Omega-3 Specials

L'Indice Omega-3 è il test più utilizzato e più affidabile per capire se di è carenti di Omega-3

Le numerose informazioni sui benefici degli Omega 3 – i grassi che abbondano in varietà di pesce come lo sgombro e le aringhe - supportano le attuali raccomandazioni nutrizionali secondo cui, a qualsiasi età, dobbiamo fornire al nostro organismo almeno 250 mg al giorno delle loro forme biologicamente attive: l'EPA (acido eicosapentaenoico) e il DHA (acido docosaesaenoico). 

“Almeno”. Perché in alcune circostanze (per esempio durante la gravidanza o l'allattamento, oppure quando si ha necessità di riportare nella norma valori alterati di pressione arteriosa o di trigliceridi ematici) il dosaggio giornaliero può dover essere aumentato, e non di poco.

Purtroppo, però, in molti non raggiungiamo i livelli di assunzione raccomandati. Da qui nasce la domanda: come capire se si è carenti di Omega 3?

Tra i vari metodi proposti nel corso di decenni, la valutazione dell'Indice Omega 3 si conferma essere uno strumento valido, riproducibile, sensibile e clinicamente rilevante, utile cioè per la sua associazione con lo stato di salute. 

A darne prova è la revisione dei più recenti studi che hanno utilizzato proprio questo parametro per valutare i livelli di Omega 3 nell'organismo e correlarli a diversi aspetti dello stato di salute, pubblicata su Current Opinion in Clinical Nutrition and Metabolic Care da William Harris - uno degli sviluppatori dell'Indice Omega 3.

L'analisi di Harris indica infatti che l'indice, inizialmente messo a punto per valutare i rischi per cuore e arterie, è in realtà utile per studiare l'impatto dei livelli di Omega 3 su diverse condizioni di salute, come il diabete di tipo 2, l'insufficienza renale cronica e problemi della sfera psichiatrica.

I metodi per capire se si è carenti di Omega 3

In passato molti studi si sono accontentati di stimare il livello di Omega 3 nell'organismo valutando l'assunzione di questi grassi con gli alimenti tramite la compilazione di questionari. Tuttavia, dopo essere stati ingeriti gli Omega 3 devono essere digeriti, assorbiti e metabolizzati e tutti questi passaggi avvengono con un'efficienza variabile da persona a persona, e questa variabilità individuale riduce l'accuratezza delle valutazioni basate sui consumi alimentari.

Inoltre, quando si intende valutare l'efficacia di integratori di Omega 3 è necessario tenere in considerazione che, oltre alla variabilità di cui sopra, anche i livelli iniziali di Omega 3 nell'organismo possono essere determinanti. In altre parole, l'eventuale assenza di benefici dopo l'assunzione di integratori di Omega 3 potrebbe essere dovuta anche alla necessità di colmare carenze che richiedono quantità di EPA e DHA superiori rispetto ai dosaggi assunti.

Per tutti questi motivi già nel 2020 l'International Society for the Study of Fatty Acids and Lipids (ISSFAL) ha invitato a valutare l'efficacia degli integratori di Omega 3 misurando e paragonando i loro livelli nell'organismo prima e dopo l'assunzione.

Dato che, una volta assorbiti, gli Omega 3 vanno a localizzarsi nel tessuto adiposo e nelle membrane cellulari, è plausibile pensare di valutare i loro livelli nell'organismo sia analizzando il tessuto adiposo, sia analizzando la composizione delle membrane cellulari.

Questa seconda strada è più facilmente percorribile: analizzare il tessuto adiposo significherebbe dover effettuare delle biopsie, mentre è per analizzare alcune membrane cellulari è sufficiente un semplice esame del sangue.

A onor del vero, si potrebbe pensare di misurare, più genericamente, i livelli di Omega 3 nel sangue. Qui, infatti, gli Omega 3 sono presenti sia nelle membrane dei cosiddetti “elementi figurati” (globuli rossi, globuli bianchi e piastrine) sia in forma libera o all'interno di altre molecole (come trigliceridi ed esteri del colesterolo).

Tuttavia, la misurazione degli Omega 3 nel plasma o nel siero riflette l'assunzione di questi grassi nei pochi giorni o settimane precedenti l'analisi. La loro concentrazione nelle membrane degli elementi figurati, in particolare in quelle dei globuli rossi, è invece un migliore indicatore della disponibilità di Omega 3 nell'organismo nel lungo periodo.

Inoltre, la concentrazione degli Omega 3 nelle membrane dei globuli rossi riflette la totalità degli Omega 3 biologicamente attivi (EPA e DHA) presenti nell'organismo, quindi sia quelli assunti tali e quali con il cibo sia quelli derivanti dalla seppur scarsa conversione del precursore assunto con fonti vegetali come le noci e l'olio di semi di lino (l'acido alfa-linolenico, ALA).

Che cos'è l'Omega-3 Index Test?

Ecco cosa indica l'Indice Omega 3 nelle analisi del sangue: il livello di EPA e DHA nelle membrane dei globuli rossi.

Noto anche come Omega-3 Index Test, si tratta della quantità totale di EPA+DHA nei globuli rossi espressa come percentuale rispetto al totale dei grassi della loro membrana.

Harris e il collega Clemens von Schacky lo hanno proposto come fattore di rischio per cause cardiovascolari nel 2004. Oggi è considerato a pieno diritto:

  • un biomarcatore del livello di EPA e DHA nell'organismo;
  • un marcatore di rischio, ossia i suoi livelli sono collegati allo stato di salute;
  • un fattore di rischio, cioè i suoi livelli, quando non ottimali, sono causa della comparsa di patologie e possono essere modificati per ridurre i rischi associati.

