il 51%, mentre non c'erano relazioni con l'acido alfa-linolenico o acido linoleico. I risultati hanno confermato anche una debole relazione tra l’ acido alfa-linolenico e la mortalità per malattie cardiache ma non hanno evidenziato la riduzione del rischio in associazione all’ acido linoleico. Inoltre, le alte quantità plasmatiche di Omega-3 sono state associate a una forte riduzione dei mediatori infiammatori. L'infiammazione è ampiamente riconosciuta come un fattore importante nell’ origine delle malattie cardiovascolari.

Gli Omega-3 circolanti riducono il rischio cardiovascolare

Secondo gli autori dello studio questi risultati, oltre a suggerire l’aumento del consumo di EPA e DHA, ampliano le osservazioni sugli effetti protettivi dei PUFA nel sangue nei confronti delle malattie cardiache coronariche e cardiovascolari, in gruppi etnici diversi e che seguono una dieta povera di Omega-3.

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