I valori di riferimento sono i seguenti:

  • < 4%: indesiderabile, rischio elevato;
  • 4-8%: intermedio;
  • > 8%: alto, desiderabile, rischio basso.

L'uso dell'indice Omega 3 come biomarcatore

In quanto biomarcatore dei livelli di EPA e DHA, l'Indice Omega 3 può essere utilizzato per confrontare in modo oggettivo gli effetti di diversi integratori a base di questi nutrienti sui loro livelli nell'organismo dopo la loro assunzione.

Inoltre, l'Indice Omega 3 è stato utilizzato per disegnare la mappa mondiale degli Omega 3, utile per analizzare la diffusione della carenza di questi nutrienti nella popolazione mondiale.

Questa mappa è stata pubblicata per la prima volta nel 2016. Dal suo aggiornamento, publicato nel 2024 sulla rivista Progress in Lipid Research da un gruppo di ricercatori guidato da Jan Philipp Schuchardt, è emerso che nella maggior parte dei paesi inclusi nell'analisi (fra cui l'Italia) l'Indice Omega 3 è compreso tra il 4 e il 6%.

La situazione italiana è parsa in miglioramento rispetto al 2016, quando l'Indice Omega 3 si era rivelato inferiore al 4%. Secondo Schuchardt e colleghi, tale miglioramento potrebbe essere dovuto all'aumento del consumo di pesce o, più probabilmente, a quello degli integratori di Omega 3.

Infatti il consumo globale di pesce non è aumentato significativamente negli ultimi decenni; in Italia ne consumiamo circa 24 kg a testa ogni anno.

La richiesta di integratori di Omega 3 è invece aumentata significativamente negli ultimi vent'anni. Inoltre, la sempre maggiore consapevolezza della competizione tra Omega 3 e Omega 6 ha promosso comportamenti che possono aver contribuito ad aumentare la capacità endogena di conversione dell'ALA di origine vegetale in EPA e DHA; per esempio, oggi il mercato offre oli di semi ad elevato contenuto di acido oleico e più poveri dell'Omega 6 acido linoleico. Tuttavia, solo il contemporaneo aumento dell'apporto di ALA potrebbe spiegare almeno in parte l'aumento dell'Indice Omega 3 osservato.

L'Indice Omega 3 come fattore di rischio

Attualmente l'Indice Omega 3 è il test più utilizzato per misurare i livelli di Omega 3 nell'organismo, nonché quello con più prove scientifiche di validità. 

Nonostante valuti solo i livelli di EPA e DHA e non anche quelli di altri Omega 3 (come l'ALA e il DPA – acido docosapentaenoico), il suo potere predittivo non migliora includendo nella valutazione anche questi altri Omega 3 e, quindi, resta valido.

La revisione di Harris conferma la possibilità di estendere il suo utilizzo come fattore di rischio oltre l'ambito cardiovascolare, in cui è ormai ampiamente consolidato, sottolineando in particolare che:

  • un Indice Omega 3 maggiore o uguale all'8% è stato associato a un più basso rischio di molte altre malattie associate allo stile di vita moderno, come il diabete di tipo 2 e insufficienza renale cronica, nonché a una minore mortalità per qualunque causa;
  • l'Indice Omega 3 è stato associato direttamente a una migliore memoria, a una più rapida velocità di elaborazione delle informazioni e a maggiori volumi cerebrali;
  • esistono prove sufficienti per ipotizzare che un Indice Omega 3 inferiore al 4% possa essere considerato un fattore di rischio per la depressione maggiore, la demenza e le psicosi e che valori inferiori al 5% siano un fattore di rischio per la depressione post-parto;
  • il rischio di declino cognitivo sia elevato quando l'Indice Omega 3 è più basso;
  • un basso Indice Omega 3 è stato associato anche all'aumento del rischio di morbidità (comparsa di malattie) e mortalità da COVID-19.

Le prospettive future

Secondo Harris, «c'è una continua necessità di valutare il valore predittivo dell'Indice Omega 3 in specifici [gruppi di] popolazione».

Per esempio, sarebbe interessante capire se i rischi per la salute siano ancora più bassi nelle persone che hanno valori di Indice Omega 3 significativamente più alti dell'8% – per esempio, pari al 12-14%.

Oppure, potrebbe essere interessante analizzare in modo specifico il valore predittivo dell'Indice Omega 3 in popolazioni che non mangiano pesce.

Ulteriori studi permetteranno di chiarire questi e altri aspetti.

Riferimenti bibliografici:

Dicklin MR, Anthony JC, Winters BL, Maki KC. ω-3 Polyunsaturated Fatty Acid Status Testing in Humans: A Narrative Review of Commercially Available Options. J Nutr. 2024 May;154(5):1487-1504. doi: 10.1016/j.tjnut.2024.03.015

Harris WS. Recent studies confirm the utility of the omega-3 index. Curr Opin Clin Nutr Metab Care. 2025 Mar 1;28(2):91-95. doi: 10.1097/MCO.0000000000001078

Schuchardt JP, Beinhorn P, Hu XF, Chan HM, Roke K, Bernasconi A, Hahn A, Sala-Vila A, Stark KD, Harris WS. Omega-3 world map: 2024 update. Prog Lipid Res. 2024 Jul;95:101286. doi: 10.1016/j.plipres.2024.101286